Nel cuore del Fringe Milano-Off 2025, alla Casa del Meneghino, spazio storicamente dedicato ai burattini, si compie una piccola rivoluzione teatrale: i fantocci di legno, che da sempre intrattengono i bambini, cedono il loro posto a un corpo vivo, quello di Claudia Donadoni, che dà carne e voce a Rusina de Cilla, donna realmente esistita, ingiustamente processata e condannata al rogo nel 1520.

Sotto la regia di Sergio Stefini, e con la supervisione di Marco Baliani, Stria è un viaggio nel tempo, ma soprattutto nella memoria collettiva: un teatro narrativo che nasce da una ricerca storica rigorosa, condotta sul territorio insubre – da Milano ai confini della Svizzera – e sostenuta dal Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’Università dell’Insubria di Varese, custode degli atti processuali originali, miracolosamente scampati al grande rogo del 1850 che distrusse la maggior parte della documentazione relativa ai processi per stregoneria.
Fin dall’inizio, lo spettatore non si rende pienamente conto di entrare in una scena di processo. La Donadoni, legata, immobile, sembra un fantoccio abbandonato, un residuo di quella stessa tradizione popolare che in quello spazio ha sempre visto animarsi burattini e marionette. Poi, lentamente, chiede a un membro del pubblico di slacciarle le funi, rompendo la distanza tra attore e spettatore, realtà e rappresentazione. In quell’atto semplice si spalanca la memoria: la donna riacquista il corpo, la parola e la dignità negate.
L’accompagnamento musicale di Giovanni Bataloni, dal vivo, con fisarmonica, piano e voce – intrecci di suoni mistici ed elettronici – accompagna il racconto come un respiro ancestrale. La musica non commenta, ma interroga: vibra con la voce della Rusina, ne amplifica le crepe, i tremori, il dolore sommesso.
I capelli rossi della Stria, che spiccano nella penombra scenica, sono segno e condanna insieme. In un mondo che temeva ciò che non capiva, quel colore era marchio di diversità, di pericolo. La società patriarcale e superstiziosa del Cinquecento vedeva nel rosso il fuoco, la lussuria, la disobbedienza. Donadoni, con il suo incarnato e i suoi occhi vivi, rende tangibile quella tensione tra bellezza e condanna.
Il pensiero corre inevitabilmente a Rosso Malpelo verghiano, altra creatura esclusa, altra anima bollata dal colore dei capelli, simbolo della diversità che l’ignoranza trasforma in colpa. Ci piace immaginare una Rusina e un Malpelo incontrarsi idealmente nello stesso inferno sociale: quello in cui la differenza diventa un marchio da estirpare.
La scena è essenziale e quasi “al naturale”, come se emergesse dal terreno stesso e i rami. I costumi di Francesca Piotti contribuiscono a questo realismo povero ma potente: la tunica lisa e vuncia della protagonista restituisce la materialità di una donna di campagna, di un’erborista che conosce le piante e la terra, che vive ai margini e proprio per questo diventa sospetta. Ogni piega dell’abito racconta la sua fatica, ogni macchia è una traccia di sopravvivenza.
Donadoni strega il pubblico, ma non con incantesimi: con il linguaggio. Il suo monologo è un esercizio di stratificazione linguistica e di memoria antropologica.
Il dialetto lombardo – aspro e tenero insieme – si intreccia all’italiano forbito delle formule processuali cinquecentesche e a quello contemporaneo della narrazione metateatrale. Ne nasce un polifonico mosaico linguistico, dove la lingua stessa diventa campo di battaglia tra il potere e l’umanità.
La corporeità dell’attrice – gesti minimi, occhi che attraversano la platea, un respiro che sembra dialogare con l’aria – trasforma la scena in un rito collettivo.
Il testo, oltre alla sua forza poetica, è un atto politico. I riferimenti alle figure della legge, ai luoghi e alle modalità dei processi per stregoneria sono storicamente documentati, ma diventano metafora universale delle persecuzioni di genere. Le accuse senza prove, le confessioni estorte, la delegittimazione della parola femminile: tutto riecheggia con impressionante attualità.
Stria parla del Cinquecento, ma parla anche di oggi, di un tempo in cui il corpo e la voce delle donne continuano a essere messi in discussione. Rusina è un’erborista, come sua madre e sua nonna. Lavorare con le erbe significa conoscere la natura, ma anche sfidare il mistero.
Nell’epoca in cui la scienza era monopolio maschile, sapere di erbe e guarigioni era un atto di libertà, e per questo un pericolo. La Rusina sa curare, ma anche avvelenare: prepara il vino e il pane avvelenato, non per vendetta ma per giustizia. È la rivolta etica di chi restituisce al male la propria misura.
Forse le vere streghe – suggerisce lo spettacolo – sono le donne che hanno scelto di farsi giustizia da sole, di opporre al potere il proprio sapere e la propria voce. Non crudeltà, ma resistenza morale.
Stria è uno spettacolo che merita ogni palco: un lavoro denso, filologico e insieme angelico (si scoprono le sue ali solo guardandolo); il tutto rende onore alla memoria delle donne perseguitate e a un palco aperto che si fa archivio vivo del tempo. Nel racconto, la storia non si limita a essere ricordata: viene restituita, raccolta e raccontata come un seme che torna a germogliare dal suo fuoco.
Con il rigore della ricerca e la grazia dell’arte, questa pièce diventa un rito di restituzione, dove il teatro si fa giustizia poetica. Sicuramente uno degli spettacoli più intensi e apprezzati del Fringe Milano-Off 2025, capace di parlare al cuore e alla coscienza con la forza di una fiamma che non si spegne.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.
