Anthropocene, l’epoca umana sul Pianeta

Nel trattare di temi ambientali, non è raro il riferimento all’ “impronta umana sulla Terra”, a proposito dell’impatto che la presenza dell’uomo ha sul nostro Pianeta, una definizione un po’ troppo romantica, quando nella realtà dei fatti, sarebbe più adeguato parlare di ferita, di strappo, di sfruttamento. Nicholas De Pencier, documentarista e produttore canadese, afferma:

 “Non mi interessa puntare il dito o rinnegare le nostre colpe. Vivo nel mondo reale e ho bisogno delle stesse soluzioni pratiche di chiunque altro. E’ quindi mia responsabilità usare la macchina da presa come uno specchio e non un martello: invitare gli spettatori a essere testimoni di questi luoghi e a reagire ognuno a suo modo”.

De Pencier è uno dei tre autori di Antropocene, l’epoca umana, un documento filmato di 90 minuti, inserito nella mostra attualmente in corso al MAST di Bologna, intitolata Anthropocene, curata da Urs Stahel (Fondazione MAST), Sophie Hackett (Art Gallery of Ontario, Toronto) e Andrea Kunard (National Gallery of Canada, Ottawa).

Il progetto, frutto di 5 anni di lavoro congiunto di tre artisti canadesi, De Pencier, Edward Burtynsky e Jennifer Baichwal, è caratterizzato da un corpus di opere multimediali (il film, 35 fotografie, 13 videoistallazioni e varie postazioni di realtà aumentata)  che rende spettacolari anche gli aspetti più devastanti dell’azione umana sul Pianeta, talmente incisiva e invadente da giustificare la definizione di Antropocene, coniata negli anni ’80 da Eugene Stoermer e adottata poi nel 2000 dal premio Nobel per la chimica, Paul Crutzen.

Ci soffermiamo ad una breve panoramica solo per introdurre questo imponente progetto, che va vissuto e meditato con l’esperienza diretta.

A Dandora, nei pressi di Nairobi, in Kenya, si trova la più grande discarica di rifiuti del Paese. Negli slums nati attorno, vivono centinaia di migliaia di persone che separano i diversi materiali per poi rivenderli a pochi scellini.

Tra loro, una donna dichiara la propria orgogliosa appartenenza a questo luogo e Shakur, un ragazzo, uno degli innumerevoli street childs che cercano di sopravvivere tra materiali tossici, droga, criminalità, abbandono, improvvisa un rap per raccontare della propria vita, trascorsa in solitudine (molti bambini vengono abbandonati o perdono i genitori) e del sogno di un’esistenza migliore, che solo l’istruzione potrebbe offrire, se solo si riuscisse ad accedervi.

C’è una città, in Germania, Immerath, al centro del distretto minerario non lontano da Dusseldorf, nella quale sono rimaste ormai solo sei famiglie; quattro città sono state completamente distrutte per far posto alle gigantesche macchine che mangiano il terreno per ricavare lignite.

Nelle industrie metallurgiche di Norilsk, in Siberia, si lavorano diversi tipi di minerali, estratti nelle miniere intorno e le operaie in pausa pranzo raccontano, con un’ombra di rassegnazione, la propria storia, identica a quella di tutti e la loro città,

“All’inizio non è facile, poi ci si abitua e la si sente propria”.

Intere famiglie, per generazioni, compiono le stesse azioni sulle stesse macchine, che diventano anche l’attrattiva per i bambini alla festa cittadina, organizzata dall’azienda, mente i giovani, nelle rare giornate di sole, si bagnano nelle acque del fiume più inquinato della Russia, dove si riversano gli scarti della lavorazione… il tutto confluisce in un unico vortice che ritorna su sé stesso e non lascia intravedere scampo.

“Non sono stata capace di proteggerli, ma farò in modo che non riescano a profanarli ulteriormente!” rivendica, con forza, una guardia del parco Nazionale di Nairobi, davanti al rogo di circa 105 tonnellate di zanne e corni, appartenuti a oltre 10.000 elefanti e 300 rinoceronti, che il governo locale ha deciso di distruggere pur di non lasciarli nelle mani dei trafficanti di avorio, che prosperano nonostante ne sia stato vietato il commercio.

La Cina, per ovviare al fastidioso inconveniente, ha ripiegato su un grande ritrovamento di zanne di mammuth, in Siberia: legalmente acquistate e lavorate diventano pacchiani complementi d’arredo che attirano ricchi compratori.

Le immagini si susseguono, curate nell’estetica, ma inquietanti fino all’inverosimile, aprendo alla domanda ricorrente, se sia ancora possibile invertire la rotta, salvare gli organismi naturali non completamente danneggiati, come parti della barriera corallina o alcune foreste pluviali.

Jennifer Baichwal afferma:

“Il nostro è un atto di responsabilità. La sfida è portare questi temi all’attenzione di chi ancora nega l’emergenza ed è scettico sulla gravità della situazione, supportando il nostro lavoro con la ricerca e i dati scientifici”.

A ciò, Burtynsky aggiunge:

“Far vivere queste realtà attraverso la fotografia è come creare un potente meccanismo che dà forma alle coscienze”.

La difficile sfida è individuare soluzioni che facciano ben sperare per il futuro prossimo dell’uomo e del territorio che occupa e il movimento mondiale che di recente sta prendendo forma, l’ha fatta propria: l’allarme è stato dato, ora tocca a chi, ancora per poco, ha il potere di cambiare la direzione, ovvero tutti noi, ognuno con le proprie azioni, attenzioni, capacità di farsi tramite del messaggio.

Consigliamo fortemente di prevedere, durante la visita alla mostra, anche il tempo di visione del film; gli orari e le giornate delle proiezioni sono indicati sul sito del museo.

Info mostra

  • Anthropocene | Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal, Nicolas De Pencier
  • prorogata al 5 gennaio 2020
  • MAST
  • Via Speranza 42, Bologna
  • www.mast.org
  • Ingresso gratuito – Martedì-Domenica 10.00 – 19.00
  • www.anthropocene.mast.org  –   https://theanthropocene.org
  • Catalogo: affianca alle illustrazioni una serie di saggi degli stessi artisti, curatori e scienziati appartenenti dell’Anthropocene Working Group, il team di ricercatori al lavoro per il riconoscimento formale dell’Antropocene come epoca geologica da parte della Commissione Internazionale di Stratigrafia.

 

 

Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

Federica Casetti

Federica Casetti

Nata a Ferrara, a 5 anni realizza la sua prima casa delle bambole con spezzoni di travi in ferro; dal 1992 al 2006 vive a Venezia dove si laurea in architettura. Nel 2008 dopo un internship presso lo Studio Asymptote di New York rientra a Venezia, all' Università IUAV, dove lavora come assistente alla didattica nel corso di Architettura degli Interni. Attualmente è tornata a Ferrara dove prosegue l’attività di Architetto e Designer nel suo studio tra i tetti della città medioevale.

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