Biennale Foto/Industria 2019 Tecnosfera

Si provi, con uno sforzo enorme, a quantificare approssimativamente il peso del costruito che poggia sulla crosta terrestre.

Il risultato di questo calcolo folle, valutato in circa trenta miliardi di miliardi di tonnellate, corrisponde alle strutture che l’essere umano ha creato attorno a sé per la propria sopravvivenza. Tutto ciò va sotto il nome di “Tecnosfera”, definizione coniata nel 2013 dal geologo Peter Haff.

Se è arduo approcciare anche solo il senso di un simile calcolo, appena si varca la soglia dell’argomento, dopo la vertigine che ci coglie nel tentativo di visualizzare una parte infinitamente piccola di questa massa materica, l’immagine che ci sovviene è tanto vaga quanto inquietante.

Ma proprio questa è la base tematica da cui parte l’esplorazione compiuta dai protagonisti della Biennale Foto/Industria 2019, promossa dalla Fondazione MAST a Bologna, sotto la direzione artistica di Francesco Zanot. L’uso della fotografia, associato al video, all’istallazione e a tutte le tecniche visive possibili, ci conduce in un percorso che si snoda nel centro della città, in dieci sedi storiche, che ospitano ciascuna una mostra dedicata all’argomento del Costruire, senza alcuna pretesa di esaustività, vista la dimensione sconfinata della materia, ma con l’intento di trasformare, secondo Isabella Seràgnoli, Presidente della Fondazione MAST,

“la città dal centro alla periferia, in un laboratorio dedicato a momenti diversi sia della storia della fotografia che della storia dell’umanità, soprattutto in rapporto all’uso di strumenti tecnologici. La fotografia non è solo il risultato di un’esperienza estetica ma anche un oggetto che suscita continue domande e ci impone di riunire esperti di discipline diverse (storia dell’arte, antropologia, scienze della politica ma anche dell’economia) per riuscire a elaborare risposte efficaci. Si tratta di vedere, di capire, di conoscere per proporre un pensiero complesso, capace di far fronte alle semplificazioni che ci assalgono quotidianamente.

Con Foto/Industria 2019, la Fondazione MAST vuole riflettere su ciò che è accaduto e sta accadendo nel mondo: è una nostra responsabilità. Per questo molteplici iniziative collaterali accompagneranno le mostre e consentiranno di porre l’attenzione intorno a quanto si consuma di giorno in giorno sotto i nostri occhi. Impareremo a vedere meglio, a vedere in profondità.

Acquisire consapevolezza significa già mettere un piede nel futuro.”

In aggiunta alla grande “Anthropocene”, nella sede istituzionale del MAST in Via Speranza 42, l’esperienza multimediale creata da Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicolas De Pencier, co-curata da Urs Stahel e prorogata fino al 5 gennaio 2020 visto l’incredibile flusso di spettatori, la Biennale Foto/Industria si avvale quest’anno della presenza di dieci artisti contemporanei e non, che hanno affrontato l’argomento del lavoro nella declinazione del costruire: Yosuke Bandai (Museo della Musica), Lisetta Carmi (Oratorio di Santa Maria della Vita), David Claerbout (Spazio Carbonesi), Matthieu Gafsou (Palazzo Pepoli Campogrande), Luigi Ghirri (Palazzo Bentivoglio), Délio Jasse (Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna), André Kertész (Casa Saraceni), Armin Linke (Biblioteca Universitaria), Albert Renger-Patzsch (Pinacoteca Nazionale) e Stephanie Syjuco (MAMbo).

Per consentire un migliore approccio al progetto, il Direttore artistico, Francesco Zanot, suddivide idealmente il corpus globale dei lavori in mostra, in quattro aree tematiche:

“Albert Renger-Patzsch, André Kertész e Luigi Ghirri si concentrano sui processi di costruzione e sul loro carattere trasformativo.
Lisetta Carmi, Armin Linke e Délio Jasse impostano un discorso sociale e politico.
David Claerbout e Yosuke Bandai guardano ai resti dell’umana febbre di costruire.
Stephanie Syjuco e Matthieu Gafsou si proiettano nel futuro e sottolineano la natura circolare e inarrestabile del costruire.”

Entrando più nel particolare, Renger-Patzsch, tra gli anni ’20 e ’30, documenta le modifiche del paesaggio rurale nel bacino minerario della Ruhr, in Germania, dopo l’era industriale, arrivando a delineare un insospettabile quadro armonico ed elegante.

Kertész nel suo unico reportage di fotografia industriale, esplora i nuovi materiali (siamo negli anni ’40), come la Viscosa e la lavorazione del caucciù nelle industrie Firestone.

