«Napoli è un’altra Europa, che la ragione cartesiana non può comprendere.» Così scriveva Curzio Malaparte, consegnando forse una delle più efficaci definizioni della città partenopea. Ed è proprio da questa intuizione che occorre partire per comprendere Napoli nobilissima, lo spettacolo andato in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, dove Geppy Gleijeses, affiancato dall’aiuto regista Roberto Ingenito, ha riportato alla luce due atti unici di Raffaele Viviani – La musica dei ciechi e Don Giacinto – senza cedere alla tentazione del folklore, ma restituendo alla scena il valore universale della cultura napoletana.
Il merito più grande della regia è forse proprio questo: sottrarre Napoli al luogo comune.
Nessuna cartolina mediterranea, nessuna ricerca compiaciuta del colore locale, nessuna retorica dell’italianità meridionale. Il titolo stesso, Napoli nobilissima, diventa una dichiarazione poetica e civile: nobile non perché idealizzata, ma perché autentica, profondamente umana, irriducibile a qualsiasi stereotipo.

In questo senso Viviani continua a sorprendere per la sua modernità. La sua scrittura non osserva il popolo dall’alto, ma vi si immerge con uno sguardo antropologico, restituendo una galleria di esistenze sospese tra ironia e tragedia, miseria e dignità, dove ogni personaggio diviene rappresentazione dell’uomo prima ancora che del napoletano.
L’interpretazione di Geppy Gleijeses dimostra ancora una volta quanto profondo sia il suo legame con il teatro vivianeo. Il suo Don Giacinto evita ogni caricatura e costruisce invece un personaggio ambiguo, inquieto, sorprendentemente contemporaneo.
Al suo fianco Lorenzo Gleijeses, Chiara Baffi e Massimiliano Rossi guidano un ensemble affiatato nel quale trovano pieno spazio anche Salvatore Felaco, Giuseppe Gaudino, Demi Licata, Giulia Turco, Mariavittoria Grieco e Valentina Merlo, tutti partecipi di un lavoro corale nel quale nessuna presenza appare accessoria.
Don Giacinto, uno dei testi più amati dallo stesso Viviani – che lo riproponeva immancabilmente nelle sue celebri serate d’onore – continua a rivelare una costruzione drammaturgica di sorprendente efficacia.
L’espediente narrativo è tanto semplice quanto geniale: l’uomo che inizialmente appare come la vittima designata degli abitanti del vicolo si rivela progressivamente il più feroce tra tutti, un manipolatore capace di esercitare la medesima violenza morale che sembrava subire.
È il capovolgimento della prospettiva a rendere il testo straordinariamente moderno, trasformando il carnefice in vittima e la vittima in carnefice, in un continuo gioco di responsabilità collettive che supera il semplice realismo sociale.
Non meno potente risulta La musica dei ciechi, autentico capolavoro del teatro europeo. Qui si racconta di un gruppo di musicisti non vedenti che attraversa i vicoli della città vivendo della propria arte, affidando alla musica ciò che la vita ha negato loro. Ma la loro non è una storia di compassione. È, piuttosto, un inno alla capacità dell’essere umano di continuare a immaginare il mondo attraverso il suono, facendo della musica una forma di sopravvivenza spirituale.

Viene spontaneo ricordare le parole dello scrittore russo Michail Kuzmin: «La musica è la pittura dei ciechi.» In quella definizione si concentra l’essenza stessa dell’atto unico di Viviani, dove ogni nota diventa colore interiore, ogni melodia uno spazio invisibile abitato dalla speranza.
Determinante, in questo quadro, la presenza dei musicisti Antonio Mattiello (chitarra), Daniele Galasso (mandolino), Guido Esposito (violino) e Fabio Pappalardo (clarinetto). Essi non costituiscono un semplice accompagnamento sonoro, ma diventano materia drammaturgica, corpo vivo dello spettacolo.
Le loro esecuzioni sono le fibre pulsanti di una tradizione musicale che appartiene all’identità culturale napoletana ben prima delle derive commerciali contemporanee e restituiscono alla scena quella dimensione popolare che in Viviani coincide sempre con la dignità dell’esistenza.
Di rara efficacia risultano anche le scene di Roberto Crea, capaci di ricostruire vicoli partenopei vibranti di vita, senza indulgere nell’effetto cartolina e i raffinati costumi di Chiara Donato, autentico omaggio alla tradizione sartoriale napoletana.
Il vero lascito dello spettacolo consiste nell’aver restituito al pubblico un’identità culturale nella sua forma più alta, cioè quella più autentica e umile.

Viviani non descrive semplicemente un luogo geografico: racconta un modo di stare al mondo. Da un punto di vista antropologico, quelle esistenze chiedono di essere accolte non con la sterile curiosità riservata al pittoresco, bensì con quell’ammirazione che conduce al più autentico relativismo culturale. Ci ricordano che nessuna cultura può pretendere di essere misura assoluta dell’altra e che proprio nella diversità risiede la più profonda ricchezza dell’esperienza umana.
Alla fine dello spettacolo non si esce soltanto divertiti o commossi, bensì consapevoli. Perché Viviani, oggi come ieri, ci insegna che la povertà può custodire una nobiltà sconosciuta ai privilegiati, che il sorriso rappresenta spesso la più alta forma di resistenza e che l’identità non è una maschera folkloristica, bensì una forza vitale. Forse è proprio questo il segreto di Napoli.
A Napoli tutti sanno recitare senza saperlo. Non perché fingano, ma perché vivono ogni gesto con una teatralità naturale che nasce dalla personalità, dalla memoria e dalla necessità di trasformare l’esistenza in racconto.
È qui che il teatro di Viviani supera il teatro stesso e diventa antropologia, documento umano e patrimonio universale. E Napoli nobilissima riesce nell’impresa più difficile: ricordarci – senza troppe piroette – che il vero palcoscenico è la vita.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.









