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Il lascito di Dario Fo e Franca Rame sul palcoscenico e nella vita. Intervista con Marina De Juli

di Matteo Resemini

Marina De Juli, artista poliedrica e caparbia, coloratissima come Arlecchino e glaucopide come Atena, volto creativo del teatro italiano, con un percorso profondamente legato a Franca Rame e Dario Fo, suoi mentori e compagni di vita.

Varesotta di nascita, ha vissuto a lungo in casa con questi ultimi, assorbendo il loro impegno artistico e sociale. Reinventandosi in ruoli diversi, ha portato in scena opere teatrali come Mistero Buffo e Tutta casa, letto e chiesa, rendendo ogni suo spettacolo un incontro autentico e vivo con il pubblico. Ecco la nostra intervista con lei.

immagine per Marina De Juli
Marina De Juli

Cara Marina, in passato hai raccontato un episodio particolare della tua giovinezza: dopo un provino andato male per una scuola pubblica di teatro, hai incontrato per caso una signora in una panetteria a Milano, che insegnava recitazione e che ti ha aiutata a muovere i primi passi. Quanto credi che il destino abbia giocato un ruolo nella tua carriera e in che modo questo incontro ha cambiato il tuo percorso artistico?

Credo che il destino abbia avuto un ruolo, ma solo in parte. Ho sempre pensato che non fossi destinata al teatro, non avendo basi né interiori, né ambientali. L’incontro con quella signora è stato fortuito, ma il destino va colto: ero nel momento giusto per prendere una decisione, nonostante il peso emotivo.

Il destino apre una porta, ma sta alle persone attraversarla e costruirci sopra quello che si desidera e si ama. In questo senso, il destino diventa una combinazione tra opportunità e scelte personali, un po’ alla Machiavelli.

Quello che è stato l’incontro con questa giovane signora, che poi è diventata una mia amica, è stata una casualità che io ho colto e che mi ha cambiato realmente la vita. E pensare che ero in quella panetteria solo per comprare una focaccia con le cipolle!

Un altro incontro determinante per te è stato quello con un’iconica coppia del teatro: Franca Rame e Dario Fo. Come sappiamo, loro hanno avuto un grande impatto sulla tua carriera artistica. Come descriveresti Franca e Dario, sia come persone sia come artisti?

Dario e Franca erano persone straordinariamente accessibili e normali. E ribadisco con enfasi: normali! Dario, con la sua spontaneità, era il tipo che avrebbe potuto invitare chiunque a casa per un piatto di pasta, anche un perfetto sconosciuto incontrato per strada.

Franca, invece, era il fulcro di tutto: lei era un’organizzatrice instancabile della famiglia e della compagnia. Provenendo da un contesto teatrale solido, il suo contributo è stato essenziale per il successo di Dario, che, con la sua natura caotica e geniale, senza di lei non avrebbe probabilmente mantenuto l’ordine necessario per raggiungere neppure il Nobel.

E qual è l’insegnamento più importante che hai ricevuto da loro?

L’insegnamento più grande che ho ricevuto da Dario e Franca è stato imparare a non avere paura di affrontare ciò che non si conosce. Con loro ho fatto davvero di tutto: sartoria, segreteria, assistenza alla regia, luci, fonica, scrivere e persino dipingere.

Dario, che era prima di tutto un pittore, trasmetteva questa esigenza creativa a tutti, coinvolgendoci nella costruzione dello spettacolo da zero. Questa esperienza mi ha insegnato che, anche se una cosa sembra al di là delle proprie capacità, provare a farla ti permette di superare limiti e scoprire nuove possibilità.

Lavorare con loro significava apprendere non solo il mestiere, ma anche il coraggio di reinventarsi e il valore del lavoro collettivo nel creare qualcosa di unico.

 

immagine per Franca Rame e Dario Fo
Franca Rame e Dario Fo

Hai un episodio particolare, un aneddoto che ricordi con loro, se si può raccontare?

Aneddoti? Sai, è come scattare una fotografia: ho vissuto tanti anni nella stessa casa con loro, lavorando insieme fino alla scomparsa di Franca, ma non ho un’immagine precisa di quei momenti. Solo frammenti di quotidianità che sembravano normali all’epoca.

Ricordo, però, i lunghi viaggi in tournée: Franca, nonostante il braccio dolorante a causa di un vecchio incidente, dal momento che era stata investita da un’auto, si stendeva sul sedile posteriore mentre noi guidavamo, e cantavamo insieme canzoni popolari. Durante quei viaggi, ci raccontava con passione come erano nati i loro spettacoli.

Oppure, una volta, in un freddissimo teatro di provincia, Franca insistette per condividere il suo camerino riscaldato con noi giovani attrici, accogliendoci con la sua solita generosità. Mentre si truccava, ci rivolse una domanda diretta: «Voi mi volete bene perché sono Franca Rame o perché mi volete davvero bene?».

Mi colpì molto, perché rifletteva il suo bisogno sincero di affetto, oltre l’immagine pubblica. Era una persona che riusciva sempre a mettere l’umanità al centro, anche davanti alla sua arte.

