Chi come me di Roy Chen è quello che Montale avrebbe definito un «miracolo laico», uno spettacolo riuscitissimo che ritorna in scena al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 1° dicembre, con l’aggiunta – a grande richiesta – di sette repliche straordinarie dal 17 al 22 dicembre.

Allestito nella nuovissima Sala A2A del Pier Lombardo, l’ambiente ideale per un’immersione completa nella vicenda, la storia si attiva e presenta gradualmente come un capolavoro di rara intensità emotiva e di provocazione intellettuale che riesce a conquistare ogni pubblico, giovane e maturo.
La regia e l’adattamento, curati da Andrée Ruth Shammah, conferiscono una dimensione intima e unica, ed esaltano il significato di un racconto umano, tanto delicato, quanto universale, come quello della malattia mentale nei pazienti più giovani.
La prima scelta della Shammah, dal momento in cui si “oltrepassa il muro dell’internamento in sala”, è quella non assegnare un posto fisso numerato; tale libertà, per il pubblico, è una già di per sé un messaggio registico vincente e inclusivo.
La cartella clinica e umana di cinque giovani ragazzi viene raccontata in uno spazio che si dissolve tra palco e spettatori, creando un coinvolgimento diretto con i protagonisti, sdraiati tra le sedute della platea.
Gli attori, capitanati da Paolo Briguglia o Giovanni Crippa (a seconda della serata) nel ruolo del Dottor Bauman, lo psichiatra, e da Silvia Giulia Mendola nei panni della Signorina Dorit, l’insegnante di teatro, danno vita a una narrazione in cui teatroterapia e sofferenza interiore si intrecciano senza retorica, ma con una sensibilità sorprendente e accumunante.
La centralità del gioco metateatrale, proposto dalla signorina Dorit, è l’attività ludica che dà il titolo alla pièce e che diventa il filo conduttore dove il malato smette di essere tale ed entra in una nuova dimensione di riempimento emozionale; le storie dei protagonisti si legano, trasformando la disperazione di un gelido reparto psichiatrico in uno spazio inoffensivo, in un terreno fertile per emozioni contrastanti, dove dolore e speranza si abbracciano, senza però toccarsi.
L’interpretazione dei cinque ragazzi “speciali” è il vero cuore pulsante dello spettacolo. La loro comune e straordinaria sensibilità li rende autentici, in grado di fondere verità e finzione in un’esperienza teatrale ad oggi spesso introvabile in scena.
Federico De Giacomo, Emmanuel nella storia, è un attore di sedici anni ed è bravissimo nel rappresentare un adolescente con la sindrome di Asperger. De Giacomo conquista tutti per la sua capacità di descrivere l’autismo con precisione e umanità, strappando sorrisi amari e consapevoli.
Ogni suo gesto, come l’evitare il contatto visivo, dettato dall’ansia sociale e dal suo essere ipermnestico ai confini dell’impossibile, è curato nei dettagli, rendendo l’interpretazione molto credibile e toccante.
Samuele Poma, invece, veste i panni di Barak, un ventenne con un disturbo oppositivo-provocatorio, che insegna al pubblico l’importanza dell’amore. Poma utilizza il suo corpo armonico e atletico per dar vita a un’interpretazione fisica e coinvolgente.
Quando grida, sulla scena, non risuona mai solo la sua voce, bensì il respiro vitale di chi vuole essere accarezzato e l’odio sfrenato nei confronti delle torte alla panna…
Chiara Ferrara è Alma, una giovane che incarna il bipolarismo con una bravura e una profondità disarmante. Il suo dolore, causato dall’autolesionismo, si trasforma in una forza capace di conquistare il destino, creando momenti di pathos che ancorano tutti alla sua rinascita.
Alia Stegani interpreta Ester. A soli 14 anni, la Stegani riesce a dar voce a una giovane schizofrenica che – nonostante la sua fragilità – emerge come una figura forte, a tratti bestiale e… leonina.
La sua intensità scenica è impressionante e le lacrime che irrorano il suo volto sono fertili come la grinta di chi lotta per sopravvivere al malessere mentale.
Amy Boda si fa chiamre Tom, ed è giusto che tutti lo chiamino così! Con la sua disforia di genere, è un inno alla libertà di essere sé stessi. La Boda regala al suo personaggio una delicatezza simpatica, gli fa suonare l’ukulele e rende il suo viaggio di accettazione universale di grande esempio.
Non in ultimo, gli attori Sara Bertelà e Pietro Micci, nei panni dei genitori dei ragazzi, si muovono tra cambi di costume rapidi ed efficaci, simili a trasformisti “alla Brachetti”, per rappresentare il peso delle dinamiche familiari nella trasmissione del turbamento poli-generazionale.
Ogni genitore è un tassello “al negativo” della propria prole: distratti, sofferenti o incompresi, mostrano come la famiglia possa essere, allo stesso tempo, o un rifugio o una fonte di immensa afflizione.
Chi come me è uno spettacolo che trascende il teatro, trasformandosi in un’esperienza sovrasensibile di umanità e di autenticità.
È un successo bello, perché si piange di gioia e di commozione e non è affatto pretestuoso perché il suo messaggio, semplice, ma universale, trova eco in ogni essere umano.
Assistervi almeno una volta nella vita non è un’opzione, ma una necessità: si esce dalla sala commossi, grati e guariti. In un panorama teatrale sempre più complesso, si può assistere a una storia che brilla per penetrante delicatezza e tenera verità. Un trionfo di cui si parlerà per anni.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.










