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Fringe Milano-Off #5. Notte tempo e i cronisti del crepuscolo

di Matteo Resemini

Nel buio sospeso di una notte che sembra non finire, Notte tempo – nella regia e interpretazione di Pietro De Nova e Maurizio Zucchi e con la voce narrante di Franco Sangermano e Umberto Ceriani – approda al Circolo e Centro Studi Caldara nell’ambito del Fringe Milano-Off Festival 2025, e porta con sé una storia che gioca la sua partita più audace tra una mano di bridge e un arrocco di scacchi. È una notte del pensiero, della parola, del tempo che si piega e si rifrange. È il teatro stesso, ancora una volta, a muovere le sue pedine – non senza indecisione, ma con quella precisa imperfezione che talvolta fa scintillare la verità.

immagine per Notte tempo, Pietro De Nova e Maurizio Zucchi
Notte tempo, Pietro De Nova e Maurizio Zucchi

Tra le luci tremolanti di un’Italia del 2030, in preda a un immaginario blackout elettrico e morale, De Nova e Zucchi si muovono come due “rotative viventi”: anime erranti di un giornalismo che fu, reduci da un incendio (simbolico e letterale) che ha cancellato l’Ufficio dell’Informazione e con esso un’epoca intera di carta, inchiostro e sudore. Il loro è un viaggio nel tempo, un ritorno a un passato prossimo in cui la scrittura contava, in cui la notizia era ancora un gesto di carne e di sangue, non un algoritmo.

A fare da contrappunto, come un basso continuo, la voce di Sangermano: calda, penetrante, quasi medianica, capace di evocare il fantasma più inquieto e profetico del nostro Novecento, Pier Paolo Pasolini. Le sue parole, risorte da un futuro in macerie dove il digitale è crollato e la carta detta nuovamente legge, attraversano la scena come lampi di coscienza. Cinquant’anni dopo la morte ostiense di PPP per mano dei “ragazzi di vita che tolgono la vita”, la sua voce torna a interrogare il nostro presente, o meglio, il nostro dopo-presente.

L’uso di una stazione radiofonica fittizia, che irrompe nella drammaturgia con notiziari in diretta da Gaza, cronache di alluvioni italiane, dibattiti politici surreali, serve come portale analogico: lo spettatore è risucchiato in una dimensione altra, un’Italia possibile ma deformata, dove la memoria si confonde con la profezia e la distopia con la cronaca.

immagine per Notte tempo, Pietro De Nova e Maurizio Zucchi
Notte tempo, Pietro De Nova e Maurizio Zucchi

La scenografia è apparentemente povera, quasi francescana: quattro pannelli rudimentali, appendiabiti e carta di giornale. Ma proprio in quella fragilità si compie la magia del segno. L’“ittero del giornalismo” è visivamente presente: la carta è ingiallita, malata, ma ancora viva. È un teatro che rievoca la materia stessa della notizia, la polvere delle rotative, il peso della parola scritta quando ancora aveva un corpo.

De Nova e Zucchi si alternano in una continua dialettica di botta e risposta, un dialogo fitto che imita il ritmo di stampa delle rotative e il brusio incessante delle redazioni.

Se De Nova appare più agile e calibrato nei tempi scenici, Zucchi compensa con una fisicità riflessiva, quasi trattenuta, che dà spessore al duello verbale. La loro idea – quella di far leggere allo spettatore un intero giornale vivente, fatto di cronache, editoriali, rubriche e pubblicità immaginarie – è affascinante e ambiziosa.

Tuttavia, questa architettura di scatole cinesi rischia talvolta di franare sotto il peso delle proprie intenzioni.

L’omaggio pasoliniano si dilata fino a disperdersi; la critica al giornalismo contemporaneo, incarnato dallo stereotipo del “giornalista-sciacallo” votato al dogma delle tre S (“sesso, sangue, soldi”), si fa troppo frontale, quasi didascalica.

C’è però un momento, breve ma folgorante, in cui Notte tempo trova il suo baricentro. È il dialogo serrato di cinque minuti in cui i due attori ricreano, con ritmo martellante, la routine febbrile di una redazione: orari impossibili, correzioni, impaginazioni, scadenze, nervi tesi e caffè freddi. Lì la parola teatrale si fa corpo, danza e precisione.

Lì si avverte davvero il ronzio delle api operaie del giornalismo, che lavorano incessantemente per una sola stilla di miele: l’articolo perfetto. E insieme, si scorge il lato oscuro di quello stesso alveare: il rischio di diventare calabroni, distruttori della notizia più che custodi della verità.

immagine per Notte tempo, Pietro De Nova e Maurizio Zucchi
Notte tempo, Pietro De Nova e Maurizio Zucchi

La chiusa, di rara intensità poetica, restituisce il vero volto di Pasolini: quello dell’intervista a La Stampa rilasciata a Furio Colombo poche ore prima della morte. Le sue parole, «Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori», risuonano oggi come una condanna eterna, incisa nel marmo del nostro presente. E quando si pronuncia la frase «Tutti siamo assassini e buoni di una nuova società», la sala si fa silenziosa. Lì, nel buio, non c’è solo alacre verità.

Notte tempo è uno spettacolo coraggioso, visionario, benché a tratti caotico. La sua drammaturgia contemporanea funziona, ma chiede respiro: troppi temi, troppe parole, troppi piani di lettura finiscono per sovrapporsi in un mosaico che perde il filo della sua stessa tessitura. L’intenzione di omaggiare la storia e denunciarne gli errori è alta, ma il risultato si disperde nel labirinto dell’enfasi.

Resta, però, il merito di un teatro che osa interrogare il presente, che non teme di sporcare le mani con l’inchiostro e di cercare, nel buio della notte, quella luce di verità, quando spontanea, può restituire.

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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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