Dalla scoperta del teatro a sei anni fino ai progetti autoriali di oggi, Alessandro Bandini racconta il percorso di un attore che si nutre di consapevolezze, di amori e di visioni. La sua è una ricerca costante: dare voce alla vulnerabilità per trasformarla in forza scenica. A voi l’intervista di art a part of cult(ure).

Quando è nata la scintilla che ti ha fatto capire che un giorno saresti diventato un attore?

Credo sia stato quando avevo sei anni, al Teatro della Tosse di Genova. Mia mamma mi portò lì, a sorpresa, una domenica pomeriggio. Ricordo ancora il velluto rosso delle poltrone, il loro profumo, la sensazione di trovarmi in un luogo nuovo, misterioso e accogliente insieme. Forse, paradossalmente, ricordo più il velluto che mia madre accanto a me.

Eravamo seduti a sinistra della platea: sul palco comparivano delle proboscidi giganti di elefanti, la luce calda della savana, animali che prendevano vita davanti ai miei occhi. Mi voltai verso mia mamma e dissi: «Anch’io voglio fare quella cosa lì!». È rimasto un momento inciso nella memoria, un’illuminazione.

A Genova, poi, iniziai alla scuola de “La Quinta Praticabile”, che per tanti attori della mia città è stata una vera caserma formativa. All’inizio era solo un hobby, ma ben presto mi resi conto che era qualcosa di più: a sei anni già ci insegnavano dizione e disciplina, con una serietà che oggi apprezzo moltissimo.

Grazie a quella scuola, a dieci anni mi ritrovai a recitare, quasi senza rendermene conto, accanto a Giorgio Albertazzi. Ricordo che la maestra ci disse: «Quando lo incontrerete al Teatro della Corte, ricordatevi di dire: buongiorno Maestro!». Sono piccoli dettagli che hanno acceso in me un sentimento di rispetto profondo per questo mestiere.

 Che cosa ti hanno insegnato gli errori e i tentativi falliti lungo il tuo percorso formativo?

Gli errori sono stati tanti, e li tutti considero fondamentali. Mi hanno insegnato soprattutto a fidarmi di me stesso. Spesso, nei momenti di vulnerabilità, invece di seguire il mio istinto, mi sono affidato agli altri per paura di sbagliare. È stato un fallimento, sì, ma un fallimento prezioso, perché oggi so che la cosa più pericolosa è scappare da sé.

Per questo motivo, ho fatto mio un piccolo ‘mantra’ che condivido con Ugo Fiore: “Appena senti che io scappo da me, portami dove è la mia natura”.

Non significa che io sappia già quale sia questa natura, ma che almeno so riconoscere quando mi allontano da essa. E in quel riconoscimento centripeto c’è la possibilità di crescere, di ritrovare fiducia.

Hai lavorato in produzioni come SKAM 5, Rapito e Comandante. Cosa ti è rimasto da quelle esperienze?

Sono state esperienze intense, seppur brevi, che mi hanno arricchito moltissimo. Sul set ho respirato la concentrazione, la precisione, la dedizione collettiva che servono per costruire una storia in immagini. Mi hanno fatto capire che mi piacerebbe affrontare davvero il grande schermo, con una sfida che mi travolga e mi assorba totalmente.

Il cinema, più della televisione, ha la forza di raccontare le sfumature invisibili, quelle fragilità che stanno nei dettagli, nello sguardo, persino nella punta delle dita.

Sento che lì, in quello spazio sospeso e intimo, potrei dare molto di più.

Quando non sei sul palco, che cosa ti fa stare bene?

Può sembrare semplice, a tratti anche banale, ma la risposta è l’amore. In questo momento la persona che ho accanto è per me cura, sostegno, luce. È uno scambio che mi nutre e mi dà equilibrio. Ma ci sono anche la mia famiglia e i miei amici, che sono una presenza meravigliosa.

Con loro, anche se molti sono teatranti, non parliamo quasi mai di teatro: stiamo insieme, ridiamo, ci raccontiamo la vita di tutti i giorni. Passare del tempo sereno con le persone a cui voglio bene mi fa tornare a respirare.

Qual è oggi il tuo sogno artistico più intimo?

Se mi avessi fatto questa domanda da bambino, ti avrei risposto senza esitazioni: vincere un Oscar. Quel sogno rimane da qualche parte, ma non è più ciò che mi guida la mattina quando mi sveglio. Oggi il mio sogno più intimo è proseguire un percorso autoriale.

In questo momento sto lavorando a Per Sempre e sento accendersi dentro di me la stessa fiamma che provai da piccolo, quando passavo ore a inventare storie con i personaggini della Disney che compravo con mia nonna. Scrivere e creare mi tiene sveglio la notte, ma allo stesso tempo mi dà energia e desiderio.

Ne parlavo con Marta, una mia cara amica: tra dieci anni spero di essere ancora qui, a creare, a scrivere per la scena. È un cammino che sento appena iniziato, ma che riconosco come il mio posto, il luogo in cui la mia natura prende forma.

A proposito di Per Sempre, ci dai qualche anticipazione inedita?

