Lo spettacolo Un perdente di successo, presentato al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, ha offerto un tributo intenso, profondo e poeticamente evocativo alla memoria di Giorgio Albertazzi, figura emblematica del teatro italiano contemporaneo.
Ispirato alla sua autobiografia, l’evento ha visto protagoniste le attrici Mariangela D’Abbraccio, Laura Marinoni ed Elisabetta Pozzi, che con grande eleganza hanno dato vita alla voce, ai pensieri e all’anima dell’indimenticabile artista.

La narrazione è stata impreziosita dall’accompagnamento musicale di Gianluca Casadei (fisarmonica), Massimiliano Gagliardi (pianoforte) e Dario Piccioni (contrabbasso), che hanno saputo sottolineare le emozioni del testo con una colonna sonora delicata ed emozionanti.
La scelta registica di strutturare il recital come una “parodo alla greca” è stata sicuramente suggestiva e originale: le tre attrici, simili a tre parche moderne, hanno intessuto il filo dei ricordi di Albertazzi, dando voce al suo universo interiore con un equilibrio perfetto tra profondità e leggerezza.
I ricordi dell’attore, intrisi di un’ironia disarmante e di una dolce malinconia, sono stati esaltati dalla capacità interpretativa del triangolo D’Abbraccio-Marinoni-Pozzi, capaci di alternare momenti di intensità emotiva a toni più lievi di sarcasmo.
Il tessuto narrativo dello spettacolo, a mo’ di resoconto del cuore, è tratto dall’autobiografica di Giorgio Albertazzi e ha spaziato dai suoi ricordi più teneri a quelli più dolorosi.
Tra i momenti più toccanti, va menzionata la memoria della casa fiesolana di Bernard Berenson, la morte della madre Lina e l’abbraccio di consolazione di Simona Vitti dopo la perdita del padre Attilio, episodi che hanno suscitato una palpabile commozione nel pubblico.
Particolarmente delicata, benché vivida, è stata inoltre la rievocazione della Professoressa Cineda, simbolo di una formazione classica vissuta con amore e rigore, e della moglie Pia dei Tolomei di Lippa, di cui Albertazzi racconta con una tenerezza che sfiora l’immortalità del sentimento umano.
Colpisce anche il ricordo del 2003, di quando Albertazzi descrive l’incedere precipitoso della vecchiaia condivisa con la moglie, un momento di riflessione universale sull’inevitabile scorrere del tempo.

Le attrici hanno dato vita a un racconto che ha reso omaggio alla poliedricità di questo genio, evocando anche i ricordi sanguinosi della guerra, con immagini vibranti e metafore psichedeliche, e la frequentazione della casa di Luchino Visconti a Roma, in via Salaria 366, l’iconica dimora che ha riunito intellettuali del calibro di Anna Magnani, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante et alii.
Le tre attrici – e in particolare Mariangela D’Abbraccio – hanno saputo modulare la propria presenza scenica, evitando eccessi interpretativi che avrebbero potuto appesantire la narrazione.
La loro capacità di “darsi voce a vicenda” ha permesso al testo di Albertazzi di risplendere in tutta la sua onesta bellezza.
Tuttavia, alcune delle canzoni scelte, pur tematicamente legate al narrato, sembravano distanti dal vissuto personale di Albertazzi, un piccolo scostamento che ha rischiato di compromettere l’armonia generale dello spettacolo.
Il recital si è concluso sulle parole emblematiche e provocanti de Maestro: «Rinascerò nel 3001!».
Questo epilogo, estremamente sperimentale, ha lasciato il pubblico sospeso tra stupore e autoriflessione, in linea con lo spirito visionario di un uomo che, dopotutto, si è sempre definito «un perdente per distrazione, ma di grandissimo successo».
Un perdente di successo, quindi, è uno spettacolo che celebra l’amore per il teatro e la devozione senza fine per Giorgio Albertazzi, un artista che ha intrecciato cultura, ironia e profondità esistenziale.
Un omaggio che, pur con qualche minima imperfezione, ha celebrato l’infinita ricchezza di un uomo che ha davvero saputo rendere la sua vita un’opera d’arte.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








