Curiosità, complicità, tradizione: per Andrea Chiodi non sono solo parole-chiave, ma vere e proprie posture creative.

Regista appassionato, artigiano del dettaglio, uomo di ascolto e visione, Chiodi vive il teatro come uno spazio umano, vivo, capace di rinnovarsi senza rinnegare le proprie radici. Figura luminosa del panorama teatrale italiano, ha attraversato la scena con uno sguardo profondamente curioso, cresciuto all’ombra di grandi maestri — da Piera Degli Esposti a Giorgio Albertazzi — e oggi capace di dialogare con le nuove generazioni, portando in scena opere generose, mai compiaciute, sempre vibranti.

Per lui, il teatro resta prima di tutto un luogo di incontro: tra attori e pubblico, tra memoria e presente, tra silenzio e parola. Un laboratorio culturale, certo, ma anche un atto d’amore, che chiede tempo, dedizione e uno stupore mai spento. Lo abbiamo intervistato per voi in un momento di grande attività artistica, tra tournée nazionali e progetti lirici.

immagine per Andrea Chiodi
Andrea Chiodi

Se ti chiedessi di immaginare il teatro tra vent’anni, che cosa vedi? E che ruolo immagini per te in quella prospettiva?

Non è una domanda semplice. Vent’anni sono tantissimi e già oggi i linguaggi stanno cambiando molto. Ma io spero, con tutto me stesso, che il teatro continui a parlare alle persone, che non si interrompa quel legame fortissimo tra chi sta in scena e chi guarda. È lì il cuore, l’anima vera dello spettacolo dal vivo. Se riusciremo a tenere vivo quel legame — che si costruisce attraverso l’ascolto, l’immediatezza, la verità della parola — allora potremo ancora parlare di teatro nel futuro.

Io, nel mio piccolo, sto incontrando molti giovani attori e mi accorgo che c’è già un linguaggio nuovo che si affaccia, un modo diverso di affrontare i testi, di stare in scena. Spesso nasce da un’esigenza molto personale, profonda, che se ben tradotta può arrivare al pubblico con grande forza.

Per quanto riguarda me, sono figlio di una generazione di mezzo. Ho avuto la fortuna di lavorare con maestri straordinari — penso sempre a Piera Degli Esposti, a Lucilla Morlacchi, artisti che erano già “moderni” nella loro epoca, ma che affondavano le radici nella grande tradizione. Ecco, io sono in mezzo. E se mi proietto nel futuro, mi piacerebbe tanto costruire il palinsesto di un teatro importante. La direzione artistica è un lavoro che sto facendo molto, e che mi appassiona profondamente.

 Tra Sacro e Sacro Monte è stato anche il luogo di un incontro speciale: quello con il maestro Giorgio Albertazzi. Che cosa ha significato per te?

Un incontro meraviglioso! In quel periodo avevo appena cominciato a lavorare molto con Elisabetta Pozzi, che era molto legata a lui. Un giorno, quasi per istinto, gli telefonai per proporgli di lavorare insieme sui Cori della Rocca di Eliot. Ricordo ancora la sua risposta: “Ma come ti viene in mente di scegliere un testo del genere alla tua età?”. Gli spiegai che, per me, era perfetto per il Sacro Monte di Varese. E lui, con grande semplicità, accettò. Mi disse: “Quel testo lo conosco bene, lo faccio volentieri”.

Poi mi raccontò una cosa bellissima: che conosceva davvero Eliot, lo aveva incontrato a Londra insieme a Franco Zeffirelli e Maria Callas. Ecco, quegli incontri ti fanno capire cosa vuol dire vivere in un tempo in cui i maestri erano vivi, presenti, generosi.

Con Albertazzi lavorammo in modo intenso, coinvolgemmo anche un coro vero. Abbiamo provato direttamente al Sacro Monte di Varese. È un ricordo prezioso, uno di quelli che mi porto dentro. Sono stato fortunato. Certi incontri me li sono cercati, altri sono accaduti. E tutti mi hanno formato.

 C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che volevi fare il regista? Una sorta di “epifania”?

In realtà l’ho sempre desiderato, fin da piccolo. Ma il momento in cui ho capito davvero che questa era la mia strada è arrivato con uno spettacolo a cui tenevo molto: La bottega dell’orefice di Karol Wojtyla. Un testo difficile, poco teatrale, una vera sfida. Lo portammo alla Sala Fontana e fu un successo enorme: teatro pieno per una settimana, gente fuori in coda, e poi la recensione di Magda Poli sul Corriere. Avevo 25 anni. In quel momento ho pensato: “Forse questa cosa ha un senso, forse posso farcela”.

