Se in Cent’anni di solitudine l’antifrasi del titolo finisce per rivelare, pagina dopo pagina, che la vera solitudine è quella di chi non riesce più a riconoscersi negli altri, in Lost in Macondo accade quasi il movimento contrario: non ci si perde, ci si ritrova.
Ci si ritrova dentro una comunità, dentro una storia ascoltata per strada, dentro un volto incontrato per caso, dentro quella materia apparentemente ordinaria che, se guardata abbastanza a lungo, comincia a mostrare una crepa attraverso cui entra il meraviglioso.
E tuttavia, proprio dal collettivo, riemerge l’individualità: la storia di uno diventa la memoria di molti, mentre un solitario, silenziosamente, esplode nell’interiore di ciascuno spettatore.

È forse questa la scommessa più bella di Lost in Macondo, progetto del Collettivo L’Amalgama, con regia, ideazione e coordinamento artistico di Andrea Collavino e drammaturgia di Valentina Diana: prendere sul serio la possibilità che un quartiere possa diventare letteratura senza smettere per questo di essere un quartiere.
A Gratosoglio, nell’edizione 2026 di Milano è Viva, arriva dunque una piccola carovana di artisti. Una compagnia nomade che ha qualcosa delle antiche comitive della commedia dell’arte – il viaggio, l’incontro, la piazza, il corpo degli attori offerto alla comunità – ma che va molto oltre il semplice ‘canovaccio’ improvvisato.
Qui il copione non precede necessariamente il luogo: è il luogo, con le sue voci e le sue anomalie, a diventare precedente materia drammaturgica. Una sintassi teatrale che non occupa uno spazio: lo ascolta, per poi alterarlo e infine restituirlo a chi lo abita.
Nel romanzo di Gabriel García Márquez, Macondo nasce come un luogo semi-leggendario e insieme concretissimo: un villaggio fondato, cresciuto, attraversato dalla storia, dalla guerra, dall’amore, dalla superstizione, dalla memoria e dalla sua stessa incapacità di ricordare.
È il luogo in cui l’impossibile non viene annunciato come impossibile. I morti possono tornare a fare compagnia ai vivi, una pioggia può durare anni, un’ascensione al cielo può essere narrata con la stessa naturalezza con cui si racconta il bucato steso ad asciugare.
È qui che si trova una delle chiavi del progetto: nel realismo magico di Márquez – come nelle righe fiabesche di Calvino e le campiture cromatiche di Chagall – il soprannaturale non irrompe nel reale come una frattura spettacolare; viene trattato come una delle sue normali possibilità. In concreto, la meraviglia non chiede permesso alla ragione.
Lost in Macondo raccoglie proprio questa lezione di sguardo. Non pretende di ricreare la Colombia di Márquez, né di illustrare Cent’anni di solitudine. Fa qualcosa di più teatrale e (forse) più rischioso: cerca la Macondo che già esiste nei luoghi italiani.
Il progetto, nato nel 2021, ha attraversato nel tempo diversi comuni e territori, costruendo ogni volta uno spettacolo contaminato dalla vita, dalle leggende, dalle tradizioni e dalle persone del luogo ospitante.
Macondo, allora, non è più geografia ma grammatica. È il modo in cui una comunità racconta sé stessa quando smette, per qualche ora, di vergognarsi delle proprie storie.
Non è casuale che uno degli appuntamenti del progetto si chiami Un caffè con Francisco El Hombre. Nel romanzo di Márquez, Francisco el Hombre è una figura di cantastorie errante che attraversa i villaggi, raccoglie e diffonde notizie, trasformando la cronaca in canto.
È quasi un giornale ambulante prima del giornale, un archivio vivente prima dell’archivio. La sua verità passa attraverso la voce, la memoria e la trasformazione poetica del fatto. È dunque un’immagine perfetta per un progetto che comincia non recitando, ma ascoltando, fino a quando, nei giorni successivi, il materiale raccolto confluisce nel lavoro di prova e nella costruzione dello spettacolo.
E c’è qualcosa di quasi ‘socratico’ in questo gesto. Prima di mettere in scena una comunità, bisogna fare quello che Socrate faceva nell’agorà: fare domande. Ma c’è anche qualcosa del Benjamin narratore: il racconto orale come forma di esperienza condivisa, come bene che passa da una persona all’altra e che, nel passaggio, cambia forma senza perdere necessariamente verità.
