Dopo una breve tournée che ha preso luogo in alcuni teatri italiani, anche al Teatro Franco Parenti di Milano è andato in scena La Vittoria è la bàlia dei vinti, un monologo scritto e diretto da Marco Bonini, con la talentuosa e attesissima Cristiana Capotondi.

Lo spettacolo, pensato come una “fiaba della buonanotte 2.0”, utilizza l’espediente narrativo di una videochiamata tra una madre e la sua bambina, in cui si racconta la storia della bisnonna fiorentina Vittoria.
La vicenda, ambientata nelle cantine di Palazzo Pitti durante i tragici bombardamenti del 25 settembre 1943, s’intreccia con una riflessione sulla solidarietà umana in tempi di guerra. È qui che La Vittoria (con l’articolo determinativo davanti) diventa simbolicamente la “balia della sua balia”, in un gesto caritatevole che richiama l’idea dantesca della protezione universale, come nella preghiera alla Vergine del XXXIII canto del Paradiso.
Durante tutto lo spettacolo, la guerra – raccontata con la voce familiare della Capotondi – sembra volare via come un’eco lontana tra le sirene dei bombardamenti da parte dell’aviazione britannica.
Questa atmosfera incantata da cartone animato è enfatizzata dalle musiche di Jonis Bascir e dal bianco dell’abito della protagonista, che si fonde con il candore della scena proiettata su tre enormi schermi cinematografici. Le illustrazioni sfocate suggeriscono il torpore della bambina, cullata dal racconto e pronta a scivolare in quel limbo di dormiveglia che precede il sonno.
Fin qui l’espediente scenico non solo traduce l’intimità del racconto, ma addolcisce perfino i contorni di un passato ben più cruento.
La storia, narrata in un rifugio antiaereo, offre spunti di profonda solidarietà. Vittoria, contro ogni convenzione sociale, per fare un torto al cuoco filo-troskjista di Palazzo Pitti, allatta i gemelli della sua bambinaia di Belluno che, paralizzata dalla paura, ha perso il suo latte. Questo gesto universale, nato per rivalsa, diventa improvvisamente il simbolo del superamento delle barriere di classe: sotto le bombe, infatti, ci sono solo esseri umani, accomunati da fame, paura e speranza.
Nonostante la tenerezza narrativa della vicenda, l’esibizione è stata in parte compromessa dalla condizione fisica dell’interprete principale: Cristiana Capotondi, visibilmente affaticata e disfonica, ha portato avanti lo spettacolo con determinazione, ma senza poter sfruttare appieno le sue capacità interpretative.
La raucedine, che ha caratterizzato ogni battuta, e impossibilitato ogni appoggio vocale, ha ridotto il dinamismo e l’espressività dello spettacolo, lasciando la recitazione a tratti piatta e poco coinvolgente.
La stessa attrice, al termine della rappresentazione, si è scusata con il pubblico milanese, mostrando una grande onestà professionale.

Non sono mancati di certo momenti di leggerezza, come battute toscaneggianti e detti popolari, che hanno strappato sorrisi sinceri al pubblico, pur senza mai eccedere. La regia, dopotutto, ha puntato sulla semplicità, cercando di mettere in risalto il messaggio del testo: nonostante la ripetitività timbrica e il ritmo statico, il racconto rimane godibile grazie alla sincerità del suo intento antibellico e alla sua conclusione.
Nel salto temporale finale al 2 giugno 1946, Vittoria diventa paladina del voto femminile, invitando le donne a scegliere la Repubblica e contribuendo simbolicamente alla nascita di un’Italia più giusta e democratica. Questo epilogo idealistico e surreale, che richiama più una dimensione fiabesca a una di taglio storico-cronachistico, lascia il pubblico con una riflessione positiva: il coraggio delle donne può davvero trasformare il dolore in cambiamento.
Non si è potuto assistere sicuramente alla migliore performance della Capotondi, limitata dal testo semplice e dalla sfortuna casuale della sua condizione fisica.
Ciononostante, La Vittoria è la bàlia dei vinti rimane un tentativo sincero di portare sul palco una storia universale (già vista e rivista a teatro) capace di unire 80 minuti di fiaba e memoria Novecentesca, parlando al cuore di ogni spettatore.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