Però ti dirò una cosa: ogni volta che inizio un nuovo lavoro, mi sento come se fosse la prima volta. Quando vedo arrivare il tir con le scenografie, o quando entro in teatro il primo giorno di prova, mi sento grato.

Non ho mai perso quella sensazione di stupore. Non è modestia, è che non do mai nulla per scontato. Anzi, all’inizio mi sento sempre un po’ in soggezione, come se tutti fossero più adulti di me. Ma forse è proprio quell’aspetto un po’ infantile che mi tiene vivo.

 Parliamo dei tuoi difetti. Quali riconosci nel tuo modo di lavorare come regista?

Il primo è che tendo a coccolare troppo gli attori. Mi piace ascoltarli, capire cosa desiderano in scena, assecondarli nei processi creativi. Questo crea un bel clima, ma mi costa il triplo della fatica. Perché a volte servirebbe più decisione, più durezza. Ogni tanto riesco anche a tirarla fuori, ma cerco di evitare il conflitto. Forse è un limite.

Un altro difetto — o forse una fissazione — è la mia ossessione per l’estetica. Controllo tutto: i tessuti dei costumi, le pitture delle scenografie, i materiali. Amo lavorare con le maestranze, mi diverte tantissimo. Ma posso risultare un po’ rompiscatole.

E poi… sono un diesel! Ho bisogno dei miei tempi! La prima settimana di prove in piedi, non a tavolino, è quella in cui mi serve spazio mentale. Poi accelero, ma se mi si forza all’inizio faccio fatica.

 Quando inizi una regia, hai già una visione precisa o la costruisci in prova?

Ho sempre un’idea forte: so dove voglio andare, cosa voglio raccontare e in quale paesaggio visivo collocarlo. Ma poi amo moltissimo il lavoro con gli attori. Mi piace vedere cosa succede in scena, cosa emerge. È un processo dinamico, e spesso le intuizioni più vere nascono proprio da lì.

 Che spazio ha il silenzio nei tuoi spettacoli?

Dipende dal testo. Shakespeare, per esempio, ha bisogno di ritmo e non lascia molto spazio ai silenzi. Ma ci sono drammaturgie contemporanee dove il silenzio ha un peso enorme. Penso a Valeria Youssef di Angela Demattè, che ho fatto con Mariangela Granelli e Ugo Fiore: lì i silenzi sono pieni, pesano, raccontano. Personalmente, però, non ho un gran rapporto con il silenzio. Non perché debba sempre parlare, ma perché amo stare con le persone, amo la compagnia. Il silenzio per la pace interiore non mi piace molto. Mi piacciono i silenzi densi, che vibrano. Il resto lo lascio volentieri.

 Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere la strada della regia oggi?

Di andare tantissimo a teatro. Di vedere tutto, anche quello che non piace. Di guardare chi lavora, di osservare, di rubare. E soprattutto, di non snobbare la tradizione. C’è un rischio oggi: che un certo teatro di ricerca, molto interessante, sia diventato paradossalmente il nuovo mainstream. E che si brucino le tappe.

Oggi ci sono giovani artisti che a 28 anni dirigono spettacoli nei grandi teatri nazionali con mezzi enormi. A me non è successo. Non dico che sia sbagliato, anzi: bene che accada. Ma bisogna ricordarsi che la bottega serve. Che guardare i grandi del passato — quelli che ci sono ancora, come Umberto Orsini — non è nostalgia. È costruzione. Piedi nel passato, sguardo nel futuro.

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Dove ti vedremo nei mesi a venire?

La prossima stagione sarà intensa. Porterò in tournée Riccardo III, una produzione importante che toccherà Roma, Palermo, Genova e molte altre città. Riprenderemo anche Il malato immaginario, che sarà a Roma e in diversi teatri. A Milano sarò al Teatro Parenti. E poi tornerò alla lirica con L’elisir d’amore per il circuito lombardo: Como, Cremona, Pavia. L’opera mi piace molto, vorrei farne di più, ma per ora la prosa occupa gran parte del mio tempo.

Tre parole per raccontarti. Solo tre.

Curiosità, complicità, tradizione.
La curiosità mi guida da sempre, è la mia forza. La complicità è quella cosa invisibile, ma potentissima che si crea con gli attori, con i collaboratori, con il pubblico. È più profonda dell’empatia, è un’energia che vibra. E poi la tradizione. Vengo da una famiglia legata alle radici, ai racconti, ai gesti antichi. Anche il mio teatro, pur con tutto il desiderio di novità, affonda lì. È il mio punto di partenza.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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