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Enrico IV: fino a sparire. Quando Pirandello diventa una ferita aperta

«La pazzia, sapete, è come la ragione: anch’essa ha diritto d’essere ascoltata.» È forse da questa celebre intuizione pirandelliana che occorre partire per comprendere Enrico IV: fino a sparire, scritto e diretto da Davide Del Grosso e andato in scena al Teatro Litta di Milano. Uno spettacolo che non si limita a confrontarsi con il capolavoro di Pirandello, ma lo attraversa, lo disseziona e lo restituisce come materia viva, trasformando il dramma dell’identità in una riflessione lacerante sul tempo, sulla memoria e sulla stessa condizione lavorativa dell’attore contemporaneo.

immagine dello spettacolo Enrico IV: fino a sparire, al Teatro Litta di Milano
Enrico IV: fino a sparire. Teatro Litta di Milano

Pietro De Pascalis e Marco Oliva danno corpo a due uomini che condividono un appartamento segnato da una quotidianità solo apparentemente ordinaria. Enrico si spazientisce per un dettaglio banale – il latte finito – e insiste perché Mattia esca a comprarlo. Ma l’amico oppone un rifiuto ostinato, quasi irrazionale: fuori c’è qualcosa che lo paralizza. Eppure, quel giorno non è un giorno qualsiasi.

La radio continua a scandire la data, martedì 4 marzo, ricordandogli l’appuntamento decisivo con un provino che potrebbe cambiare la sua vita. Mentre tenta disperatamente di ripassare le battute, il copione diventa una protesi della memoria. Ogni esitazione lo costringe a tornare sulle pagine dell’Enrico IV di Pirandello.

Il testo teatrale non è più soltanto uno strumento di lavoro, ma diventa l’archivio di un’identità smarrita, il luogo in cui cercare le tracce di un passato che continua a sottrarsi.

Progressivamente il pubblico comprende che quel 4 marzo non appartiene al fluire del presente, ma è un tempo che si ripete ossessivamente, un “eterno ritorno” in cui vita e rappresentazione finiscono per sovrapporsi. Così come l’Enrico pirandelliano sceglie consapevolmente di abitare la propria follia, anche Mattia, una volta riaffiorato il ricordo dell’incidente che gli aveva cancellato vent’anni di esistenza, preferisce rifugiarsi nell’oblio piuttosto che affrontare il peso insostenibile di un tempo perduto. La memoria, allora, non è salvezza, ma continua condanna.

Del Grosso costruisce un dispositivo scenico che mantiene costantemente lo spettatore in uno stato di instabilità percettiva. Non esistono confini netti tra ciò che accade realmente e ciò che viene generato dalla mente dei personaggi; ogni certezza viene continuamente incrinata, ogni verità rimessa in discussione.

È la lezione più autenticamente pirandelliana: la realtà non è un dato oggettivo, ma una costruzione fragile, continuamente riscritta dallo sguardo e dalla coscienza.

Ma la riflessione si allarga ben oltre Pirandello. Enrico IV: fino a sparire parla anche della precarietà dell’esistenza teatrale. Fare teatro significa abitare un mestiere fragile, continuamente sospeso tra attese, provini, rinunce e invisibilità. È un lavoro che richiede un sacrificio nel senso più profondo dell’etimologia: rendere sacro qualcosa attraverso la dedizione.

L’attore sacrifica stabilità, certezze, perfino parti della propria identità, nella speranza che una parte possa restituirgli, almeno per un istante, una forma di verità. In questo senso il provino diventa il simbolo di una condizione universale: quella di chi continua a cercare sé stesso attraverso i personaggi che interpreta.

Le scene di Dino Serra e i costumi di Camilla Nardelli scelgono un realismo essenziale, restituendo uno spazio domestico spoglio, quasi consumato dall’abitudine. È un ambiente riconoscibile, quotidiano, proprio per questo capace di accogliere con maggiore forza le progressive fratture della coscienza. Anche gli abiti raccontano una sospensione esistenziale: sembrano appartenere a ragazzi rimasti prigionieri di una giovinezza mai davvero conclusa, figure incapaci di attraversare definitivamente la soglia dell’età adulta.

Il disegno luci di Fulvio Melli diventa uno dei linguaggi più efficaci della regia. Le improvvise accensioni stroboscopiche interrompono la continuità dello sguardo e trasformano la scena in un territorio percettivo instabile, dove le identità si moltiplicano, si deformano, si frantumano.

Non è un semplice espediente estetico, ma la traduzione visiva della scissione dell’io che attraversa l’intera vicenda, richiamando direttamente il cuore della poetica pirandelliana: ogni individuo contiene molteplici versioni di sé, nessuna definitiva, nessuna completamente conoscibile.

Il dialogo con Pirandello, pur rimanendo costante, evita ogni sterile esercizio citazionistico. Il capolavoro novecentesco agisce come una matrice invisibile che alimenta i livelli psicologici, affettivi e metateatrali della drammaturgia. Il fatto che si stia preparando proprio un provino per interpretare Enrico IV genera un raffinato gioco di riflessi, dove il personaggio, l’attore e l’uomo finiscono per confondersi reciprocamente.

Se il teatro sembra condannato alla ripetizione, replicando ogni sera lo stesso copione, la vita continua invece a sfuggire a qualsiasi possibilità di controllo, imponendo deviazioni, perdite e trasformazioni impreviste.

Inoltre, l’utilizzo dei led e delle luci stroboscopiche imprime allo spettacolo una cifra sorprendentemente contemporanea, quasi pop, che non tradisce la materia pirandelliana, ma la rilancia nel presente. Quelle esplosioni luminose evocano il bombardamento percettivo della modernità e, insieme, il riaffiorare intermittente di una giovinezza ormai perduta che continua però a occupare il presente dei protagonisti come un fantasma mai dissolto.

Il finale raggiunge un’intensità dolce. È commovente, profondamente empatico, quasi ‘ematico’ nella sua capacità di far percepire allo spettatore il sangue vivo che scorre sotto la superficie della rappresentazione.

Non cerca il colpo di scena, ma la verità emotiva. Ed è proprio qui che lo spettacolo trova la sua matrice: nell’intelligenza emotiva con cui riesce a trasformare il dolore in esperienza condivisa, lasciando il pubblico con la sensazione che, forse, sparire non significhi scomparire, ma smettere di mentire a sé stessi.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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