Nel cuore pulsante del Teatro Carcano di Milano, Vera Gheno ha offerto al pubblico meneghino una lectio magistralis in forma di spettacolo che si è rivelata un raffinato omaggio alla lingua, intesa non come gabbia normativa ma come organismo vitale, capace di mutare, adattarsi, persino innamorarsi.
Da grammarnazi a grammamanti: fare cose migliori con le parole non è solo un’analisi del linguaggio, ma un viaggio emotivo e intellettuale che sa coniugare rigore accademico e fascinazione scenica, restituendo alla parola il suo valore più autentico: quello di ponte tra gli esseri umani.

Con cautela e semplicità, la Prof.ssa Gheno ha saputo sfruttare la potenza evocativa del teatro contemporaneo per costruire un racconto in cui la parola non è soltanto protagonista, ma compagna dell’uomo nel suo viaggio evolutivo. La narrazione si è dispiegata a mo’ di canovaccio, quasi fosse un’antica storia d’amore: quella dell’umanità per la parola e della parola per l’umanità.
Una passione che affonda le sue radici nelle origini antropogeniche dell’universo, là dove il linguaggio è nato per necessità, si è evoluto per affetto ed è sopravvissuto grazie alla sua inesausta capacità di trasformarsi.
La lectio si è strutturata in quattro momenti diacronici, ciascuno scandito con perizia narrativa e supportato da riferimenti accademici di rilievo. Si è partiti dagli studi della paleoantropologa americana Dean Falk, che ha evidenziato il ruolo cruciale delle madri preistoriche nella genesi del linguaggio infantile, per poi giungere, con un crescendo di intensità emotiva, alla storia personale della Gheno: il racconto di come l’amore per la lingua abbia reso possibile l’incontro e il matrimonio dei suoi genitori in Ungheria. Un percorso che non è solo erudito ma anche profondamente umano, capace di toccare le corde della sensibilità di chi ascolta.
Nell’interazione costante con il pubblico, nell’evocazione simpatica dei suoi gatti Tilde e Schwa e in un omaggio conclusivo a Michela Murgia,Vera Gheno non si è limitata a smascherare le rigidità di coloro che si erigono a censori della lingua, gli intransigenti guardiani “nazi” delle norme grammaticali, i quali non esitano a stigmatizzare ogni deviazione con severità quasi inquisitoria.
Il loro zelo normativo, spesso condito da una severità caricaturale, li spinge a ritenere il linguaggio una sorta di codice immutabile, un monolite che non ammette variazioni né contaminazioni.
Il vero obiettivo della docente non era certo quello di scagliarsi contro i cultori della grammatica, bensì quello di proporre un’alternativa: il passaggio da grammarnazi a grammamanti. Un neologismo di suo conio, quest’ultimo, che incarna una nuova prospettiva, quella di un amore autentico per la lingua, inteso non come sterile venerazione delle sue regole, ma come cura appassionata e consapevole della sua naturale evoluzione.
La lingua, infatti, come una dichiarazione d’amore e una battuta teatrale, è un organismo vivo, che per sopravvivere ha bisogno di nutrirsi di nuove sfumature, di rinnovarsi senza perdere la propria essenza. E amare davvero la lingua significa accettarne le metamorfosi, senza il timore che il cambiamento ne intacchi la bellezza.
Durante lo spettacolo, la Gheno ha adottato un curioso e simbolico “cambio di scena”, omaggiando il teatro con l’alternanza di quattro cerchietti per capelli (o “passate”, come si direbbe col geosinonimo fiorentino), accessori giocosi che mai scadono nel ridicolo, ma accompagnano con leggerezza la sua narrazione. Il suo registro, mai impostato con rigidità accademica, non si erge a dogmatica lezione, bensì si fa strumento di elevazione collettiva e democratica, offrendo a chi l’ascolta l’opportunità di affinare il proprio sapere senza il peso di intransigenze inutili.
Con una saggezza che sfiora l’aforisma, la Gheno esorta a non sprecare le parole, a impiegarle con discernimento e a non lasciarle naufragare in fiumi di sproloqui sterili: ogni parola detta è una scelta, e come tale deve essere consapevole.
L’appuntamento con Vera Gheno, inserito nel ciclo Follow the Monday curato da Lella Costa, si rivela come una straordinaria opportunità per riscoprire il teatro come luogo di apprendimento e di intrattenimento per l’anima. Tra il rigore della ricerca linguistica e la leggerezza della narrazione scenica, il pubblico ha modo di assistere a un’esperienza che non si è esaurita nella semplice trasmissione di concetti, ma che offre una vera e propria lezione di umanità.
Perché la lingua, in fondo, è come un palcoscenico: non è solo ciò che appare in scena a darle significato, ma anche ciò che si cela dietro le quinte. Ed è nel dialogo con il pubblico che essa trova la sua linfa vitale, il suo respiro più autentico. Ascoltarla, comprenderla e accoglierla nella sua mutevolezza significa, forse, trovare il modo migliore per viverla. Perché, come ci insegna la Gheno, “grammamare ci fa vivere meglio”.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








