Acanto, scritto e diretto da Nicola Russo, si configura come un raffinato e straziante viaggio nell’interiorità di due personaggi simil-beckettiani, dove la semplicità dell’attesa diventa il catalizzatore di memorie e introspezioni profonde.

In scena al Teatro Franco Parenti di Milano, lo spettacolo cerca di trasportare il pubblico in una sala d’attesa di un centro analisi HIV, un luogo apparentemente neutro e senza grandi curatele sceniche, ma intriso di tensioni invisibili e ricordi pulsanti.
I due protagonisti sono un uomo (Alessandro Mor) e un ragazzo (Gabriele Graham Gasco), legati da un filo comune: il viaggio nei meandri delle esperienze omoerotiche che, attraverso due generazioni distinte, si svelano in tutta la loro complessa fragilità.
Il titolo, Acanto, non è affatto – come si potrebbe pensare – un cenno botanico alle foglie che adornano i capitelli corinzi dell’antichità, bensì un simbolo onirico di quel cruising avventuroso e istintivo, che si nasconde tra le frasche di parchi pubblici delle grandi città. Acanto è l’invocazione a un passato tanto romantico quanto crudele, che si intreccia con la neutralità del dolore e la tenerezza dell’autoaccettazione.
Sopravvivere non è solo una lotta contro la malattia in atto o in potenza, ma è l’arte di esistere quotidianamente con se stessi, saper riavvolgere il nastro della propria vita, senza ricorrere a consolazioni superficiali.
Russo orchestra il testo su due registri: il primo è realistico, crudo, collocato nella sala d’aspetto, amplificato dai video psichedelici di Matteo Tora Cellini, che spiazzano e turbano volutamente lo spettatore. Il secondo registro, più evocativo e meno banale, si manifesta nelle analessi intrecciate dei due protagonisti, accomunate entrambe dalla ricerca dell’eccesso e dalla propria vulnerabilità: il daddy intellettuale degli anni Ottanta, bene incarnato da Alessandro Mor, e il giovane twink “Grindr-digitale” di Gabriele Graham Gasco.
Se la sceneggiatura fatica ad esplorare quella natura tanto seducente quanto spietata e indifferente al destino umano, l’interpretazione di Gasco, energica e sfumata, spicca come un manifesto della nuova generazione LGBTQ+, mentre quella di Mor emoziona per la sua semplicità interpretativa, intrisa del suo vissuto narrativo.

In Acanto, il dettaglio lancinante del numero di attesa A028 – che non progredirà mai – diventa il simbolo di un’angoscia sospesa nel tempo, un’attesa eterna che amplifica il senso di immobilità e alienazione.
Questo elemento si intreccia con il ricordo poetico evocato dal personaggio di Mor, che cita la pellicola Niente baci sulla bocca (J’embrasse pas) di André Téchiné, un film del 1991 in cui un giovane ingenuo, trasferitosi dal Sud della Francia a Parigi, si prostituisce con il desiderio di vedere il mare almeno una volta nella vita. Il mare, inarrivabile e desiderato, si trasforma in una metafora universale della ricerca di senso e riscatto, mentre il numero immobile A028 rappresenta la paralisi esistenziale dei due.
Nicola Russo, con questi dettagli (forse involontari?) intreccia immobilità e movimento, realtà e ricordo, trasformando frammenti apparentemente semplici in strumenti potenti per riflettere sull’identità, sul tempo e sulla caducità di chi ama senza riflettere sulle sue conseguenze.
Pur affrontando con delicatezza il tema dell’HIV+ e dello stigma sociale non ancora totalmente sdoganato, lo spettacolo si concede anche sprazzi di leggera follia, con battute incalzanti che oscillano tra il graffiante e lo psicotico. Non tutto lo spettacolo è perfetto o memorabile, anzi, ma l’esperienza complessiva è comunque di impatto.
Acanto, pertanto, non è la solita denuncia sociale, ma un mosaico emotivo che invita a perdersi nei labirinti dell’incoscienza umana. È un inno al coraggio di guardarsi dentro, perché a volte, come le foglie d’acanto, la bellezza più autentica si nasconde proprio nelle nervature della nostra storia.
L’efficacia della pièce, benché talvolta drammaturgicamente esile, risiede nella sua discrezione, nel suo lasciare domande e non risposte e nell’assenza di enfasi inutili. È un invito a riavvolgere il nastro della propria vita, anche e soprattutto per chi non è sieropositivo.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








