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Vaudeville in stato di grazia: La Cagnotte tra Belle Époque e società liquida

di Matteo Resemini

Che meraviglia quando in scena tornano a respirare simpatici ‘castoni’ della commedia fin de siècle, specie quando accade con sorprendente vitalità. Al Teatro Litta di Milano è capitato grazie a La Cagnotte di Eugène Labiche, vaudeville farsesco di solida fama che debuttò per la prima volta a Parigi nel febbraio carnascialesco del 1864, al Théâtre du Palais-Royal. Un testo che appartiene a pieno titolo alla grande tradizione comica ottocentesca e che, proprio per questo, richiede oggi uno sguardo registico capace di evitare tanto l’archeologia museale quanto l’attualizzazione forzata. Claudio Orlandini ha centrato questo obiettivo e con coraggio!

immagine per La Cagnotte, Teatro Litta Milano, foto Roberto Rognoni
foto Roberto Rognoni

La compagnia – perfettamente amalgamata e coesa – composta da Enrico Ballardini, Umberto Banti, Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Antonio Brugnano, Michele Clementelli e Riccardo Dell’Orfano, sembra davvero proiettata sul palcoscenico da una macchina del tempo.

Non si tratta però di un semplice esercizio di nostalgia: piuttosto, Orlandini recupera con acume le curatele, i ritmi e la fisicità delle antiche “compagnie di carovana” vaudevillistica di fine Ottocento, restituendo al testo quella precisione meccanica e quella leggerezza feroce che lo rendono ancora oggi affilato.

Il regista dimostra un rispetto profondo per la drammaturgia di Labiche, autore che – pur muovendosi entro le coordinate della pièce bien faite – ama sabotarne le regole dall’interno, trasformando l’intreccio in un dispositivo di disvelamento dell’ipocrisia borghese.

La storia, solo in apparenza semplice, ruota attorno a un gruppo di amici di lunga data della cittadina di La Ferté-sous-Jouarre che, da un anno, si ritrova per giocare a carte accumulando una somma comune: la “cagnotte”, appunto.

Una volta contato il gruzzolo, la maggioranza vota per un viaggio a Parigi. L’occasione è ghiotta: Léonida, sorella di Champbourcy e zia della giovane Blanche, spera di approfittarne per incontrare un amante segreto di cui ignora persino l’identità. Arrivati nella capitale già il giorno seguente, i protagonisti si trovano coinvolti in un malinteso in un ristorante che li trascina dritti al commissariato di polizia, dal quale tenteranno una rocambolesca evasione.

Il titolo stesso, La Cagnotte, diventa così metafora ironica del risparmio come gioco sociale: un salvadanaio collettivo che incarna il sogno (e l’illusione) di una borghesia provinciale chiamata a imparare a gestire il denaro, il desiderio e il rischio con la stessa leggerezza con cui si mescolano le carte. Un’economia ludica che, inevitabilmente, sfugge sempre di mano.

immagine per La Cagnotte, Teatro Litta Milano, foto Roberto Rognoni
foto Roberto Rognoni

Le scene e i costumi di Vittoria Papaleo e Rossella Annicchiarico avvolgono i personaggi in un universo buffo, esagitato e naïf: una struttura di ripiani lignei, mobile e cedevole, si trasforma continuamente, lasciando spazio a piroette, cadute, gag e incastri millimetrici.

I personaggi vivono letteralmente i propri costumi, amplificati dal trucco grottesco e dalle mandibole prominenti di Beatrice Cammarata, che contribuisce a una caratterizzazione multipla ed volutamente esagerata, secondo la migliore tradizione richiesta.

Gli ambienti scorrono con la stessa rapidità dei caratteri: dal salotto borghese di provincia al ristorante parigino, dal commissariato di polizia a un’agenzia matrimoniale. Tutto è mobile, instabile, veloce: botta e risposta serrati, tempi comici chirurgici, una frenesia che potrebbe ricordare la Belle Époque ma che, a ben vedere, dialoga più efficacemente con la nostra contemporaneità liquida e annoiata, ancora intrisa di diffidenza verso il provincialismo.

Viene alla mente la favola di Esopo del topo di città e del topo di campagna: lo scontro fra mondi non produce saggezza, ma solo un comico smarrimento.

Sono rare, oggi, le commedie di questo taglio e di questa vertiginosa rapidità. È vero: la durata tende a eccedere leggermente oltre i novanta minuti, ma la densità di ritmo, la precisione degli interpreti e la coerenza dell’impianto registico rendono lo spettacolo meritevole di attenzione.

Colpisce la forza della compagnia nel suo insieme: ogni attore è solido, preparato, e il collante che li unisce è una bravura condivisa, mai esibita, sempre funzionale al gioco scenico.

E forse, per comprendere fino in fondo l’attualità di Labiche, basta ricordare una sua fulminante osservazione: «Il ridicolo non uccide, ma svela». Ed è proprio in questa rivelazione sorridente che La Cagnotte del Teatro Litta merita di essere vista col sorriso.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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