Le rappresentazioni teatrali – quando sono autenticamente necessarie – non si limitano a intrattenere: esse incidono, scandagliano, disvelano. Il teatro, nel suo dispositivo più alto, produce un beneficio analogo a quello di una seduta analitica di ascendenza freudiana: convoca lo spettatore a un confronto con l’ombra, con l’“Es” che si agita sotto la superficie dell’io narrante. In questo senso, l’allestimento de La coscienza di Zeno, andato in scena al Teatro Elfo Puccini di Milano si inscrive in quella linea di teatralità letteraria che fa dell’autoanalisi materia scenica viva, trasformando la parola scritta in organismo pulsante e ambiguo.
A poco più di un secolo dalla pubblicazione del romanzo di Italo Svevo, l’operazione di riscrittura firmata da Monica Codena e dal regista Paolo Valerio compie una scelta dichiaratamente chirurgica: sfoltire per necessità e comprimere per eleganza.
Molti episodi che nel testo originario amplificano la complessità labirintica della narrazione vengono necessariamente sacrificati; tuttavia, lungi dal produrre un impoverimento, tale sottrazione imprime allo spettacolo un ritmo sorprendentemente dinamico e agile. La drammaturgia procede per quadri sintetici, per scarti improvvisi, per accelerazioni che rispecchiano la discontinuità psichica del protagonista.
L’impianto scenico, dominato da un occhio vigile sul fondale, introduce un elemento iconografico di forte suggestione simbolica: non mero orpello, ma allusione a una totalità del sapere indistinguibile, a una coscienza universale che osserva e giudica.
L’occhio – sinistro, ambiguo, quasi metafisico – sembra evocare il “big brother is watching you” di Orwell o, più sottilmente, lo sguardo analitico che disseziona l’anima psichica del protagonista, nella personalissima interpretazione di Alessandro Haber. In tal modo, la scena diventa spazio mentale e topografia dell’inconscio.


Prima ancora di soffermarsi sulle figure dei personaggi, occorre riconoscere come lo spettacolo valorizzi la componente umoristica e meccanicistica del testo sveviano. L’umorismo, mai consolatorio e sempre corrosivo, agisce quale dispositivo di straniamento: Zeno si osserva vivere come un automa difettoso, un congegno morale inceppato.
La risata amara che talvolta scaturisce in platea non è liberatoria: è lo specchio che restituisce la nostra stessa inadeguatezza. In questo senso, il romanzo-cult si dimostra di bruciante contemporaneità: l’inetto novecentesco si trasfigura nell’uomo postmoderno, frammentato, autoreferenziale, incapace di stabilire confini netti tra verità e autoinganno.
È proprio al centro di tale architettura che si impone la prova di Haber, uno Zeno Cosini con una misura che coniuga verve riflessiva e inquietudine trattenuta. Haber non recita l’inetto: ne abita le pieghe, ne attraversa le ambivalenze con una presenza scenica oscillante tra un naïf disarmante e un signorile autocontrollo.
Il suo Zeno è amletico nel senso più radicale: mente sapendo di mentire, si confessa per occultarsi, si autoaccusa per salvarsi. E tuttavia l’attore evita ogni compiacimento caricaturale; la spudoratezza del personaggio è riscattata come cifra universale di una mente che si dibatte nella scoperta – autentica malattia – di sé stessa. Le tecniche espressive impiegate da Haber, dal sapiente uso delle pause alla modulazione timbrica che scivola dal sussurro all’invettiva, costruiscono una partitura di valida densità.
Attorno a lui si muove un cast coeso: Alberto Fasoli, Valentina Violo, Alessandro Dinuzzi, Ester Galazzi, Emanuele Fortunati, Francesco Godina, Caterina Benevoli, Stefania Ugomari Di Blas, Chiara Pellegrin e Giovanni Schiavo contribuiscono a delineare un coro di figure che non restano mai meri comprimari, ma incarnano le proiezioni e le contraddizioni del protagonista, amplificando il gioco di rifrazioni identitarie su cui si fonda l’opera.
Le scene e i costumi di Marta Grisolini Malatesta insistono su una dominante grigio-cerebrale, quasi a materializzare la materia stessa del pensiero, esaltata dalle luci fredde di Gigi Saccomandi. L’ambiente scenico non riproduce un interno borghese realistico, ma uno “spiraglio mentale”: uno spazio astratto che invita lo spettatore a indagare sotto la lente dell’inconscio. È una scelta coerente con l’impianto analitico dell’allestimento, che privilegia la dimensione psichica rispetto alla cronaca.
Non stupisce, dunque, che lo spettacolo abbia riscosso un ampio consenso e registrato un marcato interesse da parte del pubblico milanese, confermando, dopo una tournée di rilevante successo nazionale, la vitalità di un classico che continua a interrogare il presente.
E in controluce rimane sempre Trieste: non soltanto come città dell’autore e della vicenda, ma come metafora geografica di un confine. Trieste è soglia, margine, linea di frizione tra identità plurime; allo stesso modo, Zeno vive in un territorio liminare, dove i confini dell’io si fanno incerti, inaffidabili, continuamente ridefiniti.
In questa sovrapposizione tra geografia reale e geografia interiore si coglie forse la cifra più alta dell’allestimento: aver restituito al pubblico non solo un romanzo, ma un paesaggio mentale che continua, ostinatamente, a riguardarci.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








