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Quando l’eccesso di immagini svuota la carne: al Parenti il corpo va a processo

di Matteo Resemini

Che cos’è davvero il corpo, se non il primo e più ingannevole dei nostri argomenti?
Marco Aurelio, nei Colloqui con se stesso, ammoniva: «L’aspetto esteriore è un meraviglioso pervertitore della ragione».
È da questa domanda antica e mai pacificata che sembra prendere avvio I corpi che non avremo, prima nazionale al Teatro Franco Parenti di Milano, con la regia di Andrea Piazza e il testo di Francesco Toscani.

immagine per I corpi che non avremo, di Francesco Toscani, regia Andrea Piazza, con Fabrizio Calfapietra, Simone Tudda. Teatro Franco Parenti - Milano
I corpi che non avremo, di Francesco Toscani, regia Andrea Piazza, con Fabrizio Calfapietra, Simone Tudda. Teatro Franco Parenti – Milano

Uno spettacolo che, fin dal titolo, sceglie la via dell’antifrasi: non parla dei corpi mancanti, ma di quelli onnipresenti; non denuncia l’assenza, bensì l’eccesso. E lo fa in una società che potremmo definire, senza indulgenza, “massa-fluida”: non più popolo, non più comunità, ma aggregato poroso di solitudini iperconnesse.

Il corpo, qui, non è mai neutro. È campo di battaglia, schermo di proiezione, prigione simbolica. Il riferimento iniziale al fenomeno dell’hikikomori – carpibile sin dalle prime battute del tessuto scenico – non è un espediente sociologico, ma una ferita aperta. L’isolamento del protagonista non è solo spaziale, è ontologico: si traduce in dipendenza dalla pornografia, in una sessualità senza reciprocità, in una scissione dell’io che si moltiplica in avatar interiori.

Depressione, ansia psicosociale, dissociazione: il catalogo dei mali contemporanei non viene elencato, ma incarnato, come se ogni sintomo fosse un’eco che rimbalza contro le pareti della scena e, inevitabilmente, contro lo spettatore.

Il testo di Francesco Toscani è ambiguo, volutamente complesso, talvolta spigoloso. Un’altalena stilistica che non cerca la pacificazione: da un lato, la comunicazione rapida, pseudo-comica, apparentemente leggera, che mima il “giovanilese” quotidiano, servile e anestetizzante; dall’altro, improvvisi affondi in dialoghi e monologhi che si addensano, rallentano, elucubrano sul valore del corpo, sulla sua funzione simbolica, sul rapporto – mai risolto – tra identità e carne.

È una scrittura che rischia, consapevolmente, la disomogeneità. E proprio qui si annida la domanda più scomoda: a chi sta parlando davvero questo spettacolo? Agli Under 30 meneghini, riconoscibili nei tic linguistici e nei riferimenti impliciti? O a un pubblico più vasto, chiamato a riconoscersi non per anagrafe ma per vulnerabilità? Toscani non scioglie il nodo, e forse non vuole farlo. Ma la tensione resta, e si sente!

La regia di Andrea Piazza è, senza esitazioni, di grande raffinatezza visiva e concettuale. Le scelte sono numerose, stratificate, talvolta persino ridondanti. Belle, sì. Ma forse – ed è un dubbio legittimo – fin troppe. L’impressione è che, in alcuni passaggi, l’apparato registico finisca per coprire ciò che vorrebbe mettere a nudo. La denuncia compassionevole, quella che chiede allo spettatore non solo di capire ma di sentire, rischia talvolta di essere distratta, diluita in un eccesso di segni. E tuttavia è necessario dirlo con chiarezza: questa non è una mancanza, ma una scelta.

I corpi che non avremo si presenta sin da subito come un’indagine artistica, non tanto come un atto di ‘banale’ denuncia. A indagare siamo tutti: con i nostri plausi, i nostri dubbi, le domande che ci portiamo fuori dalla Sala Tre, ben oltre l’applauso finale.

immagine per I corpi che non avremo, di Francesco Toscani, regia Andrea Piazza, con Fabrizio Calfapietra, Simone Tudda. Teatro Franco Parenti - Milano
I corpi che non avremo, di Francesco Toscani, regia Andrea Piazza, con Fabrizio Calfapietra, Simone Tudda. Teatro Franco Parenti – Milano

In scena, Fabrizio Calfapietra dà corpo (e peso) a Mattia, protagonista fragile, opaco, attraversato da una stanchezza esistenziale che non ha bisogno di enfasi. Accanto, o forse dentro di lui, Simone Tudda è tutto ciò che Mattia non vuole essere e che, inevitabilmente, è. Ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa dicotomia.

Tudda e Calfapietra sono insieme spirito coscienziale, proiezione di un sé potenziale, antagonista psichico, voce interna e nemico intimo. Il suo continuo slittamento genera un turbine di immagini, un’instabilità percettiva che riflette con precisione la frattura del soggetto contemporaneo.

Le scene di Alice Vanini, apparentemente pulite, si rivelano estremamente versatili. Si prestano ai frequenti “cambi scenici”, e proprio in questa moltiplicazione mostrano il contrasto centrale dello spettacolo: anime dismorfiche, schiacciate da immagini di fisici “perfetti” che dominano gli schermi, contro corpi reali, disordinati, vulnerabili. L’ordine visivo diventa così una maschera che nasconde il caos interiore.

Ma ciò che resta, più di ogni soluzione estetica, sono le domande. Domande che questo spettacolo ha il coraggio di lasciare aperte. Domande che, forse, suggerirebbero ancora un leggero labor limae: non per semplificare, ma per evitare di tracciare una linea più pesante di quanto il materiale non suggerisca.

Il lenzuolo finale, calato come un sipario rispettoso su un corpo decomposto che ha superato la sua carnalità chiusa, è un’immagine potente, quasi sacrale. Qui riecheggia un’antica assonanza filosofica: soma (corpo) accostato a sēma (segno, tomba, carcere), a indicare che l’anima è confinata nel corpo come un prigioniero.

E allora la domanda conclusiva non può che essere questa: assistiamo a una rinascita o alla dichiarazione di un decesso? Il corpo che vediamo è finalmente liberato o definitivamente abbandonato?

Forse la risposta sta in una verità più sottile: l’aspetto delle persone, e dei corpi, può variare secondo le emozioni, le fratture, le paure che li attraversano. Anche per questo motivo, I corpi che non avremo non offre consolazioni. Offre uno specchio. E come ogni specchio onesto, deforma quanto basta per costringerci a spogliarci e guardare.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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