Inventions e Mast Photography Grant, a Bologna per tornare alla normalità

A Bologna, dal 4 febbraio sono riaperti gli spazi espositivi al MAST che ospitano la doppia mostra Inventions e Mast Photography Grant inaugurata a ottobre scorso, poi chiusa causa lockdown e ora prorogata fino al prossimo 14 febbraio.

Raggiungere lo status di zona gialla, oltre al miglioramento della situazione sanitaria che tutti ci auguriamo, comprende anche il  tornare finalmente a godere dell’accesso  a musei e spazi espositivi, dopo un lungo e faticoso digiuno, che a Bologna ad esempio, ha visto l’annuale edizione di ARTEFIERA sostituita da PLAYLIST, iniziativa digitale pensata dal Direttore Artistico Simone Menegoi come omaggio al pubblico (che ha risposto con 26.000 accessi al sito e oltre 170.000 pagine visitate), ancora disponibile sul sito  www.artefiera.it fino a fine febbraio, compresa la sezione In mostra curata da Stefano Arienti fino a fine marzo su www.artefiera.it/playlist/in-mostra/10557.html , con la promessa di ritrovarsi in presenza nel 2022, dal 21 al 23 gennaio, come di consueto.

Una parte, intitolata INVENTIONS, curata da Luce Lebart (curatrice e storica della fotografia), è una selezione tra le migliaia di fotografie di curiose invenzioni e degli attori principali della storia dell’innovazione, tratta dal catalogo dell’ “Office National des Inventions”, prodotto tra il 1915 e il 1938 in Francia.

Negli anni che comprendono la prima guerra mondiale e precedono la seconda, il sottosegretario di Stato per le Invenzioni, Jules-Louis Breton indica l’uso della fotografia come ideale per tracciare, valutare e conservare in archivio i vari passaggi di progettazione e realizzazione di strumenti rivoluzionari e ingegnosi, strategici durante il conflitto bellico, utili in periodo di pace.

Nessuna di queste foto è firmata, ma la qualità dei materiali e la cura posta nella creazione di set ad hoc per macchine o dimostrazioni, non sono certo di chi improvvisa il mestiere, tra i “registi” infatti troviamo anche Alfred Machin, specialista di cinema burlesco e di documentari sugli animali e Jean Comandon, pioniere del documentario scientifico.

Tali dispositivi tendono a un’idea di modernità diretta ad alleggerire il peso delle incombenze casalinghe, ma anche, in parallelo, a sostenere chi in guerra ha subito mutilazioni o ferite così gravi da rendere difficoltoso il reinserimento lavorativo.

Dal processo scientifico risultano spesso progetti visionari, affascinanti anche per il loro apparire come bizzarre opere d’arte, sculture futuristiche che a volte centrano l’intento, altre lo mancano completamente (ne è un esempio la maschera antigas per cavalli), senza però che i fallimenti pongano limiti alla fantasia e allo slancio creativo, in linea con ciò che afferma Samuel Beckett “Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio”.

La seconda parte della mostra è costituita dai lavori dei cinque finalisti, selezionati fra 47 talenti emergenti della fotografia mondiale, per la sesta edizione del concorso MAST Photography Grant on Industry and Work, a cura di Urs Stahel, ognuno con un progetto inedito e originale: sono Chloe Dewe Mathews, Alinka Echeverría (vincitrice di questa edizione), Maxime Guyon, Aapo Huhta e Pablo López Luz.

Ci sembra di poter legare con un filo comune i diversi racconti per immagini, grazie alla definizione dell’architetto e antropologo siciliano Franco La Cecla, tratta dal suo scritto Perdersi (Meltemi, riedizione 2020):

“Noi siamo carne e geografia. Lo spazio è una condizione necessaria alla costruzione della nostra identità e quanto più veniamo allontanati dalla diretta manipolazione di esso tanto più la nostra identità si fa scialba, perde interesse anche per noi stessi.

La bellezza del mondo serve a costituire la varietà degli umani, la sostanzia di colori, odori, memorie, sogni e nuvole. Qualunque altra maniera di costituire l’identità, se non è tappezzata dai paesaggi, dalle terre e dalle acque circostanti risulta magari più regolare, più ramificata, ma molto meno ambigua, variegata e piena di sorprese.

Così è vero che uno può crescere in un paesaggio virtuale, abituare le sue metafore alle reti informatiche, diffondersi dalla tastiera del computer nel vasto mondo dei contatti, ma il suo corpo, anche se diventerà sottile ed efficace, perderà la goffaggine e la terrestrità che ci consente di essere cugini delle lucertole e parenti dell’argilla.”

Il riferimento geografico inizia dalla provenienza dei giovani artisti, Regno Unito, Messico, Finlandia, Francia, ma ben presto si dilata includendo ad esempio l’immenso Mar de Plástico, la distesa agro-industriale che occupa ormai gran parte della Spagna Meridionale e riunisce un’infinita estensione di serre che riforniscono di frutta e verdure gran parte delle rivendite europee.

