Al Teatro Studio Melato del Piccolo di Milano va in scena La morte a Venezia, libera interpretazione di un dialogo tra sguardi, secondo la definizione che ne dà la drammaturgia e regia di Liv Ferracchiati. Una definizione che non è solo dichiarazione d’intenti, ma dichiarazione d’identità: ciò a cui il pubblico assiste non è una trasposizione narrativa dell’omonimo romanzo di Thomas Mann, bensì una riflessione scenica, rarefatta e acuminata, sull’atto stesso del guardare e dell’essere guardati.

Ferracchiati, che incarna egli stesso il protagonista Gustav von Aschenbach, scardina con consapevolezza ogni aspettativa di adesione romantica o mimetica al testo manniano.
Il suo è un “percorso teatrale” che, pur ispirandosi a un’opera intrisa di tormento esistenziale e bellezza inquieta, se ne emancipa per esplorarne la nervatura più segreta: quella che connette lo sguardo alla creazione artistica, l’attrazione all’ossessione, la bellezza al crollo.
È proprio in questa chiave che viene riformulato il nucleo tematico del romanzo: non esiste legame più perturbante, più intimamente rivelatore, di quello tra due esseri umani che si conoscano esclusivamente attraverso lo sguardo. In questa intercapedine silenziosa si annidano l’ambiguità del desiderio, la vulnerabilità del pensiero e il mistero del gesto creativo.
L’opera si apre con un’invocazione quasi sacrale a un frutto che, nella sua stessa natura simbolica – la fragola, rossa, succosa, artefatta – introduce un doppio gioco di seduzione e morte.
È la fragola, contaminata dal colera, a suggellare il destino di Aschenbach, che muore solo sulla spiaggia, di fronte a un mare che più che realtà appare stato dell’anima.
Il dispositivo scenico è asciutto e metaforico. Una macchina fotografica su treppiede inizialmente inquadra gli spettatori: è un rovesciamento dello sguardo, un’introduzione voyeuristica che inchioda lo spettatore alla sua condizione di osservato.
Poi la scena si dilata e si contrae attraverso tre linguaggi – parola, danza e video – che non competono tra loro, ma si intrecciano in un tessuto drammaturgico volutamente fratturato, coerente con la tensione interiore del protagonista.

Non è, si diceva, uno spettacolo consolatorio o immersivo. È giusto anzi ammettere che non si tratta di un adattamento, ma di un esperimento teatrale ispirato da un Mann senile, trafitto dal dolore e dalla lucidità estrema.
Ferracchiati evita consapevolmente i due grandi temi che hanno spesso dominato le letture del romanzo – l’omoerotismo e il divario generazionale – per orientarsi verso una meditazione più sottile, intellettuale, sulla dissoluzione dell’identità e sull’urgenza dell’altro.
La fotocamera, sempre presente come coscienza vigile e inquietante, scruta i volti del pubblico e li interroga. Infine, rimane l’incontro con Tadzio, interpretato con delicatezza sospesa da Alice Raffaelli.
Non più oggetto di desiderio idealizzato, ma figura speculare, altrettanto fragile e sfuggente. Entrambi i personaggi si liberano dai generi e dalle identità canoniche, diventando presenze evanescenti, maschere di un dolore trattenuto, depurato da ogni sentimentalismo, lontanissime dalla dimensione estetizzante e carnale del Tadzio viscontiano del 1971.
Ma il paragone con Visconti è ingeneroso, oltre che inutile. Ferracchiati non cerca di ricreare la bellezza perduta, ma di sfiorarla, di evocarla come si evoca un ricordo che non ci appartiene.
Il tentativo è quello di avvicinare Aschenbach e Tadzio al nostro tempo, alla nostra sensibilità smarrita, e nel farlo raccontare la fatica dello scrivere, dell’esistere, e quei rari momenti in cui un incontro umano – reale o immaginato – squarcia il velo della solitudine e rivela una verità indicibile.
Lo sperimentare, qui, non coincide con la decostruzione narrativa o psicologica. La trama di Mann rimane come una filigrana lontana, una guida sottile.
Ma ciò che arriva al pubblico è un’altra cosa: è la poesia dell’autore, l’originalità di chi sa evocare un capolavoro senza tradirlo, ma nemmeno inseguirlo pedissequamente.
In questo senso, La morte a Venezia si configura come uno spettacolo essenziale e quasi ascetico. È la parola, più che la performance fisica, a sorprendere: in un teatro che spesso si affida alla fisicità esasperata, qui si resta invece affascinati dalla potenza del verbo, dalla rarefazione del gesto, dalla tensione sottile tra immobilità e movimento.
Non c’è bisogno di sguardi stralunati o di eccessi performativi: ciò che conta è l’aderenza a una nuova forma di sperimentalismo, dove il teatro diventa luogo di introspezione, di attraversamento, di inoltro nel sé. Ferracchiati ci invita a guardare – gli altri e noi stessi – in modo diverso. Forse più rischioso. Forse più vero.
Un lavoro che non cerca l’unanimità dell’applauso, ma il silenzio riflessivo che segue un incontro autentico.
E che, proprio per questo, merita attenzione.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.
