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Il marziano di Milvia Marigliano salva un testo che non vuole farsi amare

di Matteo Resemini

C’è qualcosa di profondamente ironico nel destino di Un marziano a Roma: essere un’opera che parla dell’entusiasmo collettivo destinato a spegnersi rapidamente e che, sin dalla sua prima apparizione teatrale, fu essa stessa travolta da un clamoroso rigetto pubblico.

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Un marziano a Roma – Milvia Marigliano, Teatro Menotti

Il testo elitario e spigoloso nato dalla penna di Ennio Flaiano debuttò infatti il 23 novembre 1960 al Teatro Lirico di Milano con Vittorio Gassman protagonista e regista, andando incontro a uno degli insuccessi più rumorosi del teatro italiano del dopoguerra: fischi, pernacchie e contestazioni. Una disfatta diventata quasi leggendaria.

Eppure, quella bocciatura raccontava già molto del testo di Flaiano. Un marziano a Roma non è mai stato un’opera accomodante. Non cerca la seduzione immediata, non consola, non intrattiene nel senso classico del termine. È una satira corrosiva, ambigua, volutamente cerebrale, che si muove sul filo del paradosso e della disillusione.

Il pubblico dell’epoca probabilmente si trovò davanti qualcosa di troppo distante dalle coordinate della commedia tradizionale: un apologo intellettuale, astratto, amarissimo, incapace di offrire una vera identificazione emotiva. Flaiano, del resto, osservava l’Italia come un entomologo osserva un insetto sotto vetro. E proprio questa distanza gelida e lucidissima resta ancora oggi il nucleo più potente e insieme più respingente dell’opera.

La nuova messinscena al Teatro Menotti, prodotta da Tieffe Teatro, conferma pienamente questa natura irrisolta. Lo spettacolo, asciutto e compatto nei suoi quaranta minuti, si consuma come un bicchiere di vino bianco laziale bevuto durante una torrida giornata d’agosto sui colli romani: breve, aromatico, a tratti elegante, ma incapace di lasciare una vera ebbrezza.

La vicenda è nota e conserva ancora oggi una sorprendente attualità. Nel cuore di Roma compare improvvisamente Kunt, creatura arrivata da Marte. La città reagisce con stupore quasi mistico: giornali, salotti, intellettuali e curiosi trasformano l’alieno in una celebrità istantanea, nel simbolo di un futuro possibile, nell’ennesimo fenomeno da adorare collettivamente. Ma il miracolo dura pochissimo.

L’eccezione viene normalizzata, il prodigio diventa abitudine, la presenza extraterrestre si dissolve nel rumore quotidiano della capitale fino a essere ignorata, derisa e infine dimenticata. Flaiano racconta così il consumo feroce della novità, l’incapacità italiana di sostenere davvero ciò che inizialmente idolatra.

Ed è qui che l’opera trova ancora il suo aspetto più brillante. Il cambio di prospettiva immaginato da Flaiano resta un’intuizione di rara intelligenza: la società italiana non viene osservata “dall’alto” in senso morale o politico, ma letteralmente da qualcuno che arriva dall’alto, da Marte, da un luogo distante “tre giorni di viaggio” dalla Terra.

È uno sguardo extraterrestre che smaschera la superficialità terrestre. L’alieno diventa specchio deformante e insieme lucidissimo delle nevrosi italiane: il provincialismo culturale, il gusto per l’effimero, la rapidità con cui ogni fenomeno viene consumato e poi abbandonato.

A reggere l’intero impianto è soprattutto Milvia Marigliano, interprete di straordinaria precisione scenica. La sua prova è senza dubbio il punto più alto dello spettacolo. La Marigliano domina il monologo con mestiere, misura e intelligenza interpretativa.

È verace senza mai scadere nel macchiettismo; profondamente romana nell’inflessione e nella musicalità, ma sempre controllata, mai volgare. Anche quando il testo lascia emergere la sua anima più popolare e corrosiva, l’attrice mantiene una compostezza che impedisce alla satira di trasformarsi in caricatura.

La sua interpretazione riesce persino a compensare la rigidità di un testo che, in più momenti, sembra voler parlare più all’intelletto che alla scena. Ed è probabilmente grazie alla Marigliano se questa edizione riesce davvero a restare viva.

Senza una presenza attoriale di tale calibro, Un marziano a Roma rischierebbe facilmente di apparire soltanto come una raffinata curiosità letteraria. Non è eccessivo immaginare per lei una candidatura importante nella stagione cinematografica e teatrale imminente: la qualità della sua presenza scenica possiede quella densità rara delle grandi interpreti di carattere.

Sul piano registico, invece, lo spettacolo sceglie deliberatamente la sottrazione. Gli effetti scenici sono ridotti all’essenziale. La proiezione iniziale, con le nuvole che si dissolvono lasciando emergere un blu ottico quasi artificiale, costruisce più una cornice luminosa che un vero immaginario fantascientifico. Tutto resta controllato, minimale, volutamente anti-spettacolare. Una scelta coerente con Flaiano, ma che inevitabilmente raffredda ulteriormente la partecipazione emotiva.

Anche il finale lascia sensazioni contrastanti. L’addio del marziano che ritorna nella galassia possiede una certa delicatezza poetica grazie alla proiezione ad alta definizione sul fondale, ma il loop visibile del video –  quel piccolo salto tecnico che tradisce la ripetizione della sequenza –  spezza parzialmente l’incanto e rivela una cura tecnica non impeccabile.

Più riuscita, invece, la scelta estetica di vestire la Marigliano in modo ambiguamente androgino, quasi sospesa tra figura umana e presenza aliena. Ed è molto bella la chiusura musicale affidata a Lucio Dalla con La sera dei miracoli: un omaggio al cantautorato italiano che finisce per emozionare più del testo stesso. Paradossalmente, sono le parole malinconiche del cantautore bolognese a lasciare il segno più profondo della serata.

Perché il nodo resta proprio questo: il testo continua a essere più interessante da analizzare che da vivere teatralmente. È un’opera da conoscere, certamente. Un testo che chi ama la cultura italiana del Novecento dovrebbe incontrare almeno una volta, soprattutto per comprendere fino in fondo la lucidità sarcastica della scrittura di Flaiano. Ma difficilmente lo si può definire uno spettacolo pensato per entusiasmare.

Si avverte costantemente la sensazione di trovarsi davanti a un esercizio di stile di altissimo livello intellettuale, più che a un’esperienza teatrale capace di trascinare davvero lo spettatore. È una scrittura che ammira la propria intelligenza e che, inevitabilmente, finisce per parlare a pochi. Un testo raro, elitario, persino aristocratico nella sua distanza emotiva.

Eppure, qualcosa rimane. Rimane la bravura monumentale della Marigliano. Rimane la satira ancora attualissima di Flaiano. Rimane quella malinconia sottile che accompagna l’idea di un alieno accolto come salvatore e poi lentamente dimenticato da una società incapace di conservare stupore.

Forse Un marziano a Roma vive oggi soprattutto grazie ai suoi interpreti più che grazie alla sua struttura drammaturgica. Ma se si accetta di entrare in questa dimensione rarefatta, cerebrale e volutamente anti-emotiva, allora la rappresentazione del Menotti può diventare un’esperienza culturale di raffinata levatura. Non indispensabile. Non travolgente. Ma certamente degna di essere attraversata almeno una volta nella vita.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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