Lo stesso terreno un tempo ospitava varie miniere ormai abbandonate e set cinematografici ora in disuso. Così For a Few Euros More, di Chloe Dewe Mathews, tocca temi che riguardano i moderni sistemi agricoli, la produzione e il consumo di cibo, lo sfruttamento di manodopera, risorse e suolo, la crisi ambientale, l’immigrazione.

Nella serie Baja Moda, Pablo López Luz ricerca e fotografa le vetrine di piccoli negozi di abbigliamento e accessori nelle città dell’America Latina, dando così voce e visibilità all’orgogliosa resistenza dei proprietari contro la globalizzazione e la delocalizzazione della produzione soprattutto in Asia, nel tentativo di conservare gli stili e l’identità della cultura latinoamericana, minacciati dalle attuali logiche del commercio.

All’opposto della precedente visione per certi versi romantica, si pone Aircraft: nell’opera di Maxime Guyon lo spazio artificiale, frammentato, artefatto, irreale, privo di riferimenti architettonici o temporali, si spinge all’estremo del controllo; sono scatti dove tutto è perfettamente a fuoco, dalle macro strutture fino al minimo particolare e hanno come unico soggetto gli aeromobili e la loro tecnologia, capolavori della ricerca, ossessivamente indagati ed esaltati, aspirano ad una onnipotenza solo illusoria.

Sorrow? Very Unlikely è l’opera visiva e sonora di Aapo Huhta incentrata sul territorio rurale finlandese, connotato da tradizionali villaggi dove gli abitanti appaiono in armonia con la natura e la loro storia. Queste immagini, vengono poi analizzate per cinque volte da algoritmi che calcolano con sistema binario le probabilità che accadano determinati eventi. Due mondi che in teoria si avvicinano, ma non riescono a comunicare in maniera efficace e finiscono col creare uno stordente effetto confusivo.

Molti riferimenti geografici anche nell’opera vincente del contest, Apparent Femininity di Alinka Echeverría, che partendo dalla rielaborazione di fotografie d’archivio, giunge a tre istallazioni realizzate su diversi supporti; ad iniziare da Hélène, nome molto diffuso in Francia all’epoca del film muto, quando erano soprattutto le donne ad occuparsi del montaggio delle pellicole cinematografiche, spesso decidendo in autonomia cosa pubblicare o meno.

L’opera della fotografa messicana celebra queste lavoratrici, con una serie di stampe su lastre di vetro che riportano i gesti e i materiali tipici del loro lavoro; Grace, una “tenda” luminosa a LED traduce un famoso ritratto di Berenice Abbot a Grace Hopper, ammiraglio della flotta navale americana ed esperta informatica.

Infine Ada omaggia la matematica Augusta Ada King, contessa di Lovelace, ritenuta la prima programmatrice della storia, con un grande mosaico che accosta immagini di repertorio, frame da film, ma anche icone come una testa di Medusa.

immagine per museo Mast bologna Alinka Echeverría
Alinka Echeverría _ Apparent Femininity (part.)_ph. Cristina Villani

Un trionfo di figure femminili del recente passato, di fondamentale importanza per il mondo intero, ma delle quali difficilmente si conosce il nome e l’interrogativo che l’artista ci propone, si estende al futuro della figura femminile nella società e nell’evoluzione della stessa.

Geografie multiple, dunque, a confermarci che senza diversità, senza varietà di spazi e di esperienze, anche i nostri corpi e le nostre identità sono meno definiti, “più scialbi” dice La Cecla.

Siamo fermi da tempo, è stato necessario reinventare, per motivi certamente condivisibili, tutta una parte della nostra esperienza, concentrarla in ambiti più ristretti, mediarla con la tecnologia e ci siamo ritrovati a confronto con situazioni che inizialmente apparivano irreali.

Abbiamo vissuto una fase di incredulità, poi di malinconia, il pensiero e l’immaginazione sono stati coartati da preoccupazioni e timori, abbiamo tentato di riadattarci senza rimanere schiacciati.

Inevitabilmente segnati, ci auguriamo di poter tornare al più presto ad immergerci in altre geografie, a farci modellare da altri territori.

  • Fondazione MAST
  • 8 ottobre 2020 – 14 febbraio 2021
  • Via Speranza, 42 – Bologna
  • Ingresso solo su prenotazione e per gruppi di 8 persone al massimo per ogni slot orario fino a esaurimento dei posti disponibili.
  • Per informazioni: www.mast.org
  • press@fondazionemast.org

Inventions – a cura di Luce Lebart

MAST Photography Grant on Industry and Work – a cura di Urs Stahel

  • A causa delle limitazioni imposte dalla situazione sanitaria, gli autori non hanno potuto partecipare alla presentazione della mostra, quindi la Fondazione MAST mette a disposizione le interviste filmate sul proprio sito, oltre alla visita guidata con il curatore Urs Stahel e ad altri contenuti relativi alle mostre precedenti.
  • https://www.mastphotogrant.com/it/
  • info@mastphotogrant.com
Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

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