Doppio sguardo: conversando sulla fotografia. Il nuovo libro di Silvia Camporesi

Due grandi pilastri di cemento sul lato sinistro lasciano immaginare un edificio imponente. Alla parete di fondo, color terracotta, una persona di profilo, ad un telefono pubblico. Linee perfette e uno stile inconfondibile svelano l’autore. E’ Kaliningrad, la foto di Guido Guidi (Cesena, 1943) che la sua conterranea Silvia Camporesi (Forlì, 1973), ha scelto come copertina del nuovo libro, uscito per la casa editrice Contrasto con il titolo di Doppio sguardo, immagine perfetta per evocare il dialogo a due sul tema della fotografia contemporanea.

Il volume è il sunto di nove conversazioni pubbliche che Silvia Camporesi ha tenuto nella sua città, con altrettanti colleghi italiani, scelti seguendo criteri ben precisi. I cicli di Conversazioni sulla Fotografia si svolgono annualmente da una decina d’anni e tra tutti i protagonisti che si sono succeduti, in Doppio sguardo troviamo Olivo Barbieri, Luca Campigotto, Mario Cresci, Paola Di Bello, Stefano Graziani, Guido Guidi, Francesco Jodice, Nino Migliori e Massimo Vitali.

Questo doppio sguardo è la base per l’analisi e il confronto sul mezzo fotografico, nella visione di artisti nati tra gli anni  ’20 e il 1971, ai quali Camporesi ha rivolto le domande nelle quali lei stessa si rispecchia, sull’estetica, la riconoscibilità dei diversi linguaggi, l’ideazione e la curatela di una mostra o di una pubblicazione, la storia personale, ricevendo in cambio conferme, rivelazioni, ulteriori interrogativi, spunti di riflessione.

La prima presentazione del libro (accompagnata dallo stesso Guidi, il 14 settembre scorso al SI FEST di Savignano sul Rubicone, il festival di Fotografia diretto da Denis Curti) è stata occasione per assistere a un nuovo dialogo tra la Camporesi e Guidi, riservato e al tempo stesso vulcanico, che ci ha accompagnato inizialmente a piccoli passi, poi via via sempre più intensamente, nella storia della Fotografia, dell’arte in generale, della filosofia e della vita, soprattutto: in un Festival a tema la Seduzione, declinata dagli artisti nelle visioni più disparate, di forte impatto, è stata la conferma del profondo potere seduttivo, anzi del piacere di ascoltare e perdersi per le strade della conoscenza, della cultura, della curiosità, del vissuto di un autore che prima di ogni cosa, è caratterizzato da pensiero e studio, mente e realtà, ma anche dal rapporto umano

Il racconto di Guidi è stato coinvolgente e ricco di protagonisti del mondo della fotografia e non solo, Stephen Shore, Robert Adams, Lewis Hine, Jacob Riis, Johannes Itten e il suo “L’arte del colore”, ma ciò che ha colpito è la carica emotiva che questi suscitano nello stesso Guidi, sia per i legami di amicizia, di affetto, sia per la fascinazione del maestro, del riferimento, che non è il mito lontano e distaccato, ma è sempre riportato alla realtà, al calore vitale dell’esperienza. La tecnica fine a se stessa è esclusa dalla conversazione, come se la strumentalità fosse incarnata in lui, è il suo naturale modo di vedere, di riflettere, di decidere come sarà l’immagine, anticipandola, ma solo in parte: il controllo, infatti, a un certo punto cede il passo allo sguardo infantile e alla consapevolezza dell’imprevisto, che può stravolgere il progetto e completarlo.

“Fotografare richiede tempo e mente aperta, senza pensare alla concretizzazione della sequenza, la fotografia si fa, parlarne è un controsenso, la fotografia è muta. Amo molto i lavori di Atget, Strand, Robert Frank e poi Walker Evans, talmente tanto che di Evans non riesco a parlare…”

Il pubblico, numeroso e partecipe, è stato la prova di come si garantisca la riuscita di un evento quando si giunge a creare l’incontro autentico con gli attori principali dell’arte, capaci di affrontare con sincerità anche gli aspetti più prosaici del mondo dell’arte, per esempio criticando apertamente:

“le mostre che mirano all’incasso, le mostre “furbe”. Tra fine ‘800 e primi ‘900 le foto di Jacob Riis o di Lewis Hine sono state un tentativo autentico di modificare la realtà mediante le testimonianze dirette di povertà e degrado sociale, mentre molte di quelle che abbiamo visto successivamente, anche di grande successo, non mi convincono, perché interviene la speculazione. La fotografia “urlata” presuppone un pubblico sordo. E’ irrispettoso, una mancanza di fiducia verso lo spettatore.  Abbiamo bisogno di educazione al silenzio, non all’urlo. La fotografia non è teatro. Queste mostre servono ad avere la fila fuori dal museo e le considero un momento di diseducazione. Vado in un museo per educarmi, ma se trovo l’immondizia, mi educherò all’immondizia, non alla qualità.”

