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Luca Saccoia incanta il Teatro Menotti per i 90 anni di Natale in casa Cupiello

di Matteo Resemini

Per il 90° anniversario di uno dei più grandiosi capolavori drammaturgici del Maestro Eduardo De Filippo, Natale in casa Cupiello torna a emozionare e divertire il suo pubblico al Teatro Menotti di Milano.

Sotto la raffinata regia del napoletano Lello Serao, lo spettacolo si fa opera d’arte vivente, un viaggio tragicomico che mantiene intatta la potenza evocativa del testo originale, grazie però a un’interpretazione innovativa: quella dell’attore cum figuris.

Qui, il confine tra umano e marionetta si dissolve in una magia teatrale tutta “made by Partenope”, dove la tradizione napoletana si fonde con un linguaggio scenico sorprendente e plurilinguistico.

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Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo, Luca Saccoia

A dare voce, corpo e anima a questa straordinaria alchimia è un multiforme Luca Saccoia, interprete che merita di essere osannato, poiché capace di plasmare con straordinaria umiltà e sensibilità personaggi che non sono (guai a dirlo!) semplici burattini, ma autentici attori di legno, stoffa e cartapesta, carichi di emozioni vive, fremiti interiori e struggente umanità.

 

 

L’universo di Eduardo prende così forma in un gioco teatrale unico, dove ogni gesto, ogni respiro e ogni silenzio diventano risonanza di un mondo lirico senza tempo. Ma il vero incantesimo, oltre che nelle maschere, risiede nello spazio scenico dei tre atti, pensato con maestria da Tiziano Fario.

Nel primo atto, in particolare, l’atmosfera si impregna di una struggente simbologia, evocando un senso di serenità e d’incanto, proprio come accade nei sogni sospesi del pittore Marc Chagall.

Le immagini fantastiche si mescolano ai richiami del presepe, tra la “caffettiera napulitana”, la stella cometa, le linee fluide e i colori che sembrano sfuggire alla crudezza del mondo reale, cercando con malinconica delicatezza la tranquillità e l’innocenza dell’infanzia e della vecchiaia tra le luci soffuse del dormiveglia dei personaggi.

Sin da subito, lo spettacolo mostra la sua natura tenera e bambina, avvolta dalla cantilena di Quanno nascette Ninno, l’antica preghiera campana, poi rivista da Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, che tocca le corde emotive di ogni spettatore, a qualsiasi età.

Il secondo atto si anima con una dinamicità travolgente. Attorno alla tavola dei Cupiello, il Natale si carica di energia e conflitti: il capitone della Vigilia che scivola via e si dilegua dalle scale del palazzo, la processione improvvisata di Luca, Pasqualino e Tommasino, la surreale apparizione dei Re Magi che, in rima, “cauterizzano” le ansie di Concettina, mentre i litigi serpeggiano tra i commensali, corrodendo la fragile armonia della festa.

Un crescendo di tensioni, dolceamari contrasti e irresistibile ironia, che culmina – come da trama – in un momento di tragica intensità: l’attacco apoplettico di Luca, il punto di non ritorno che trasforma l’allegria in sgomento, il quotidiano in destino.

La scelta registica di Lello Serao si fa anche metafisica, amplificando la dimensione simbolica della pièce. Nell’atto di chiusura, il letto in cui Luca Cupiello giace morente si trasfigura: non è solo un giaciglio di dolore, ma un luogo di passaggio, di rinascita e di assoluzione.

Come un presepe che celebra la nascita, esso diventa la controfigura della mangiatoia del Bambin Gesù, un luogo sacro che ospita non la vita che sboccia, ma quella che si spegne.

immagine per Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo al Teatro Menotti
Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo al Teatro Menotti

Eppure, nel teatro di Eduardo, la fine non è mai del tutto una fine: lo stesso angelo cherubino, da portatore di Gloria in Excelsis, si trasforma in angelo della morte, accompagnando Lucariello in un ultimo struggente respiro, un’estrema riconciliazione tra la realtà e il sogno, tra il teatro e la vita.

Va aggiunto che, essendo le battute di De Filippo così celeberrime e radicate nella memoria collettiva, il pubblico non fatica a interagire con Saccoia, anzi, ne amplifica le uscite, rendendosi parte attiva di un gioco scenico che travalica la quarta parete.

La messinscena, pensata per restituire la completezza filologica e la fedeltà originale del testo, permette allo spettatore di immergersi totalmente in un’opera che, sebbene riproposta infinite volte, continua a vibrare di un’emozione inalterata.

Un ruolo fondamentale poi è affidato a cinque giovani attori vestiti di nero, che adiuvano con discrezione i movimenti realistici dei pupazzi. Questo nero, inizialmente concepito per celare la presenza umana, affinché i burattini vivano di una propria autonomia scenica, si carica di un nuovo, tragico significato nell’atto finale.

Da artificio teatrale diventa presagio di lutto: sono i pupazzi a restare immobili, testimoni silenziosi della fine imminente, mentre gli attori, finalmente visibili, si fanno carne e voce, assistendo il protagonista nei suoi ultimi istanti.

E non esiste “corruzione da cinque lire” che possa alterare l’intensità di questo momento. Il pubblico, commosso e partecipe, non può che sentirsi spinto a rispondere alla domanda che riecheggia nell’aria: «Te piace ‘o presepio?». La stessa che, per tutta la pièce, aveva visto Tommasino opporsi stizzito e che diventa, infine, il sussurro affermativo e bisbigliato quando ormai è troppo tardi…

immagine per Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo al Teatro Menotti. Foto di M. Resemini
Natale in casa Cupiello di Eduardo De Filippo al Teatro Menotti. Foto di M. Resemini

Quella di Serao, pur restando fedele alla tradizione di questo capolavoro dialettale, è una scelta che riesce a reinterpretare e rinnovare, offrendo una lettura che dialoga con la modernità senza tradire l’anima eduardiana.

È un’operazione che, con ogni probabilità, lo stesso De Filippo avrebbe apprezzato: non avrebbe esitato a “grazià” tale magica innovazione, capace di mantenere vivo il suo teatro, arricchendolo di nuove sfumature senza scalfirne l’essenza.

E così, tra lacrime e sorrisi, resta negli occhi e nel cuore la voce di Luca Cupiello che, tra il sonno e il sogno, esclama ancora una volta con laconica insistenza: «Concé, nun me scetà…», perché poco importa che il calendario segni dicembre o qualsiasi altro mese dell’anno: il suo Natale, il suo umile presepe, la sua visione incantata del mondo, ora vive per sempre nei cieli del teatro.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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