Per Sempre nasce da un antefatto di un percorso avuto con Ugo Fiore, il mio drammaturgo, e con Antonio Latella. Antonio ci ha chiesto nel 2023 di lavorare sul nostro progetto e di creare una drammaturgia sugli ‘Amleti’ che Giovanni Testori ha scritto.

Poi, a un certo punto, mi sono promesso di cercare il mio Testori. E quindi sono andato a casa sua, a Novate Milanese, e mi sono ricordato che, proprio durante una visita che abbiamo fatto lì, Latella ci aveva detto: «Guardate, là trovate il carteggio tra Testori e Alain Toubas», l’uomo che Testori stesso definì come “la persona a cui aveva voluto più bene che a tutti gli altri”. Quindi ho iniziato a spulciare le lettere trai due, arrivate fino al 2021, perché erano a casa di Alain, che è morto proprio in quell’anno prima che venissero acquistate e riprese da casa Testori.

Mi ricordo di aver aperto questi pacchetti ordinati con le missive ceralaccate da Testori. Erano state messe in ordine e leggendo la prima si legge pressappoco così: Caro Alain, io sono disperato perché avete deciso di non venire; devo pensare che la mia lettera è stata così dura, ma io non avrei mai voluto ferirvi. Io adesso sono qui, voi siete a Parigi e il mondo mi crolla addosso…

Ecco come amava il mio Testori! È stato molto divertente, perché quando poi io mi sono trovato a studiare su di lui, a un certo punto lui parla di uno dei suoi pittori preferiti. E citando Tanzio da Varallo, dice: Io avrei dato qualsiasi cosa per sapere come amava, come era la sua disperazione, il suo dolore in amore.

Quindi mi fa sorridere, perché in realtà questo è successo proprio per quanto riguarda Per Sempre, nel senso che io mi sono affezionato e… anche innamorato. Ho provato veramente un’infantile, a tratti totale, amore di Testori. E quindi mi sono basato su una parte del carteggio in francese che va dal ‘59 al ‘62. Il mio collaboratore, Ugo, ha lavorato invece sulle lettere di Alain per un totale di più di 2200 epistole.

Il mio desiderio è sicuramente partire da una scrittura privata come quella delle lettere, fino a far deflagrare lo spettacolo verso I trionfi, una raccolta poetica che Testori compose nel 1965.

Sono più di dodicimila versi, una valanga in cui si parla veramente di rabbia, di desiderio, di passione, di carne, di lenzuola e quindi, in qualche modo, si arriva, anche ad Alain, che però non è il vero dedicatario della raccolta. È una poesia cerca di elevare verso l’eternità, verso il per sempre, appunto, questa storia d’amore.

Un’ altra straordinaria prova per te (e Alfonso De Vreese) è stata Come nei giorni migliori di Diego Pleuteri. Che cosa ti ha lasciato questo spettacolo?

Ho accettato la mia parte, che è più difficile da vedere sia per l’attore, sia per lo spettatore. Ho accettato di metterla in scena. È un lavoro a cui devo tanto perché mi ha permesso di anche ridere, di sentir ridere la gente di quella mia parte, di sentirla ogni tanto.

Mi ricordo che durante una delle prove, a metà dello spettacolo, ho detto: «Ma non è che sarò troppo antipatico come personaggio?». Solo dopo ho abbandonato quel pensiero, buttandomi senza pregiudizio, con tutto me stesso, in questa scrittura. Io e Alfonso abbiamo lavorato sempre cercando di muoverci all’interno di un nostro magma.

Io in parte rivivo in Billy, uno dei due protagonisti. Adoro sentire che il pubblico mi dica “Stronzo!” quando scopre che ho tradito il mio amore; adoro aver addosso gli occhi durante la competizione di padel, adoro che tutti mi guardino ballare in discoteca. Però penso che ci sia anche un lato umano e, nel momento in cui io stesso riconosco l’umanità di queste mie caratteristiche e fragilità che mi rendono quello che sono, a quel punto, perché non donarle al pubblico, sperando che lascino il segno?

immagine per Come nei giorni migliori. Foto di Luigi De Palma
Come nei giorni migliori. Foto di Luigi De Palma

In un mondo saturo di contenuti superficiali, che cosa resta del teatro?

Resta ciò che nessun altro linguaggio può sostituire: la carne viva. Il teatro è l’incontro diretto, lo scambio di sguardi, l’emozione che vibra nel momento in cui accade e che subito scompare, ma lascia una traccia. A Roma, con Alfonso, dicevamo: «Pensa a quante persone sono passate davanti a noi… chissà cosa abbiamo lasciato nei loro occhi, nei loro cuori».

Io credo che sia questo a rendere il teatro unico: il desiderio, da parte del pubblico, di sentire quell’energia che nasce solo nell’hic et nunc di uno spettacolo.

Tre aggettivi per dirci chi sei, nella vita e sul palco.

Direi che potrei dividermi in tre parti: A ‘Bandini’ affibbio l’apparenza. A ‘Bando’ l’amore. Ad ‘Alessandro’ la ferita.
Ed è proprio la ferita che mi muove: quella che cerco di risanare ogni volta, ma che resta anche la ragione per cui vivo e per cui faccio l’artista.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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