Carmine De Rosa, classe 1999, un artista che va oltre il trasformismo, creando vere e proprie narrazioni visive in cui ogni movimento e ogni costume sono studiati per suscitare emozioni e stupore.

Le sue performance non si limitano al cambio di abito, ma diventano esperienze sensoriali che coinvolgono il pubblico in un mondo di colori, forme e suggestioni. La sua passione nasce da bambino, quando, con la carta e materiali di recupero, dava vita a burattini e scenografie.

Oggi, grazie a questo bagaglio creativo, è un punto di riferimento nel panorama teatrale italiano, dove il trasformismo è una forma d’arte che richiede continua innovazione.

In questa intervista, ci racconta il suo processo creativo, le sue fonti di ispirazione e il significato profondo della sua arte.

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Carmine De Rosa

 

Carmine, come si svolge la giornata tipo di un trasformista?

Non esiste una routine fissa, ma ogni giornata è scandita da ritmi frenetici e imprevedibili, proprio come un cambio di costume sul palco. Ci sono giorni in cui passo ore a cucire e creare nuovi abiti, altri in cui provo le coreografie e curo ogni minimo dettaglio della performance. Nulla è lasciato al caso, eppure tutto nasce da un istinto creativo che non conosce orari né regole prestabilite.

A tal proposito, i tuoi costumi sono il tuo marchio distintivo. Quando e come nascono le idee per crearli?

Le idee mi nascono quasi sempre di notte, quando la mente è più libera e la mia immaginazione corre senza freni. Visualizzo il costume, immagino il personaggio che lo indosserà, la musica che lo accompagnerà e la storia che voglio raccontare. Di giorno, invece, tutto prende forma concretamente: disegno i modelli, taglio i tessuti, assemblo i dettagli. Non ho pause pranzo, né momenti di stacco: quando creo, perdo la cognizione del tempo perché è lì che trovo il mio vero equilibrio.

Qual è stato il tuo primo costume? Quale quello che ami di più e quale ha segnato una svolta nella tua carriera?

Il mio primo costume era molto semplice, ma per me aveva un valore immenso: era il frutto della mia passione e della mia voglia di sperimentare. Oggi, scegliere il mio preferito è impossibile, perché ogni creazione è un pezzo di me. Però, se penso a quello che ha segnato un punto di svolta, direi senza dubbio il costume dedicato al Giro del Mondo, decorato con tutte le bandiere. È stato il mio primo costume tridimensionale, un’opera che ha catturato l’attenzione del pubblico e dei critici, rendendomi riconoscibile anche attraverso una semplice caricatura.

Perché hai scelto di lavorare con la carta? Ha a che fare con il riciclo o c’è qualcosa di più?

La carta è stato il mio primo gioco, il mio primo compagno di avventure. Da bambino, non avevo giocattoli come gli altri, ma avevo la fantasia e la capacità di trasformare i quaderni e i fogli di carta in tutto ciò che la mia immaginazione mi suggeriva: burattini, scenografie, costumi. Era il mio modo di creare un piccolo mondo tutto mio, dove ogni piega e ogni ritaglio prendevano vita e diventavano qualcosa di magico.

Oggi continuo a lavorare con la carta, perché mi regala ancora la stessa leggerezza e versatilità che mi affascinavano da bambino.

È un materiale che, con un semplice gesto, può diventare qualcosa di straordinario. E ogni volta che prendo in mano un foglio, sento di tornare un po’ a quell’età, quando il mondo era ancora pieno di possibilità da scoprire. La carta è il mio punto di partenza, ma è anche la chiave che mi permette di aprire le porte dell’immaginazione.

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Carmine De Rosa

Chi sono i tuoi principali punti di riferimento artistici?

Le mie ispirazioni vengono da mondi diversi. Da piccolo guardavo in DVD gli spettacoli di Eduardo De Filippo, che mi ha insegnato la profondità della recitazione. Poi i grandi musical di Pietro Garinei e Sandro Giovannini, come Aggiungi un posto a tavola, che ho imparato a memoria.

Paolo Poli poi è stato un altro modello fondamentale: la sua eleganza, la sua capacità di interpretare personaggi diversissimi senza mai risultare eccessivo. Adoro anche I Legnanesi per la loro ironia raffinata e la comicità dialettale.

Ma la mia più grande fonte di ispirazione sono le persone: osservo, ascolto, assorbo storie e dettagli che poi rielaboro nelle mie creazioni. Sono fonte stessa di emozioni sempre diverse; l’energia che mi trasmettono le persone è sempre positiva, è la benzina che alimenta la mia creatività e mi spinge a reinventarmi continuamente.

Molti ti vedono come l’erede di Arturo Brachetti. Ti riconosci in questa definizione?

È un paragone troppo lusinghiero. Brachetti è un maestro assoluto, un artista che ha portato il trasformismo a livelli altissimi. Lo ammiro per la sua precisione maniacale, il suo studio rigoroso di ogni dettaglio. Se posso, nel mio piccolo, contribuire a portare avanti questa forma d’arte, ne sarei felice.

A chi sono destinati i tuoi spettacoli?

I miei spettacoli sono per tutti, senza distinzione di età o provenienza, perché il teatro e il trasformismo parlano un linguaggio universale: quello dell’emozione e dello stupore. Il mio obiettivo non è solo intrattenere, ma creare un legame autentico con il pubblico, farlo sentire parte della magia che si svolge sul palco.

Ho un rapporto speciale con i bambini, soprattutto quando lavoro nelle scuole. Oggi è sempre più difficile sorprenderli: crescono immersi nella tecnologia, abituati a contenuti immediati e a effetti speciali che sembrano rendere tutto prevedibile.

Ma il teatro è diverso. Il teatro è vivo, è fatto di attimi irripetibili, di sorprese che accadono davanti ai loro occhi. Per questo voglio restituire loro il piacere della meraviglia, dell’attesa, dell’incanto genuino.

E so di riuscirci, perché basta guardarli mentre assistono ai miei spettacoli: all’inizio scettici, poi sempre più coinvolti, fino a quando i loro occhi si spalancano e tornano a brillare di stupore. È in quel momento che capisco di aver vinto la sfida più grande: farli sognare.

Secondo te quale sarà il futuro del trasformismo?

Il trasformismo è un’arte senza tempo, capace di reinventarsi continuamente e di affascinare ogni nuova generazione di spettatori.

Credo che il suo futuro sarà segnato da un equilibrio tra tradizione e innovazione: da un lato, la magia dell’illusione e della metamorfosi resteranno elementi imprescindibili; dall’altro, le nuove tecnologie e i linguaggi contemporanei offriranno possibilità inedite di sperimentazione scenica.
Io continuerò a dare il mio contributo, esplorando nuove forme espressive e cercando sempre di sorprendere.

Ma il futuro del trasformismo dipenderà anche dal pubblico, che dovrà riscoprire il piacere di lasciarsi incantare, di meravigliarsi come si faceva un tempo, quando il teatro era un’esperienza totalizzante.

Solo così questa straordinaria arte potrà continuare a vivere e a evolversi.

Tre aggettivi per descriverti, sul palco e nella vita.

Camaleontico, perché mi piace cambiare ed esplorare nuove sfide. Caleidoscopico, perché il mio mondo è fatto di colori, dinamismo e continua evoluzione. E in ultimo… presuntuosamente determinato, perché senza tenacia e disciplina non sarei mai arrivato fin qui. Ma più di tutto, mi piace pensare di essere sempre connesso con il pubblico, perché il teatro, senza condivisione, non esiste.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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