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Dal mito televisivo al palcoscenico: il Fantozzi di Livermore

di Matteo Resemini

Al Teatro Carcano di Milano va in scena Fantozzi, una tragedia, adattamento teatrale dell’universo creato da Paolo Villaggio, con la regia di Davide Livermore e la drammaturgia firmata insieme a Andrea Porcheddu, Carlo Sciaccaluga e Gianni Fantoni, anche interprete, quest’ultimo, dei panni del protagonista.

immagine per Fantozzi, una tragedia. Di Davide Livermore, Teatro Carcano di Milano. Ph. Nicolò Rocco Creazzo
Fantozzi, una tragedia. Di Davide Livermore, Teatro Carcano di Milano. Ph. Nicolò Rocco Creazzo

Fin dalle prime battute, lo spettacolo suggerisce una prospettiva inattesa: il ragionier Ugo Fantozzi entra in scena come una figura che appartiene a una genealogia più ampia di personaggi umiliati della letteratura europea. Il piccolo impiegato ridicolo di Gogol, l’uomo alienato di Kafka, l’individuo qualunque che diventa centro della narrazione in Joyce, e persino il grottesco sociale di John Kennedy Toole: tutte ombre che sembrano attraversare la scena.

Eppure, Fantozzi sfugge rapidamente a qualsiasi classificazione troppo stretta. Nella sua figura convivono tragedia sociale, comicità slapstick e satira del lavoro nell’Italia del dopoguerra; più che un semplice antieroe, appare quasi una maschera completa della modernità. Potremmo accostarlo ai vinti verghiani, agli alienati o agli inetti della narrativa novecentesca, ma, nell’immaginario cinematografico che lo ha consacrato, Fantozzi è ormai qualcosa di diverso: un culto popolare che divide irrimediabilmente il pubblico. Lo si ama o lo si respinge, al cinema come a teatro.

Per un regista come Davide Livermore, abituato alla frequentazione dei grandi classici, affrontare questo materiale equivale in effetti a misurarsi con un altro classico – forse il più insidioso – della cultura popolare italiana. L’operazione nasce anche dal desiderio di Fantoni di portare in palcoscenico “il suo” Fantozzi: non una replica dell’icona cinematografica (Deo gratias!), bensì un incontro diretto con la materia teatrale del personaggio.

immagine per Gianni Fantoni: Fantozzi, una tragedia. Di Davide Livermore, Teatro Carcano di Milano. Ph. Nicolò Rocco Creazzo
Gianni Fantoni: Fantozzi, una tragedia. Di Davide Livermore, Teatro Carcano di Milano. Ph. Nicolò Rocco Creazzo

La struttura dell’adattamento conserva un’impostazione dichiaratamente tragica, organizzata in quadri che includono interventi corali e un epilogo quasi rituale. Rispetto alla prima versione del 2024, leggermente più estesa, la nuova edizione riduce la durata e asciuga la drammaturgia, evitando un accumulo eccessivo di episodi.

Il risultato è una costruzione più compatta: alcune sequenze finali, un tempo appesantite da una prevedibilità di schema, acquistano ora maggiore scorrevolezza. Livermore insiste sempre e soprattutto sull’idea della maschera: Fantozzi viene collocato in una linea temporale che unisce memoria e presente, come se il personaggio fosse un reperto vivo della cultura popolare.

Una maschera, del resto, nasce, si modella e si tramanda; il valore dell’operazione sta proprio nella trasmissione di questo patrimonio d’autore e nella possibilità creativa di rendere il suo ieri attuale e aderente al nostro oggi.

Non mancano gli episodi che i cultori riconoscono immediatamente. Alcune situazioni entrate nell’immaginario collettivo – la partita di tennis, la cena al ristorante giapponese, il duello a biliardo, il tradimento di Pina con il fornaio, il veglione di Capodanno – riaffiorano accompagnate dalla celebre partitura musicale rielaborata dal compositore Fabio Frizzi.

Tuttavia, Livermore evita di ricostruire un nostalgico colore d’epoca. I personaggi si muovono dentro lo spazio scenico essenziale e geometrico ideato da Lorenzo Russo Rainaldi, mentre le luci vivaci e contrastate di Aldo Mantovani trasformano l’ambiente in una dimensione sospesa tra memoria televisiva e teatro dell’oltre-natura.

Nel ruolo del ragioniere, Fantoni sceglie con decisione di non imitare Villaggio. Il suo Fantozzi non indulge alla caricatura farsesca: è un uomo più grave, quasi consapevole della propria irrimediabile sconfitta. Il tono si fa talvolta implorante, come se il personaggio chiedesse compassione per una sequenza interminabile di disgrazie quotidiane, stretto tra aspirazioni minime e frustrazioni inevitabili.

Attorno a lui si muove un sistema di ruoli disegnato con rigore. Pina, Mariangela, Filini, Calboni, la signorina Silvani, l’Onorevole Cavaliere Conte Catellani formano un catalogo di figure che ricordano, per tipologia e funzione, una nuova commedia dell’arte. In questo mosaico umano – interpretato da Gianni Fantoni, Cristiano Dessì, Lorenzo Fontana, Rossana Gay, Paolo Giangrasso, Marcello Gravina, Simonetta Guarino, Ludovica Iannetti e Valentina Virando – riaffiora la feroce intuizione di Villaggio: una società popolata da individui oscillanti tra opportunismo e crudeltà.

immagine per Fantozzi, una tragedia. Di Davide Livermore, Teatro Carcano di Milano. Ph. Nicolò Rocco Creazzo
Fantozzi, una tragedia. Di Davide Livermore, Teatro Carcano di Milano. Ph. Nicolò Rocco Creazzo

Grazie a queste scelte lo spettacolo assume l’aspetto di una scena quasi candida, otticamente bianca come una pagina ancora da scrivere. Su quel fondo si proiettano ricordi melodrammatici della televisione a tubo catodico, ma filtrati da una sensibilità teatrale autonoma. È un Fantozzi che non coincide più con il “Fantocci” televisivo: la regia invita lo spettatore a riconoscere, dietro la comicità sedimentata nella memoria collettiva, una figura più complessa e inquietante.

In questo senso l’operazione di Livermore non si aspetta applausi incondizionati: invita piuttosto a interrogarsi su ciò che resta del personaggio quando lo si sottrae alla sola nostalgia cinematografica.

Come nel teatro di Terenzio, dove l’umanità dei caratteri emerge dalla quotidianità più modesta, anche qui la comicità diventa una lente per osservare le fragilità dell’uomo comune. E alla fine ci si accorge che Fantozzi non è soltanto la vittima di una “colossale sciagura” (o di una “ca**ta pazzesca”), ma una figura che continua a parlarci, con ironica malinconia,  del nostro stesso desiderio di sopravvivere al ridicolo.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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