La gestazione artistica del Pier Lombardo di Milano continua a partorire finali e inizi di stagione promettenti e questa volta tocca a una nuova regia di Raphael Tobia Vogel, che decide di dirigere due attrici lautamente precedute dalla propria fama, Ivana Monti, astro lucente del teatro italiano, e Ambra Angiolini.

Tutto si consuma in una cattolicissima ed ermetica Irlanda del secondo Novecento. Il testo di Martin McDonagh, uno dei più brillanti autori contemporanei, è capace di mescere umorismo al sapore di metilene e drammaticità familiare. Quanto alla traduzione italiana di Marta Gilmore, essa restituisce ritmo e credibilità a ogni battuta, lasciando emergere un respiro sociologico forte: quello di un Paese che rivendica la propria autonomia, con un’Inghilterra che domina e non scende a patti.
È un’ambientazione in cui chi abita le verdi colline dei trifogli sembra caratterialmente “tagliato col falcetto” e vive il lavoro come un’occasione di riscatto, finalizzato a diventare indipendente perfino dalla vita stessa.

L’unità di scena, incorniciata con la curatela di Angelo Linzalata e dalle intime luci di Oscar Frosio, ci proietta all’interno di una stamberga maleodorante, claustrofobica, dove madre e figlia – Mag Folan e Maureen, rispettivamente interpretate dalla Monti e dalla Angiolini – si fronteggiano in un attrito costante, come quello che si potrebbe avvertire tra la carta vetrata di un pacchetto di fiammiferi e un cerino pronto ad accendersi, ma che fatica, fino alla fine, a innescare la propria miccia.
Si dovrebbe credere che una madre desideri la felicità della propria figlia. Eppure, qui tutto sembra rovesciato.
Ci troviamo di fronte a un sabotaggio esistenziale, dove una donna costretta su una sedia a dondolo, con la mano fasciata, impartisce ordini con una voce rauca e un’antipatia che sfocia nell’egotismo più feroce e nel bigottismo più acuto.
Dall’altra parte, invece, una figlia che cerca di fuggire non solo dalle quattro mura di una casa satura di rancori, ma dalla propria mente biforcata, abitata da due esistenze inconciliabili. Il testo di McDonagh esaspera, ma non offre molte soluzioni, anzi. Quella madre odiosa, che il pubblico stesso finisce col bramarla stecchita, è al contempo una figura di protezione, seppur distorta.

L’Angiolini è sorprendente, magnifica, come una medaglia arrugginita a due facce: una soffre ed è ancorata alla realtà, l’altra reprime, raccoglie con stizza i detriti di una violenza antica, reduce da un passato in manicomio, da cui è stata “salvata” – si fa per dire – da una genitrice che ora la possiede come un bene impignorabile.
Stefano Annoni, nei panni di Pato, tenta di strapparla a quella prigionia. La lettera che le scrive è il vero cuore dello spettacolo, o forse un polmone che dà respiro alla scena, dove un monologo straordinario per misura, intensità e verità emotiva investe e commuove tutta la sala. Accanto a lui, Edoardo Rivoira, nei panni di Ray, fratello minore impulsivo e messaggero involontario del destino, incarna la giovinezza impaziente, la goffaggine e la tenerezza che fanno da contrappunto al dolore.
In tutto questo vibra un tema più profondo, quello della libertà dell’amore.
Come scriveva Kierkegaard in In Vino Veritas, “l’amore, quando vuole possedere, smette di amare”. Il sentimento, se contratto come possesso – anche nelle forme più tenere, come l’amore materno – diventa il suo esatto contrario: prigione, soffocamento, dominio.
La Reginetta di Leenane è allora la storia di un amore che ha smarrito la propria libertà, e che proprio per questo implode, distruggendo tutto ciò che tocca.

Le scene scorrono leggere e ipnotiche: si passa quasi due ore di spettacolo dentro una dinamica che sorprende di continuo, che appassiona, che vibra di colpi di scena anche quando potrebbero sembrare prevedibili.
È questo il vero miracolo del teatro: trasformare l’attesa in stupore, la parola in carne viva.
Il cast si muove con attenzione nanometrica: ogni gesto, ogni inflessione è cesellata. Ambra Angiolini, in particolare, riesce a mostrarci tutte le tonalità emotive della sua Maureen: quella che immagina e non conosce, quella che conosce e soffre, quella che odia la madre e infine la eredita, fino a divenirne la prosecuzione naturale. Il passaggio da vittima a carnefice, da figlia a madre stessa, da amore a ossessione, è compiuto con una verità a tratti quasi insostenibile.
Dal testo emerge la resa dialogica di una simpatia rapace, un umorismo affilato che strappa risate anche nel dolore più cupo.
Si ride, eccome, ma di un riso che sa di ferita, di ustione con acqua bollente, di una realtà che evoca quella quotidianità domestica, tra miasmi e odore di stufa accesa, dove le battute più crudeli non sono invenzioni teatrali, ma echi di vite che esistono davvero.
Quando si esce dalla Sala Grande del Parenti, si avverte un desiderio struggente: rientrare e rivederlo da capo, per poterlo abbracciare come un figlio che piange, come una parte di noi che si è rispecchiata in quell’amore distorto e tuttavia profondamente in-umano.
La Reginetta di Leenane è uno spettacolo che merita di essere visto almeno una volta nella vita. Necessiterebbe di una tournée ampia, capace di spalmare tutta la sua magnificenza drammaturgica in un panorama teatrale che oggi ha bisogno di opere così: potenti, miracolose e splendidamente vive.
Teatro Franco Parenti
fino al 2 Novembre 2025
Via Pier Lombardo 14, Milano
Informazioni e biglietti
Biglietteria 02.59995206
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.