Ghirri, invece, anche nella committenza di grandi firme come Marazzi, Bulgari, Costa Crociere e Ferrari riesce a trattare i soggetti industriali come nature morte, intrise di poesia.  Possiamo poi immaginare Lisetta Carmi, negli anni ’60, nelle fonderie dell’Italsider o al Porto di Genova, che tributa alla presenza dell’uomo e alla fatica del lavoro, il valore di protagonisti assoluti.

Linke pone i fondali oceanici al centro del proprio progetto, aprendo spazi altrimenti irraggiungibili alla vista dello spettatore, materia d’intrighi geopolitici su scala universale per il loro carattere strategico e scientifico. Jasse racconta la storia di Luanda, capitale dell’Angola, tra le metropoli africane con il più alto tasso di crescita, dove a costruire sono soprattutto imprese cinesi e internazionali: materiali e immagini sono sovrapposti, come si accavallano e stratificano gli esseri umani e i loro prodotti.

Claerbout mette in scena la profonda critica dell’antropocentrismo, avvalendosi come simbolo, dell’Olympiastadion di Berlino, sede delle Olimpiadi del 1936 durante il regime nazista e progettato per resistere mille anni, secondo i diktat del Terzo Reich.  Sfrutta la tecnologia dei videogiochi, per costruire un modello che ricalca perfettamente l’originale e dall’avvio del progetto, a Marzo 2016, procede inesorabilmente verso la dissoluzione, ad opera della natura.

È una serissima farsa della celebre teoria del “valore delle rovine”, secondo cui il glorioso decadimento dell’edificio sarebbe parte del progetto stesso. Bandai raccoglie oggetti buttati per strada, materiali e rifiuti: li strappa allo scorrere del tempo, li plasma in sculture effimere e colorate e li consegna all’immortalità, scansionando le immagini ottenute per trasformarle in oggetti di culto del quotidiano.

L’opera davvero spettrale di Syjuco è ottenuta ripercorrendo con Google Earth a San Francisco l’itinerario del cable car, filmato dai Miles Brothers nel 1906, pochi giorni prima del violento terremoto che distrusse la città; ma anche il video dell’attuale percorso ci mette a confronto con l’altrettanto radicale trasformazione del territorio quando interviene l’uomo.

Gafsou, infine, esalta i sogni più sfrenati del transumanesimo, il movimento secondo cui la tecnologia dovrebbe essere sfruttata al massimo per aumentare le performance fisiche e cognitive dell’uomo, fino al miraggio dell’immortalità. È un trionfo di chip, cyborg, ingegneria genetica, crioconservazione. Dopo avere costruito tutto ciò che lo circonda, il genere umano costruisce sé stesso.

Ma in tutto questo è già iscritto il fallimento.

La tecnosfera è la più recente delle sfere terrestri, ma anche la più inefficiente, infatti l’uomo assecondando il proprio senso di onnipotenza, costruisce maestosi mondi, incapaci però di auto sostenersi. La grande sfida, sta nel prenderne coscienza e rapidamente, porvi rimedio.

Un valore che si aggiunge all’indiscutibile qualità delle opere e dei progetti presentati in questa edizione di Foto/Industria, è costituito dall’efficace e raffinato allestimento delle dieci mostre, affidato all’architetto Francesco Librizzi, che ha saputo valorizzare il dialogo fra i luoghi dedicati e i materiali esposti.

Info

  • FOTO/INDUSTRIA 2019 – TECNOSFERA: L’UOMO E IL COSTRUIRE
  • 11 MOSTRE / 11 LUOGHI
  • A cura di Francesco Zanot
  • Dal 24 Ottobre al 24 Novembre
  • Martedì – Domenica 10/19 – (la sede espositiva del MAST chiude alle 18.30)
  • Ingresso gratuito
  • Infopoint Piazza Nettuno (aperto tutti i giorni 10-19)
  • Catalogo a cura di Francesco Zanot
Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

Federica Casetti

Federica Casetti

Nata a Ferrara, a 5 anni realizza la sua prima casa delle bambole con spezzoni di travi in ferro; dal 1992 al 2006 vive a Venezia dove si laurea in architettura. Nel 2008 dopo un internship presso lo Studio Asymptote di New York rientra a Venezia, all' Università IUAV, dove lavora come assistente alla didattica nel corso di Architettura degli Interni. Attualmente è tornata a Ferrara dove prosegue l’attività di Architetto e Designer nel suo studio tra i tetti della città medioevale.

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