Secondo l’artista, Mohamed Bourouissa, nato nel 1978 in Algeria e cresciuto in Francia, l’esperienza vissuta in condivisione con persone è il cuore della pratica artistica e intitola la propria mostra Communautés: curata da Francesco Zanot e presentata al MAST di Bologna, è la sua più grande esposizione in Italia (in precedenza, nel 2011, è stato ospite alla Biennale d’Arte di Venezia e di recente il Palais de Tokyo di Parigi gli ha dedicato una personale) e abbraccia vent’anni di carriera, dal 2005 fino agli inediti conclusi in occasione della mostra.
“Communautés”, dal francese “Comunità”, suggerisce e richiama la dinamicità di nauta, dal latino navigante, marinaio. E Bourouissa, grazie alla propria poetica artistica, compie davvero un viaggio nel mare della communis, la collettività, a partire dalla profondità delle radici, che si diramano e allontanano dalla pianta, pur restandone sempre legate.
L’arte dunque come veicolo di pensiero, cultura, politica, scambio, che l’artista esprime ibridando i vari medium, fotografia, performance, scultura, teatro, cinema, disegno, musica (è in uscita il suo primo album) intesa anche come ritmo che lega le opere, frutto di processi articolati, in dialogo con la storia, gli spazi espositivi, l’architettura.
Nel passare da una tecnica all’altra e nella fusione tra queste, non c’è giudizio o confronto, ogni linguaggio ha la propria dignità, tutto confluisce nella sperimentazione e nella ricerca, forzate fino al limite.
Commentando le opere, Bourouissa dichiara il proprio particolare interesse per il concetto stesso d’immagine e per come questa, nel tempo, sia mutata, (iper)prodotta, consumata, gestita, manipolata.
Nella personale esposta al MAST di Bologna, che proseguirà fino al 28 Settembre, l’artista e il curatore, Francesco Zanot, presentano quattro serie di lavori.
Si parte da Périphérique (2005-2008) che porta, letteralmente, alla ribalta il tema delle rivolte nelle banlieues francesi, dei movimenti per l’autodeterminazione delle comunità sottorappresentate, che pagano ancora il prezzo del post colonialismo, delle forti tensioni tra individui e istituzioni, dei rapporti tra singolo e massa, tra storie e Storia.
Oltre alle persone, ruolo di soggetto attivo è ricoperto anche dalla città, dalla situazione abitativa, dal lavoro, dall’offerta culturale, dal contesto di vita.
Le immagini, chiaro richiamo alla pittura classica (ma anche a uno dei principali riferimenti artistici, Jeff Wall), con citazioni di Delacroix, Ingres, David, sono veri e propri tableau vivant, risultato di una messa in scena i cui protagonisti sono amici, abitanti dei sobborghi, attori non professionisti.
La Périphérique a Parigi, è anche la tangenziale che interpreta la barriera fisica e simbolica tra centro città e margine. A questa serie, ufficialmente conclusa, in realtà, di tanto in tanto, dettate dall’urgenza del messaggio e della sua attualizzazione, conseguono altre opere.
La priorità, infatti, è continuare a riflettere e accogliere la complessità della condizione sociale, economica e politica in costante evoluzione e di decostruire i cliché che limitano e irrigidiscono la rappresentazione del mondo arabo in Occidente.
La serie Horse day (2013-2019) è stata realizzata a Philadelphia, nella scuderia sociale Fletcher Street Urban Riding Club.
Fondata nel 2004 da alcuni membri della locale comunità afroamericana, offre ai giovani del quartiere l’opportunità di praticare l’attività equestre come passione e alternativa di vita.
Ritroviamo qui, nelle immagini e nelle parole dei protagonisti (l’opera comprende anche un film di 13 minuti), la rottura dello stereotipo dell’Old Far West, con il classico cowboy bianco sostituito da ragazzi afroamericani, latinos e nativi, che operano un sincretismo e trasformano la competizione in una parata coloratissima e improbabile, dove cavalli e cavalieri indossano costumi sgargianti realizzati con materiali di recupero. Tutti partecipano con divertita serietà, molto compresi nella parte, in un giorno speciale, che s’intuisce molto distante dal quotidiano.
Bourouissa, che ha realizzato le sculture premio per i vincitori, in questa sorta di rodeo/carnevale, coglie la suggestione del riflesso delle scene distorte dai cofani lucidi dei pickup del pubblico e le riproduce sulle proprie opere, assemblando parti di carrozzeria di auto, i finimenti dei cavalli, figure in stampa 3d; poi raccoglie ed espone i paramenti delle cavalcature e degli eroici cavalieri che per un giorno soppiantano le iconiche figure del vecchio immaginario e incarnano l’idea di un possibile riscatto sociale.
Shoplifters (2014): Bourouissa è a Brooklyn e vede esposte nella vetrina di un mini market, una serie di Polaroid che ritraggono i volti di chi era stato scoperto a rubare nel negozio, in posa con la refurtiva.

Il proprietario aveva escogitato questa “punizione” per svergognare i trasgressori. Ma la cattiva qualità delle immagini, la banalità della refurtiva (biscotti, cibo in scatola, una bottiglia di birra, una confezione di uova, etc.), creano l’effetto opposto.
L’artista ri-fotografa i ritratti e crea una galleria di espressioni disperate, smarrite e dolenti, che capovolgono e sabotano l’intenzione di chi si era servito del dispositivo di sicurezza e sorveglianza, rendendolo principale attore di violenza e aggressività.
Ciò che si ottiene, infine, è l’assoluzione delle persone, ma la condanna della società quando criminalizza la povertà.
Hands (2025) è il progetto che attualmente impegna Bourouissa e che viene proposto per la prima volta al pubblico a Bologna, in occasione della mostra.
Si presenta come una serie di strutture a griglia di ferro, che supportano stampe su fogli di plexiglass colorati, con inserimenti di parti metalliche, appuntite e taglienti. Le foto usate sono particolari di riprese di perquisizioni corporali effettuate dalla polizia, quindi mani che toccano, esplorano, invadono, si difendono, stringono.

La grata (che qui nulla ha a che vedere con la gratitudine), imprigiona, costringe, opprime, ma lascia comunque vedere attraverso e ci impedisce di nasconderci dietro a un “non lo sapevo”.
Bourouissa riporta le parole di Antonin Artaud, che hanno ispirato questo lavoro, “La grille est un moment terrible pour la sensibilité, la matière”, la grata rappresenta un trauma sia per lo spirito che per il corpo.
Accanto a quelle di ferro, stanno le griglie mentali, concettuali, che ci ingabbiano negli schemi e nei pregiudizi, escludendo il pensiero e il porsi domande.
L’arte, al contrario, porta con sé l’offerta della riflessione, della conoscenza e delle risposte possibili, che generano altre domande, perché, citando Zanot, “l’arte ci guarda e ci riguarda”.
Mohamed Bourouissa, Communautés. Projects 2005-2025
- A cura di Francesco Zanot
- MAST _ Bologna
- Via Speranza, 42
- www.mast.org
- Fino al al 28 settembre 2025
Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia



















