Per gli antichi greci l’amore non era un’unità monodica, ma una molteplicità di forme e di tensioni: ágape come dedizione spirituale, éros come impulso vitale e desiderio, antéros come amore ricambiato, iméros come slancio passionale, storgé come tenerezza domestica, philautía come affetto per se stessi.
Eppure, nemmeno questa raffinata tassonomia sarebbe oggi sufficiente a nominare il sentimento che Lezione d’amore, in prima nazionale al Teatro Franco Parenti di Milano, tenta di rendere visibile, o meglio, udibile.

L’opera scritta da Andrée Ruth Shammah e Federica Di Rosa – diretta con sobria liricità dalla stessa Shammah – si pone come un poema teatrale in forma di diario raccontato, un ciclo affettivo composto da trentuno incontri e dieci movimenti, dove il tempo non è cronologia, ma partitura che sostituisce le chiavi di violino alle chiavi dell’interiorità.

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Lezione d’amore. Sinfonia di un incontro – Teatro Franco Parenti, Federico De Giacomo, Milena Vukotic e Andrea Soffiantini

Occorrerebbe un neologismo – melètheia, forse, l’amore che cura attraverso la bellezza, o symphilía, l’affetto che si offre senza richiesta – per dire l’intimità silenziosa che unisce Madame A. al Giovane Svogliato, poi chiamato Antoine.

Un amore che non si dice, ma si compie, che non esige, ma plasma. Non c’è tensione romantica né pedagogia sentimentale, ma un rituale d’anima, una trasmissione silenziosa fatta di attese, oggetti, gesti, pause. Una forma di iniziazione poetica all’esistenza (e alla perdita…) che si fa opera.

Madame A. è interpretata da una Milena Vukotic in stato di grazia. Con la grazia degli spiriti leggeri che hanno attraversato la gravità della Storia, la sua presenza scenica coniuga leggerezza e densità, ironia e abisso. Come la Maude del film di culto Harold and Maude, anche Madame A. è depositaria di un passato non detto – probabilmente segnato dalla segregazione, forse dal trauma –  ma restituito per indizi, accenni, fughe.

Vive in una mansarda parigina, ricreata con misura e memoria da Gianni Carluccio, che si configura come spazio liminale tra presente e rievocazione.

Lì, tra oggetti evocativi e luce soffusa, insegna ad Antoine la grammatica dell’attenzione: toccare la rugiada come se fosse un diadema, fissare lo sguardo di un gatto come si guarda un presagio, bere un tè come se fosse l’ultima preparazione al congedo.

Federico De Giacomo, nei panni del giovane, entra in scena con esitazione, quasi trattenuto da ruoli precedenti, ma si trasforma progressivamente in un corpo attoriale capace di assorbire il silenzio, di vibrare con la musica, di vivere con discrezione le epifanie dell’incontro. Il suo Antoine non viene istruito, ma accordato: come uno strumento che, nel tempo, impara a suonare in risonanza con un’altra presenza.

La musica, infatti, è protagonista invisibile, ma onnipresente. La straordinaria violoncellista Wieder-Atherton, Schubert, Beethoven, e ancora Debussy e Alban Berg: note non fungono da semplice tappeto musicale, ma diventano trama e contrappunto, esegesi emotiva di ciò che non può essere detto.

La struttura stessa della pièce, costruita in movimenti come una sinfonia, ne conferma l’intento musicale. L’amore qui non è dialogo, ma ritmo comune, pausa condivisa, silenzio intonato.

A raccontare retrospettivamente questa metamorfosi interiore è la voce narrante di Andrea Soffiantini, che interpreta Antoine da adulto, un Sé riflessivo che guarda al proprio Es giovanile con affetto e gratitudine.

Il suo racconto è uno specchio emotivo, mai invasivo, che accompagna lo spettatore dentro un’esperienza di formazione affettiva, come una coscienza che osserva l’anima mentre viene educata alla perdita.

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Lezione d’amore. Sinfonia di un incontro – Teatro Franco Parenti, Milena Vukotic e Federico De Giacomo

La regia di Shammah è calibrata, essenziale, antiretorica. Costruisce un microcosmo emotivo dove ogni oggetto è simbolico, ogni gesto misura.

Nella mansarda di Madame A., nulla è casuale: gli arredi, le luci, i costumi – sapientemente disegnati da Nicoletta Ceccolini – non illustrano, ma evocano. Il tempo scenico si dilata, come in un rito che rinuncia alla fretta per permettere all’emozione di sedimentarsi.

Lezione d’amore non è una narrazione sull’amore, ma una meditazione sull’arte di amare senza trattenere. Come suggerisce la celebre frase di Sting, che aleggia come un refrain implicito: If you love somebody, set them free. Qui l’amore è legame e scioglimento, dono e rinuncia, presenza e separazione. La sua forza sta proprio nel non voler possedere. È amore che libera, perché ha già amato davvero.

Lo spettatore esce dalla sala con una commozione trattenuta, non indotta da sentimentalismo, ma generata da un pensiero sottile: che esistano amori che non si dicono mai, eppure durano per sempre.

In un tempo teatrale spesso incline all’intellettualismo o alla provocazione fine a sé stessa, Lezione d’amore osa ancora parlare di sentimento con rigore, pudore e poesia.

Non cerca l’effetto, ma l’affetto; non cerca l’applauso, ma la risonanza!

Il risultato è un’opera che trascende la scena per toccare il cuore, senza manipolarlo. Un’elegia silenziosa per chi ha saputo amare senza trattenere. Una sinfonia di un incontro teatrale in cui le parole sono solo l’eco di ciò che il gesto, l’ascolto e la bellezza hanno già detto.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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