Nel 1845 Katsushika Hokusai (pittore giapponese famoso per La Grande Onda) dipinge un’opera magnifica e intensa: gli spiriti maligni responsabili di pestilenze e malattie arresi ai piedi del Dio Su Sa NooNo, che li domina; per esprimere la propria gratitudine e il grande potere della divinità scintoista, il Maestro impiega, tra le altre cose, raffinati e vivaci colori e conta sull’impatto emotivo di un’opera dalle grandi dimensioni.
Nel 1923 un incendio causato da un forte terremoto distrugge completamente l’opera, lasciando come unica testimonianza la foto scattata nei primi anni del ‘900 da un fotografo di opere d’arte, un’immagine in bianco e nero di qualità talmente accurata da rappresentare il punto di forza del progetto che permetterà al Sumida Hokusai Museum di Tokyo di realizzare la copia praticamente perfetta dell’opera perduta.
Un team costituito da storici, artisti e tecnici, attraverso la comparazione delle delicate sfumature dei grigi della stampa novecentesca con la versione fotografata digitalmente in bianco e nero di altre opere policrome del pittore giapponese, che sono arrivate integre fino a noi, riesce a risalire ai colori originali e a renderli in una replica di grande valore, ora esposta nel museo.
Incredibile il valore che certi oggetti assumono pur non essendo, in realtà, la vera opera d’arte, ma l’unico modo per risalire a questa.
Per certi versi simile, è la storia della celebre fotografia “Lunch atop a skyscraper” del 1932: sulle impalcature del Rockefeller Center di New York in costruzione, undici operai trascorrono la pausa pranzo seduti su una trave sospesa a 250 metri di altezza, apparentemente incuranti della situazione. L’identità del vero autore dello scatto è ancora controversa, ma è una delle immagini più famose al mondo.
Nel 1996 la lastra di vetro del negativo originale si è rotta in cinque frammenti e ora è custodita all’interno di due valigie protettive, in condizioni ambientali di temperatura, luce e umidità rigidamente controllate per preservarla da altri incidenti, a Iron Mountain, un sito strategico sotterraneo in Pennsylvania che accoglie questo e altri pregiatissimi materiali artistici e non (opere d’arte, pellicole cinematografiche, spartiti musicali, documenti ufficiali, etc.).
Nel 2018 il fotografo Armin Linke si è recato proprio ad Iron Mountain per realizzare uno scatto del prezioso negativo su vetro, da inserire nel progetto che assieme a Estelle Blaschke, storica della fotografia delle Università di Basilea e di Losanna, indaga e analizza gli aspetti relativi al capitale, al valore che le immagini assumono, in termini di informazioni e quindi anche come espressione di potere.
Una parte di questo materiale è esposto al MAST di Bologna (dal 22/9/22 all’8/1/23) con una sorta di istallazione immersiva, a cura di Francesco Zanot, nella mostra intitolata “IMAGE CAPITAL – La fotografia come tecnologia dell’informazione”.
Il lavoro di Linke e Blaschke, che da cinque anni raccolgono testimonianze di ogni epoca e in diverse forme, interviste, oggetti, strumenti scientifici, immagini realizzate dallo stesso Linke, filmati, scansioni, è presentato al pubblico dal curatore come un’esperienza da vivere in prima persona, un “precipitato del lavoro progettuale”, come lo definisce Zanot, attraverso il quale ci avviciniamo all’uso dello strumento fotografico in ambito scientifico, culturale, industriale, comprese le relative valenze economiche che ne derivano.
Dopo “Ter Laak Orchids”, di Armin Linke, la visione di un vaso di orchidee non sarà più la stessa… gli autori, ci svelano il meccanismo e le implicazioni che stanno dietro la coltivazione di questi fiori. In uno dei più importanti centri di produzione e ricerca, in Olanda, ogni pianta viene scansionata trenta volte e continuamente sorvegliata da sensori ottici che durante il ciclo di crescita, “ordinano” a bracci robotici di ricollocarla nella posizione ambientale ottimale in termini di umidità, esposizione alla luce, etc. Le piante sono poi scelte e inviate ai Paesi di destinazione in base ai metadati risultati da queste riprese, allo scopo di individuare le caratteristiche adatte alle diverse richieste di mercato, per esempio più fiori per i Paesi del Sud Europa, più boccioli al Nord.
Altro aspetto interessante, tutte queste immagini vengono distrutte una volta estratti i metadati necessari per la raccolta delle informazioni aziendali e di marketing.
Il settore della ricerca per i prodotti dell’agricoltura e quindi relativo al nostro cibo, usa sistemi molto simili per selezionare le coltivazioni, ottimizzare la produzione e per ottenere verdura e frutta sempre più appetibili per chi consuma e per chi produce, per cui paradossalmente, afferma Linke, “l’immagine produce la realtà”.
Il progetto IMAGE CAPITAL nasce dalla collaborazione di Fondazione MAST di Bologna con il Museum FOLKWANG di Essen, il Centre POMPIDOU di Parigi, il DEUTSCHE BÖRSE PHOTOGRAPHY Foundation di Francoforte/Eschborn e si esprime in un percorso suddiviso in sei ambienti, nei quali le opere sono affiancate alla parte testuale, basilare per comprendere appieno i contenuti, redatta da Estelle Blaschke.
Le sezioni sono Memory (come la fotografia può registrare e mantenere le informazioni), Access (archiviazione, organizzazione e catalogazione), Protection (conservazione e protezione di contenuti e informazioni), Mining (analisi e uso delle immagini per il riconoscimento automatico), Imaging (visualizzazione della realtà, rendering, modellazione digitale), Currency (il valore dell’immagine in relazione alle informazioni che racchiude).
“L’errore degli errori”, per il filosofo e sociologo Piero Dominici, è “la confusione tra complicato e complesso”, come ci ricorda la sociolinguista Vera Gheno nel suo “Le ragioni del dubbio” (Einaudi 2021): questa mostra complessa lo è senz’altro e come potrebbe non esserlo quando accanto al modello in legno con fotomontaggio per la “Ricostruzione del Ciclo di Sant’Orsola di Carpaccio” (realizzato nel 1904 da Gustav Ludwig) troviamo tutto sulla moderna coltura del pomodoro…
IMAGE CAPITAL fa saltare alcuni punti cardine, affianca le immagini del 1889 di Aimé Girard sulla coltivazione della patata con quelle del 2021 dei più avveniristici sensori ottici usati al CERN di Ginevra… ma non c’è confusione, tutto è ordinato come un archivio e la chiave di accesso è offerta dall’organizzatore-linguaggio, l’apporto di Blaschke come storica della fotografia.
Le mostre del MAST spesso si discostano (per poi tornarci, di tanto in tanto) dalle più classiche esposizioni di fotografia per presentare progetti sulla fotografia, puntando sulle riflessioni e sulle aperture che questa stessa intesa in senso lato, ci offre. Una mostra complessa, dunque, perché tali sono i contenuti che veicola, ma che sa coniugare anche l’aspetto estetico, finemente curato. La bellezza non va in second’ordine, ma È nella complessità del mondo.
Informazioni IMAGE CAPITAL. La fotografia come tecnologia dell’informazione
- Estelle Blaschke e Armin Linke
- A cura di Francesco Zanot
- Dal 22 Settembre 2022 all’8 Gennaio 2023
- Martedì – Domenica 10/19 – Ingresso gratuito
- FONDAZIONE MAST – Bologna
- www.mast.org
Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia
