Francisco el Hombre è, in questo senso, il “santo patrono laico” del progetto: quello che arriva da fuori per scoprire ciò che il luogo non sapeva più di avere da raccontare.
La forza di Lost in Macondo sta anche nel suo dispositivo. La carovana degli attori non si presenta come una compagnia che porta uno spettacolo già confezionato dentro un quartiere. Arriva piuttosto come un organismo disponibile alla contaminazione: il territorio diventa scenografia e gli abitanti diventano potenziali narratori.
È – a pensarci bene – un procedimento antichissimo e contemporaneo insieme, ed ecco perché merita attenzione. Antico perché il teatro nasce all’aperto, prima che l’edificio teatrale lo separasse dalla città.

Le strade, le piazze, le architetture erano già scena: basti pensare al teatro greco, dove il paesaggio non era un fondale da imitare ma una presenza reale, oppure alla città romana, attraversata da spettacoli, processioni o apparizioni pubbliche. Contemporaneo perché oggi questa riconquista dello spazio quotidiano assume anche un significato politico: restituire agli abitanti il diritto di guardare il proprio luogo come se fosse nuovo.
Il quartiere smette per un momento di essere soltanto quartiere. Un parco può diventare una foresta, una piazza, una strada o un corridoio narrativo, non perché venga decorato fino a sembrare altro, ma perché viene finalmente guardato. È qui che il teatro site specific smette di essere semplicemente una modalità produttiva e diventa una forma di conoscenza intrinseca.
La dichiarazione d’intenti del progetto è limpida: cercare “l’elemento surreale e fantastico della vita quotidiana”, quei piccoli miracoli che accadono senza chiedere il permesso alla razionalità.
In un teatro di questo tipo, la recitazione deve compiere un’operazione delicatissima: credere all’assurdo senza sottolinearlo. Ed è proprio la naturalezza delle attrici e degli attori del Collettivo L’Amalgama a risultare particolarmente efficace. Non c’è bisogno di indicare al pubblico dove comincia la magia, perché è sufficiente comportarsi come se la magia fosse sempre stata lì.
Un discorso particolare merita il lavoro sui costumi di Lucia De Monte, che accompagna l’immaginario del progetto senza ridurlo a illustrazione folkloristica. Il riferimento alle pagine letterarie di Márquez è ben riconoscibile, ma non si traduce affatto in una mascherata da “Sudamerica immaginario”.
I costumi partecipano alla costruzione di quella temporalità sospesa che è una delle caratteristiche più affascinanti di Cent’anni di solitudine: passato e presente sembrano abitare contemporaneamente lo stesso spazio, come se il tempo, invece di procedere in linea retta, preferisse tornare sui propri passi.
Gli abiti, come i corpi degli interpreti, contribuiscono a fare dell’incursione artistica una piccola anomalia percettiva: qualcosa che sembra provenire da altrove e che tuttavia appartiene perfettamente al luogo.
Lost in Macondo funziona ovunque, innanzitutto, perché restituisce valore ai luoghi quotidiani. Funziona perché fa incontrare la letteratura con la storia concreta dei luoghi, perché rinnova il teatro itinerante senza fingere di averlo inventato, ma soprattutto funziona perché fa bene.
Fa bene a un quartiere essere guardato non soltanto attraverso ciò che gli manca, ma attraverso ciò che possiede.
Fa bene agli abitanti scoprire che una storia personale può avere valore teatrale. Fa bene agli artisti ricordare che prima dello spettacolo esiste l’ascolto.
E fa bene agli spettatori essere trascinati fuori dalla posizione comoda del consumatore culturale per diventare, anche solo per qualche ora, abitanti di una storia che non sapevano di conoscere.
In un’epoca in cui abbiamo mappe per ogni strada e algoritmi per ogni destinazione, Lost in Macondo propone un gesto quasi rivoluzionario: perdersi senza perdere la strada.
E allora il titolo diventa finalmente completo, perché non è detto che chi si perde sia smarrito. A volte perdersi significa soltanto uscire dalla traiettoria abituale abbastanza a lungo da poter vedere ciò che avevamo davanti agli occhi. Forse Macondo è questo: il nome che diamo a un luogo nel momento esatto in cui ricominciamo a guardarlo. E forse il teatro, quando funziona davvero, non costruisce mondi nuovi.
Ci restituisce quello in cui viviamo, sotto casa, e con la luce accesa!
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.









