MAST, la Forza delle Immagini per un emozionante sguardo sul lavoro. Con una conversazione con Urs Stahel

Cosa differenzia e accomuna gli archivi e le collezioni?

Rimandiamo la questione a Urs Stahel, curatore della nuova mostra al MAST di Bologna La forza delle immagini, in corso sino al 24 settembre: una selezione di foto interamente tratta dalla collezione della stessa Fondazione:

“Gli archivi sono giganti vasti e silenziosi. Si svegliano e cominciano a parlare quando poniamo loro domande dirette, se li scuotiamo dal torpore riversando in loro il nostro interesse. Con le collezioni non è molto diverso, semplicemente la selezione è accompagnata sin dall’inizio da una determinata volontà, un’idea, un interrogativo. Solo quando attingiamo con gli occhi e con la mente al fondo iconografico del passato leghiamo il presente a ciò che l’ha preceduto, la produzione al consumo, l’uomo alla macchina, la fabbrica alla società, gli archivi e le collezioni svelano i loro tesori, gli universi visivi che custodiscono.

Edgar Martins, The Time Machine

Ogni archivio possiede una propria storia, un sistema peculiare fatto di ordine e disordine, e si rifà a regole particolari.”

Nel nostro caso, la collezione è quella di Fondazione MAST. Avviata cinque anni fa, conta ormai alcune migliaia di opere, copre un arco di tempo che va dal 1860 ai giorni nostri e si concentra sul lavoro, declinato in tutta la propria complessità, architettura, paesaggio, macchine, salute, sicurezza, fattori sociali, politici, culturali e naturalmente, la persona, nei molteplici ruoli che ricopre.

Ma, tornando al tema della mostra, prosegue Stahel:

“Le fotografie assumono spesso una funzione documentaria e descrittiva, raffigurano oggetti, mostrano eventi. Tutto qui. È il punto di vista denotativo di questo mezzo; ma non dobbiamo dimenticarne le potenzialità estetiche, la forza immaginifica, le suggestioni visive: i neri profondi nello strato di sali d’argento che ricopre la carta, l’imponenza dei soggetti sovradimensionati, lo splendore accecante dei colori.

Le fotografie sono incisive, s’insinuano dentro di noi anche emotivamente, comunicando messaggi diversi e paralleli, i cosiddetti messaggi connotativi e risonanti, le sfumature simboliche o metaforiche, da leggere e comprendere a livello figurativo. Oppure possono agire in modo diretto e immediato sulle sensazioni, svincolati dalla nostra parte razionale.

A volte, il potenziale emotivo di una fotografia ci pervade in maniera più intensa e profonda rispetto al suo contenuto descrittivo; altre volte la forza denotativa e quella estetica si contrappongono in modo antitetico, si affrontano in un duello che suscita nell’osservatore un senso di disagio e insicurezza. Se però il rimando, la definizione e dal lato opposto, l’emozione, il potere evocativo si completano, arricchendosi a vicenda, l’immagine acquisisce ed emana un’energia incomparabile.

Proprio su questi poteri vuole indagare la nostra mostra, assumendo su ambienti, zone, settori diversi, lo sguardo di oltre sessanta artisti che ci rivela nuove modalità di visione, in un gioco di contrasti e di opposti: similitudine, sdoppiamento, evidenza e impenetrabilità, pesantezza e lievità, pieno e vuoto, energia ed euforia contrapposte alla malinconia, alla tristezza, al mistero, in un mondo estremamente ricco di immagini com’è quello degli oggetti, del lavoro, dell’industria e della tecnica nella nostra società.”

Si va dai classici fine ‘800/inizio ‘900 dal bianco e nero talmente pastoso e materico che sembra realizzato con il bitume o il carboncino, passando per Bernd e Hilla Becher, fondatori della scuola di Düsseldorf e alcuni dei loro allievi, ai nostri Luigi Ghirri e Gabriele Basilico, fino agli autori contemporanei.

Grande protagonista è il metallo, nelle immagini offerte da Germaine Krull, Berenice Abbott, Nino Migliori, Takasha Kijima e Kiyoshi Niimaya, assieme a lamiera, acciaio, plastica, intonaco bianco, pneumatici di gomma di János Szász e nelle foto di Pietro Donzelli, barili di catrame e pozzanghere bituminose nelle aree industriali dismesse.

Psychomotor, l’opera in venticinque parti di Rémy Markowitsch umanizza la potenza meccanica di un motore e la trasforma in sensualità. Le macchine diventano creature surreali, animali: con César Domela i generatori di vapore sono giungle, organismi viventi che sbuffano, strisciano, soffiano o sussurrano, per poi partire in una nuvola di fumo.

Con l’aumentare della tensione, l’energia si concentra, violenta, potente, finché non esplode e si scarica, in modo pianificato oppure improvviso e brutale, redditizio o distruttivo. Ferrovie, automobili, dirigibili, aerei, missili, bombe: l’umanità inventa, progetta, costruisce, produce, nel bene e nel male.