E si è proseguito toccando anche gli aspetti più filosofici del lavoro fotografico:

“La fotografia non è obiettiva, è rappresentazione di una situazione o di un oggetto, di sé stessa e dell’autore, è la somma di questi tre elementi. Abbandonare l’intenzione è fondamentale, è una pratica che viene dall’oriente, infatti “Lo zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel, è stato uno dei testi di riferimento di Henri Cartier-Bresson e il maestro dice di lasciare che la freccia parta da sola. Così il mio amico Stephen Shore, quando è venuto a Luzzara nel 1993 per realizzare il suo libro fotografico: montava e tarava il banco ottico, rivolto a un muro; teneva lo scatto flessibile, lasciando passare il tempo senza muoversi, gli dava un po’ d’aria…e poi, a un tratto, scattava. E’ necessario tornare a essere disarmati, la cultura serve per armare il cervello, ma per fotografare serve uno sguardo innocente. La fotografia è un atto di devozione.”

E proprio in risonanza con questo, Camporesi, nel saggio, riporta una citazione di Guidi, che definisce perfettamente la componente quasi mistica, insita nel lavoro:

“Fotografare per me è essere nel mondo, toccare le cose, identificarmi con le cose, non criticare e non giudicare e quindi è un atto di preghiera. Anche se sono un laico, ho passato l’infanzia in parrocchia come molti bambini, ma poi al liceo ho letto alcuni libri di Bertrand Russell. Gran parte del mondo dell’arte contemporanea ha perso l’aspetto religioso e questo è grave. Cosa vuol dire l’aspetto religioso? Si esprime in una tensione verso lo spazio, il nulla, l’infinito, il cosmo. Ci sono le religioni ufficiali, ma non c’entrano, la vera religione è quella dell’arte, chiamiamola religione per comodità. Gli artisti non possono non essere religiosi, altrimenti non sono artisti.”

Alla terza presentazione (la seconda è stata al MAXXI di Roma con Olivo Barbieri), presso la sede di Spazio Labò a Bologna, l’autrice di Doppio sguardo ci ha regalato l’occasione per ascoltare un altro fondamentale della fotografia italiana, Nino Migliori (Bologna, 1926), in un incontro frizzante e divertente, in primo luogo per l’artista, che si è raccontato generosamente e ha affermato:

“mi piace talmente tanto lavorare che il mio quotidiano è impostato ancora sulla settimana lavorativa, che presuppone svegliarsi, andare in studio, sistemare l’archivio, ma soprattutto fare foto. La mia giornata è mediamente di 20 ore, dormo pochissimo, al massimo 4 ore, poi penso, scrivo, progetto, leggo, incontro persone, ho decine di progetti in mente e da quando ci siamo visti per il libro (Febbraio 2014), ne ho realizzati tanti.

Per esempio la serie “A lume di candela”: ho visitato alcuni grandi monumenti, scattando con il solo ausilio di una candela, fonte luminosa che con minimi spostamenti, cambia completamente la percezione dell’oggetto. Per le opere di Benedetto Antelami a Parma, il Cristo Velato a Napoli, la Biblioteca Malatestiana, il Duomo di Modena, ho passato ore, immerso nel buio, prima di trovare la condizione che corrispondesse al mio sentire.

Da questo lavoro ne è nato un altro, che porto avanti da qualche anno: fotografo a lume di fiammifero tutte le persone che entrano nel mio studio e ho un corpus di 600 ritratti che costituiranno una mostra in favore dell’Hospice Pediatrico promosso dalla Fondazione Hospice Mariateresa Chiantore Seragnoli, progettato da Renzo Piano a Bologna. Sempre a Bologna, ho lavorato per la Fondazione Cineteca seguendo il restauro del Modernissimo, storico cinema nel centro della città, chiuso e abbandonato da oltre una decina di anni, una sfida per riportare in uso la sala caratterizzata da raffinate decorazioni Liberty.

“Oltre il sipario” è un lavoro sul settecentesco Teatro Comunale di Bologna, che mi ha permesso di ritrarre e conoscere le antiche strutture, le straordinarie macchine che sollevano i piani del teatro, affascinanti e ancora perfette, per le quali ho scelto il bianco e nero e un’impressione drammatica, di contrasti, delle situazioni che solitamente non si vedono.

