C’è una zona del teatro in cui i classici non chiedono d’essere reinventati, ma semplicemente rispettati. Non si tratta di museificarli, bensì di accoglierne la vitalità, la brillante architettura linguistica, la loro ironia chirurgica. L’importanza di chiamarsi Ernesto è uno di questi organismi scenici pressoché perfetti, una macchina di precisione comica che, se si vuole alterare, rischia irrimediabilmente di incepparsi.

La regia di Geppy Gleijeses, andata in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, sceglie dichiaratamente la strada della fedeltà, poggiando l’intera costruzione scenica sulla limpida traduzione di Masolino D’Amico: scorrevole, pulita, trasparente, mai acquiescente. La parola è lasciata libera di respirare e di far risuonare tutta la cristallina perfidia linguistica di Wilde.

immagine per L’importanza di chiamarsi Ernesto, Teatro Franco Parenti, 2025. foto T. Le Pera
L’importanza di chiamarsi Ernesto, foto T. Le Perafoto T. Le Pera

La scelta principale, dunque, è semplice quanto dichiarata: far ridere, bene e tanto. E lo spettacolo effettivamente diverte, spesso con naturalezza, talvolta con qualche sbandamento verso la farsa, come se la commedia – che in Wilde richiede grazia, equilibrio, levità – fosse tentata da una ridicolezza più fisica e guizzante.

Così accade nei movimenti un po’ convulsi di Algernon e Jack, interpretati rispettivamente da un Luigi Tabita di grande presenza e un Giorgio Lupano attento ma talvolta più meccanico che elegante; oppure nella doppia incarnazione del maggiordomo, affidata al simpatico Riccardo Feola, che però sembra talvolta più un maître di un hotel di lusso che non un domestico dell’aristocrazia edoardiana.

Il tono sconfina talvolta nella caricatura anche nelle scene agresti del secondo atto, dove Bruno Crucitti (il Reverendo Chasuble) e Gloria Sapio (la zitella Miss Prism) inseguono farfalle e battute con un entusiasmo forse più vicino alla farsa che al cesello del dialogo salace.

Tuttavia, quando accade qualcosa di davvero teatrale e necessario, è per merito di Lucia Poli. Ed è qui che la messinscena trova la sua ragione.

A ottantacinque anni, l’attrice domina il palco con una naturalezza che non ha bisogno di enfatizzazioni: non interpreta Lady Bracknell, è Lady Bracknell, con la ferocia e l’imperturbabilità morbida di chi conosce il comico non come artificio, ma come second’aria respirata.

La sua entrata in scena è già dichiarazione di poetica: postura e fraseggio rigorosi, una voce che modula ironia e autorità senza mai calcare, un gesto che doma lo spazio prima ancora di attraversarlo. La Poli porta in scena la grande tradizione del teatro di parola, di quel teatro che non urla, non agita, ma incide.

L’importanza di chiamarsi Ernesto - Lucia Poli, foto T. Le Pera
L’importanza di chiamarsi Ernesto – Lucia Poli, foto T. Le Pera

Si potrebbe dire che il vertice del suo stile si manifesta in una battuta che conosciamo tutti, e che nelle sue labbra acquista nuova linfa: «Un uomo che si perde un genitore può essere considerato una disgrazia; ma perderli entrambi, signor Worthing, pare una distrazione.» Lucia Poli la pronuncia alzando leggermente le sopracciglia e lasciando che siano gli occhi – due lame sottili e insieme colme di ironica solennità – a suggerire tutto il resto.

E poi quelle mani, educate alla scena come a un rituale antico, si muovono con la precisione di una miniaturista: non enunciano, ma definiscono lo spazio, lo regolano, lo disciplinano.

Ogni gesto è misura, ogni pausa è sapienza. Non è solo recitare: è impartire una lezione su cosa significhi, davvero, abitare un personaggio.

Il suo personaggio vive di uno humour che non è mai semplicemente ridanciano, ma insinuante: la Lady Bracknell di Poli è una sovrana della società vittoriana consapevole della propria piacente crudeltà, e proprio per questo irresistibile.

La precisione con cui scandisce il famoso interrogatorio sul passato (e l’assenza di famiglia) di Jack è un piccolo trattato di timing comico: non c’è un accento fuori posto, non c’è una pausa che non sia calibrata per ottenere la massima frizione tra la serietà del contenuto e l’assurdità assoluta della forma. Qui, e solo qui, lo spettacolo tocca punte di classe altissima anche grazie ai bellissimi costumi di Chiara Donato.

Se le scene di Roberto Crea nel loro complesso restano essenziali, con una certa tendenza al kitsch dosato, non mancano elementi che disorientano.

La tappezzeria blu ottanio del primo atto avrebbe probabilmente trovato il compiacimento del San Sebastiano di Guido Reni che aleggia sul fondale, mentre i fiori “cresciuti come asparagi” nel giardino del secondo atto tradiscono più che un omaggio al naturalismo, una forzatura estetica che contraddice quell’amore quasi ossessivo che Wilde nutriva per i fiori recisi, simbolo del bello nella sua caducità, mai nell’arbitraria rigogliosità che però sono esteticamente degli orpelli un po’ imbarazzanti.

immagin per L’importanza di chiamarsi Ernesto , Teatro Franco Parenti 2025, foto T. Le Pera
L’importanza di chiamarsi Ernesto , Teatro Franco Parenti 2025, foto T. Le Pera

Ma se nessuno dei personaggi maschili è davvero earnest (onesto), né Ernest, proviamo a esserlo noi: i veri protagonisti della serata restano Oscar Wilde e Lucia Poli. Il primo per la sua inarrivabile costruzione drammaturgica, la seconda per la sua fulgente maestria attoriale.

Lo spettacolo si guarda con piacere, sorride spesso, inciampa talvolta, ma rimane esperienza da vedere. Perché il teatro, quando è servito con devozione al testo e con un corpo scenico che incarna e non imita, mantiene viva la sua ragione d’essere.

E allora sì: al Parenti, l’importanza non è più di chiamarsi Ernesto. È l’importanza di chiamarsi… Lucia Poli!

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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