Nelle sale della Gallery del MAST, stanno a proprio agio anche opere di grandi dimensioni come 7 – 1 Hochzeit Gruppe 631 di Jules Spinatsch, un viaggio computerizzato di otto ore negli impianti di produzione dei trattori John Deere.

Svela Urs Stahel:

“È un intero turno iassunto e schematizzato, ottocento scatti condensati in un’unica immagine e contemporaneamente, nella dissoluzione della stessa. O quella di Hiroko Komatsu, che affronta il tema della produzione di massa con una moltitudine di stampe ai sali d’argento. L’artista erige templi d’immagini, pareti di figure da attraversare come in una performance: se con le foto edifica strutture architettoniche, con l’architettura crea un’atmosfera di catastrofe, rovina, sfacelo. L’installazione, costituita da fotografie che ritraggono ogni genere di materiale edilizio, si trasforma in una sorta di spazio fisico, tridimensionale, atto alla riflessione esistenziale: una Bioriserva sanitaria (dal titolo del lavoro di Komatsu), malinconica bacheca della senescenza, reliquiario di oggetti in declino, ciascuno dei quali, per quanto magistralmente prodotto, è destinato a fine certa.”

Logica conseguenza o destinazione finale è Mezzogiorno di Fuoco, Discarica di Dhaka, Bangladesh, opera potente e tragica tratta dalla serie di Jim Goldberg Open See: una pianura sterminata, ricoperta di rifiuti sulla quale un uomo, una “guardia”, controlla attentamente che i materiali di scarto non si mescolino con cadaveri animali.

Anche la fotografia sperimenta il fenomeno dell’estinzione, con la quasi totale scomparsa dei processi analogici, argomento al centro della meta-analisi sulla fotografia condotta da Catherine Leutenegger. Con scatti a colori di ambienti e parcheggi vuoti o in disuso racconta la decadenza di un’industria come la Kodak, che sembrava candidata all’immortalità: progetti come questo, ci obbligano alla consapevolezza rispetto al passare del tempo e a quanto questo sfugga ancor più velocemente se si tratta di tecnologia.

Simone Demandt ci porta a conoscere le instancabili apparecchiature notturne, misteriose e insieme rivelatrici, che funzionano ininterrottamente, continuando a misurare, a ticchettare nei laboratori deserti in totale autonomia. Le fotografie della camera di commercio a Chicago di Beate Geissler e Oliver Sann sono lo specchio dello sfinimento dopo una battaglia aspramente combattuta, ma testimoniano anche l’ambizione perenne ad avanzare: un non-stop eterno, insaziabile, che non lascia scampo.

Le foto di spazi e ambienti sono la struttura portante della mostra, guidano il visitatore, ne indirizzano l’attenzione, rappresentano i segnavia del percorso espositivo.

In questi l’uomo ha un ruolo centrale e complesso: i protagonisti dei famosi ritratti della serie Nel West americano di Richard Avedon, per esempio, risultano vulnerabili e soli.

Precisa Stahel citando Jean-Paul Sartre:

“Sono stati gettati nel mondocondannati a una libertà che spesso, nelle condizioni sociali in cui vivono, non sono mai riusciti a sperimentare. Paiono assai meno smarriti e alienati quando sono attivi e manovrano le loro macchine, le apparecchiature, gli strumenti. Allora sembrano realizzati, meno vacui, più ricchi di significato. Il lavoro è una gigantesca macchina che produce identità.”

E conclude:

“L’universo iconografico dell’industria e del lavoro, della fabbrica e della società cui questa mostra dà vita è permeato dall’idea della pluridimensionalità: una moltitudine di livelli, sentieri, linee temporali, atmosfere che corrono parallele o si incrociano. Per i surrealisti, la sfida consisteva nel sovvertire le immagini per cambiare le forme espressive. Ma è altrettanto fondamentale sovvertire mediante le immagini, vale a dire portare lo scompiglio tra i fatti della realtà.

Scriveva André Breton:

È grazie alla forza delle immagini che col tempo potranno compiersi le vere rivoluzioni”.

L’intenzione dichiarata di questa ennesima prova altamente qualificata, non è di certo fare la rivoluzione, ma consegnarci una narrazione densa di significati e soprattutto di emozioni.

Info mostra

  • La forza delle immagini
  • A cura di Urs Stahel,
  • Collezione MAST. Una selezione iconica di fotografie su industria e lavoro
  • MAST.GALLERY,
  • 3 maggio – 24 settembre 2017
  • via Speranza, 42 – 40133 Bologna
  • www.mast.org
  • 051/647 4345
  • Aperto dal martedì alla domenica, 10.00 -19.00
  • Visite guidate Sabato e Domenica ore 11.00 e ore 16.00
  • La Fondazione MAST è partner di Fotografia Europea 2017 – Reggio Emilia
Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

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