L’instancabile Migliori, ha proseguito:

“Ho girato un po’ per l’Europa, realizzando per esempio “Cuprum”, a Londra, mentre facevo colazione in un pub con piccoli tavolini dal ripiano in rame, tutti diversi perché segnati e corrosi dagli oggetti e dai materiali appoggiati, sembravano mappamondi in continua evoluzione; poi una serie di scatti nel seminterrato del Victoria& Albert Museum e ai grandi disegni pubblicitari sugli edifici di Camden Market, che in seguito ho modificato cromaticamente.”

Incontrare Migliori significa anche trovarsi a chiacchierare idealmente con i protagonisti assoluti dell’arte mondiale:

“Nella storia della fotografia i miei primi riferimenti sono stati Paolo Monti e Giuseppe Cavalli. Ho ripercorso lo schema del bianco di Cavalli (es. con “L’architetto”, giudicata la miglior foto del 1954) e del nero di Monti (per es. “Una sera d’estate”), per poi cercare i miei modi per esprimermi, abbracciando il Neorealismo e successivamente l’Arte Informale, appassionandomi di sperimentazione fotografica, di studio dell’errore come rappresentazione delle mie sensazioni.

Ho avuto la fortuna di conoscere e frequentare molti artisti, con i quali ho istaurato grandi legami di amicizia, come Emilio Vedova e Tancredi Parmeggiani, che mi ospitavano quando andavo a Venezia, all’inizio della mia carriera. Peggy Guggenheim (che ho ritratto più volte) invitò proprio noi tre per accogliere il primo quadro di Jackson Pollock nella sua casa museo. Per me, appassionato di Arte Informale, è stato indimenticabile, abbiamo festeggiato per tutta la notte.

Mi piaceva incontrare questi artisti e conoscere i motivi che stavano dietro al loro impegno artistico, capire se erano mossi dalla passione o da motivazioni più futili. Chiedevo di vedere i loro studi, gli oggetti di cui si circondavano. Ho centinaia di foto di artisti e studi, assolutamente inedite, prima o poi ne farò un lavoro.

E moltissime altre idee sono in corso di progettazione e realizzazione. Consiglio ai giovani di cercare di esprimersi, in qualsiasi forma, senza la ricerca del successo ad ogni costo, l’importante è sopravvivere con i propri pensieri e condividerli, mettersi in discussione… io per esempio, rifarei tutto ciò che ho fatto, ma in maniera diversa, sono molto autocritico. Con la fotografia come fatto espressivo, si può fare tutto, raccontare, documentare, scrivere, fare poesia. A mio avviso la fotografia è più vicina al mondo della poesia e della letteratura, che a quello dell’arte, perché è un mezzo che dà la possibilità di esprimere stati d’animo.”

E alla fine dell’incontro, quando dal pubblico arriva la fatidica e immancabile domanda sulla fotografia in analogico o in digitale, Nino (come pretende lo si chiami) stupisce tutti:

“ti dico come vorrei fotografare…. vorrei potermi mettere due sensori sulle tempie e con questi, ad occhi chiusi, trasmettere a mille chilometri di distanza, quello che ho visto… sono molto vicino alla ricerca, mi piace molto fotografare con lo smartphone… quello che mi interessa non è l’evoluzione della macchina, ma quella del pensiero”.

In conclusione, chiediamo a Silvia Camporesi, autrice del saggio, dei prossimi impegni:

“naturalmente proseguirò il tour di presentazione di Doppio sguardo, un libro che mi è costato fatica, ma mi sta regalando grandi soddisfazioni. Mi sto dedicando alla docenza, presso il L.A.B.A. di Rimini e Spazio Labò di Bologna; la mia carriera di fotografa, invece, prosegue in vista di Artefiera 2020 a Bologna, dove esporrò per la galleria romana Z2O di Sara Zanin, nella sede istituzionale, mentre a Spazio Carbonesi avrò una personale, su committenza di Hera e presenterò il mio lavoro in una collettiva, curata da Marina Dacci al Museo Civico Medievale.

Attualmente, alcune mie opere, fanno parte di due esposizioni internazionali, The Quest of Happiness, in Finlandia al Selarchius Museum ed Extraordinary Vision. Italy al Kolkata Center for Creativity, a Calcutta, in collaborazione con il MAXXI di Roma.” 

Info libro

  • Silvia Camporesi
  • DOPPIO SGUARDO. Conversazioni tra fotografi
  • Ed. Contrasto – 2019
Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

Commenta

clicca qui per inviare un commento