Con Hermèstories: va in scena un’avventura, il Teatro Franco Parenti ha accolto una creazione che si colloca in una zona di confine: tra racconto poetico e operazione di immagine, tra fiaba teatrale e raffinato esercizio di stile.

Alla regia Pauline Bayle, direttrice dal 2022 del Théâtre Public de Montreuil, artista che negli ultimi anni ha saputo distinguersi per la capacità di attraversare i classici con uno sguardo contemporaneo. Qui, però, l’impresa è diversa: raccontare, o meglio evocare al limite della reclame, il mito e l’eredità di Hermès, la maison fondata nel 1837.
Il cuore della messinscena è il personaggio di Lad, lo scudiero equestre che da sempre accompagna l’iconografia del marchio. A interpretarlo è una giovane attrice Hélène Chevallier, scelta con l’intento di infondere freschezza, modernità e leggerezza a un archetipo che condensa l’immaginario della casa di moda francese.
Lad, figura ingenua e sognante, si muove tra gli ambienti dello storico indirizzo di rue du Faubourg Saint-Honoré a Parigi: la boutique iconica diventa così il teatro di un vagabondaggio senza scopo, un passeggiare nel tardo pomeriggio tra incontri improbabili, apparizioni e con la voce narrante di Jenna Thiame.
L’idea, sulla carta, è seducente: un viaggio teatrale dentro un universo estetico che da quasi due secoli incarna lusso, raffinatezza e artigianalità. Ma proprio qui emerge la fragilità strutturale del progetto.
La drammaturgia è evanescente, priva di conflitto, incapace di generare tensione. La narrazione si riduce a un pretesto, a una successione di quadri che ricordano una favola un tantino infantile, senza la profondità simbolica che ci si aspetterebbe da un’operazione teatrale. Il risultato è un racconto che non decolla, che resta confinato nel perimetro della boutique e non riesce mai a trasformarsi in un vero percorso artistico.
Come scriveva Baudelaire nella Danse macabre: «Ô charme d’un néant follement attifé» – il fascino di un nulla vestito con cura. È esattamente questa la sensazione che accompagna lo spettatore: un incanto visivo che cela, sotto gli orpelli, il vuoto narrativo.
Eppure, lo spettacolo non è privo di momenti di ingegno. La scenografia è forse l’aspetto più riuscito: gli oggetti di scena si trasformano con creatività, diventando piccoli dispositivi di magia teatrale. Un bastone-ombrello ripara dalla neve che cade all’improvviso, un carré gigantesco consente di solcare lo spazio e librarsi in aria, un’altalena mima l’ascensore della boutique parigina. Sono invenzioni semplici ma efficaci, che restituiscono allo spettatore il gusto per la trasformazione scenica.
Ancora più originale è la presenza del rumorista Monsieur Bruit, un competentissimo Xavier Drouault, vero coprotagonista della serata. Con materiali presi dal mondo di Hermès e con gesti minimi, egli costruisce un paesaggio sonoro sorprendente: dal fruscio dei tessuti al galoppo dei cavalli, dalle voci che echeggiano alle suggestioni di un atelier in fermento. È in questi momenti che lo spettacolo trova la sua autenticità, emancipandosi dall’estetica patinata per diventare puro gioco teatrale.
Il problema è che tali intuizioni restano isolate. La regia di Pauline Bayle sembra accontentarsi della suggestione, come se la forza evocativa del marchio fosse sufficiente a colmare la mancanza di drammaturgia. Ma il teatro, proprio come l’artigianato più raffinato, non perdona l’approssimazione: richiede rigore, struttura, un pensiero che vada oltre l’apparenza. Il rischio è quello di cadere nello stesso paradosso delle borse Hermès: se il modello è riuscito, diventa oggetto del desiderio; se è mal concepito, nemmeno il marchio può salvarlo.
Alla fine, resta l’impressione di un lavoro elegante, persino seducente a tratti, ma privo di sostanza. Non lascia tracce emotive né intellettuali nello spettatore: una parentesi gradevole, ma che non aggiunge nulla alla storia del teatro né, paradossalmente, a quella della maison stessa.
Un’ulteriore scelta registica che merita una riflessione riguarda la traduzione del testo in italiano. L’idea di far recitare le attrici in una lingua non loro, probabilmente appresa con fatica o sostenuta da suggerimenti in cuffia, è certamente apprezzabile per l’intento di avvicinare il pubblico e rendere più diretta la fruizione.
Tuttavia, il risultato appare leggermente affettato, quasi artificiale: la musicalità e la naturalezza del francese – lingua madre della pièce e della maison che ne è al centro – avrebbero restituito più coerenza, autenticità e respiro internazionale. A volte, per preservare la verità scenica, è meglio rinunciare alla mediazione linguistica e lasciare che la lingua originale faccia il suo lavoro, accompagnata eventualmente da sovratitoli.
Forse il nodo irrisolto è proprio il cortocircuito tra lusso e scena. Il teatro è arte fragile, destinata a sparire nell’istante in cui accade; il lusso, al contrario, è costruzione di eternità, di oggetti destinati a durare e a tramandarsi. Tentare di fondere questi due mondi significa rischiare che l’uno annulli l’altro: la leggerezza del teatro diventa marketing, la solidità del marchio si dissolve in un’estetica fine a sé stessa.
Hermès continuerà a incantare con la sua pelletteria, i suoi carré, le sue invenzioni artigianali. Ma il teatro, se vuole davvero sopravvivere (e sorprendere), ha bisogno di storie interessanti, non di loghi famosi.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








