Il Teatro Elfo Puccini di Milano ospita in scena Il teatro comico di Carlo Goldoni, una riscrittura firmata da Valentina Diana e portata in vita dalla Compagnia Invisibile Kollettivo, che si cimenta in un audace tentativo di rileggere, in chiave contemporanea, le più celebri opere goldoniane.
Lungi dall’essere una mera riproposizione dei capolavori veneziani settecenteschi, questa versione si assume il rischio di una totale reinvenzione, esplicitata già nella locandina: “Il teatro comico di Carlo Goldoni che oggi portiamo in scena non è quello di Carlo Goldoni”.
Un’affermazione perentoria che si traduce in un esperimento scenico (ancora una volta) metateatrale dove l’omaggio e la decostruzione si intrecciano in un gioco di specchi che, pur affascinante sulla carta, fatica a trovare una sua cifra pienamente distintiva.
L’operazione, che poggia sulla rielaborazione di una vicenda nota, si snoda attorno a una compagnia teatrale alle prese con le proprie miserie, tra stenti e stereotipi del mestiere, laddove la condizione dell’attore, relegato in un limbo tra precarietà e necessità di autoaffermazione, diviene il filo conduttore della narrazione.
Pur permeato da una sottile critica sociale, il testo non riesce ad affondare la lama, risultando in alcuni momenti prevedibile e privo di quella mordacità necessaria a dare vera linfa vitale alla messinscena.
Tuttavia, il tono ironico e l’inventiva non mancano. Emblematico in tal senso è il leitmotiv del finto sponsor Caffè Lavacchia, omaggio parodico alla celebre Bottega del Caffè del 1750, che si traduce in una serie di siparietti in cui gli attori, con mirabile verve, si prodigano per convincere il pubblico delle mirabolanti virtù della bevanda.
In particolare, Franca Penone si distingue per un’interpretazione piacevolmente trascinante e per una presenza scenica capace di risollevare il ritmo dello spettacolo nei suoi momenti più statici.
La figura del capocomico, incarnata da Alessandro Mor, costituisce il centro gravitazionale attorno a cui ruota la vicenda. Sin dall’apertura del sipario, lo vediamo immerso nello studio febbrile di migliorie sceniche, intento a scongiurare il fallimento imminente della compagnia.
Il suo ruolo rievoca l’eterno dilemma goldoniano sulla riforma teatrale, enfatizzato dalla presenza delle maschere della Commedia dell’Arte, con Arlecchino (Lorenzo Fontana) e Brighella (Nicola Bortolotti) che, con un gesto quasi ribelle, si concedono il lusso di evadere dallo script e riscoprire il gusto del vecchio canovaccio.
A questa rilettura si affianca un curioso stratagemma sociologico, incarnato dalla figura di Mirandolina, impersonata da Elena Russo Arman.
Non più intrappolata nel gioco di potere tra servi e padroni, la sua nuova condizione, che la vede accanto a un uomo di ceto superiore, sembra voler imprimere un’apertura verso dinamiche sociali più moderne, ma il risultato appare più come un pretesto intellettualistico che una reale innovazione drammaturgica.
Dal punto di vista visivo, la scenografia – con la sua rappresentazione realistica delle quinte-sottotetto dove la compagnia si accampa e prova – risulta funzionale e ben studiata, così come il sapiente gioco di luci e la cura dei costumi.
Tuttavia, laddove lo sguardo è appagato, l’orecchio e l’intelletto restano in parte insoddisfatti: la pièce, che si propone di ingolosire e divertire, non riesce a mantenere un ritmo costante capace di strappare risate autentiche.
L’aggiunta di lazzi e riferimenti a gag celebri finisce per appiattire la narrazione, impedendo agli attori – pur straordinari nel loro talento individuale – di esprimere appieno la propria brillantezza.
Abbiamo ragione di credere che Il teatro comico di Goldoni sia un esperimento audace e curioso, ma che fallisce nel seguire l’unica stella polare che avrebbe dovuto guidarlo: l’originalità. Perché, se è vero che l’ironia è il cuore pulsante del teatro goldoniano, essa si nutre di una finezza che qui, purtroppo, risulta smarrita, lasciando il pubblico in attesa di un guizzo che fatica ad arrivare.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini
- Matteo Resemini