Appunto per tornare al tema dell’arte, come immagini il futuro del teatro in un’epoca così fortemente influenzata dal digitale e dai social media?

Credo che il teatro possa sopravvivere, ma per farlo serve un maggiore supporto da parte della società. Oggi, il pubblico che frequenta il teatro è in gran parte di età avanzata, il che solleva dubbi sul futuro della disciplina.

Il teatro è un luogo unico, dove si crea una connessione autentica tra artista e pubblico, e questo lo rende fondamentale, soprattutto in un’epoca segnata dalla falsità e dalla superficialità. Tuttavia, non vedo un sufficiente impegno per garantire la sua sopravvivenza, specialmente per quanto riguarda l’educazione dei giovani.

Non si può semplicemente limitarsi a portare i ragazzi a teatro una volta all’anno, sperando che questo basti per educarli alla bellezza e alla necessità del teatro. Deve esserci un’abitudine, un’educazione che cresca nel tempo.

Ho avuto esperienza diretta con ragazzi delle scuole superiori che non erano mai stati a teatro. Quando hanno visto uno spettacolo che trattava temi molto profondi, come la violenza sulle donne, hanno reagito con un comportamento di grande rispetto, ma non sapevano come fruire appieno dell’esperienza teatrale. Questo è il segno che il teatro, purtroppo, non fa parte della loro vita quotidiana.

Inoltre, è importante sottolineare che il teatro non deve essere solo un luogo di denuncia, ma anche di intrattenimento. Deve esistere un equilibrio, un connubio tra il divertimento e la riflessione.

Solo in questo modo il teatro può continuare a svolgere una funzione sociale fondamentale, stimolando non solo la mente, ma anche l’emozione e la creatività. Senza un impegno concreto a far crescere una nuova generazione di spettatori, il rischio di vederlo morire lentamente è sempre più concreto.

Ho letto molte recensioni dei miei colleghi e il tuo teatro, come giustamente è stato scritto, spazia tra “giullarate”, storie popolari e monologhi di denuncia. Ma come scegli i temi per i tuoi spettacoli? Inoltre, su cosa stai lavorando al momento? Qual è uno dei prossimi progetti che intendi mettere in scena?

Con l’esperienza di Dario e Franca, per me il concetto di teatro è cambiato. Prima, il mio focus era principalmente sull’interpretazione di un ruolo, senza concentrarmi troppo sulla storia da raccontare. Non facevo monologhi, ma interpretavo classici. Con loro, invece, è emersa l’importanza di ciò che si vuole comunicare sul palco, il motivo per cui sali sul palcoscenico. Le scelte artistiche sono quindi sempre state indirizzate verso temi che volevo trasmettere al pubblico.

Molti dei miei spettacoli hanno affondato le radici nel teatro di Dario, come Tutta casa, letto e chiesa, Mistero Buffo e Joanna Padana, una rivisitazione femminile di Joan Padan. Altri, invece, sono nati da scelte legate al mondo femminile, come lo spettacolo su Marco Polo, La storia delle meraviglie del mondo, visto attraverso gli occhi di una giovane veneta, figlia di una prostituta, esplorando il Medioevo e il viaggio.

Negli ultimi anni, mi sono avvicinata anche al mondo musicale, creando uno spettacolo che racconta l’Italia dal dopoguerra a oggi attraverso canzoni e monologhi, con autori che fanno parte della mia storia. Per il 2025 sto preparando uno spettacolo su De André, un progetto che esplora la visione del popolo, e persino un omaggio a Lucio Dalla.

 

immagine per Marina De Juli
Marina De Juli

Peraltro, se non erro c’è anche una corrispondenza anagrafica tra voi due, o sbaglio?

Non sbagli. Nati entrambi il 4 marzo. Pesci!

Per concludere, ti farei una domanda che pongo sempre: se dovessi scegliere tre aggettivi per descrivere te stessa, quali sarebbero? E perché?

Primo, sono timida. È una parte di me che ho sempre portato con me, ma che ho imparato a superare attraverso il teatro, usandola come una risorsa, perché l’emotività può sfociare in timidezza o trasformarsi in una forma di comunicazione emotiva.

Secondo, caparbia. Quando decido di fare qualcosa, mi impegno totalmente, perché credo che siamo di passaggio e non voglio lasciare nulla di incompiuto. Infine, uso un’immagine incisiva: colore.

Mi piacciono i colori e cerco sempre di portarli nella mia vita, nei miei spettacoli e nel mio stile, perché credo, un po’ come credevano anche Franca e Dario, che le sfumature siano ciò che ci rende davvero unici.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

Una risposta

  1. Ottimo conoscevo Franca e Dario
    .. con loro ho imparato molto…con impegno… senso del dovere… trasgressione…. rispetto delle regole….anarchia non significa in toto essere contro.
    Trovare sempre il modo per essere ascoltati e, trasgredire non aiuta a farsi ascoltare…

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