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Ti ho sposato per allegria. La commedia che sa piangere sottovoce

di Matteo Resemini

Al Teatro Menotti di Milano è andata in scena Ti ho sposato per allegria, la prima delle undici commedie scritte da Natalia Ginzburg, datata 1965, e portata sul palco da Emilio Russo con una regia essenziale, rispettosa, a tratti filologica.

È una messinscena che non cerca orpelli, che si affida al ritmo interiore delle parole, alla verità dei personaggi, e a quel fragile equilibrio tra leggerezza e malinconia che è, in fondo, la cifra più profonda dell’autrice. Un equilibrio che si sente vivere sottopelle, che vibra in ogni scambio, anche nei silenzi, e che restituisce la sensazione – rara a teatro – di assistere a qualcosa di autentico.

Questa è una commedia che si presenta col volto semplice della brillantezza, ma cela dietro ogni battuta una consapevolezza ferma, un’intelligenza tagliente, e perfino una forma di disillusione.

Con la Ginzburg non c’è mai vera innocenza: la sua è una scrittura che conosce bene le dinamiche dell’animo umano, che le smaschera con affetto, e che sa che ridere non è mai un atto del tutto spensierato.

Ti ho sposato per allegria è costruita come un doppio binario: due atti che sembrano raccontare due mo(n)di diversi, ma che si parlano in filigrana. Il primo, più raccolto, intimo, attraversato da una tristezza quasi senza nome. Il secondo, vivace, caricaturale, a tratti grottesco, come un vaudeville all’italiana intriso di nevrosi e maschere familiari.

Giuliana e Pietro – interpretati da Marianella Bargilli e Giampiero Ingrassia – sono una coppia nata per caso: si sono conosciuti a un vernissage e si sono sposati nel giro di un mese, senza grandi riflessioni, senza la capacità di archiviare il passato e con tutto il carico emotivo che ognuno si porta dietro. Lui, avvocato affermato, benestante, razionale, figlio della borghesia con tutti i suoi tic e le sue rigidità. Lei, vitale e caotica, una che ha lasciato casa a diciassette anni e che fatica a ritagliarsi un posto nel mondo.

Le loro differenze, lungi dall’essere il motore classico di un’opposizione comica, diventano piuttosto lo specchio di un’incompatibilità struggente e tenera, dove il desiderio di essere accettati si intreccia con la difficoltà di essere capiti.

Il cuore della messinscena pulsa in un monologo, forse uno dei più toccanti del teatro italiano contemporaneo, in cui Giuliana racconta la sua storia. Un frammento di verità recitata con una dolcezza disperata, che colpisce per la sua sincerità: “E io, intanto, a poco a poco mi disinnamoravo (…), ma disinnamorarsi è bruttissimo, tutti gli uomini ti sembrano scemi, non sai dove si sono ficcati quelli che si possono amare!”. Parole, queste ultime, rivolte a Vittoria, la domestica interpretata da Viola Lucio, personaggio in apparenza secondario, ma capace di incarnare uno sguardo disincantato e poetico sulla vicenda, quasi una Cassandra silenziosa del vivere quotidiano. In quel racconto di amore finito, d’inadeguatezza e di solitudine, c’è tutta la Ginzburg: l’eco di una malinconia che non chiede consolazione, ma solo ascolto.

Il secondo atto si apre come una nuova scena di vita, dominata dall’ingresso nella casa di Pietro della madre e della sorella, e con loro di un altro mondo: quello della borghesia invadente, giudicante, educata e velenosa.

Lucia Vasini nei panni della madre riesce a trasformare ogni battuta in una lama affilata, recitando con eleganza feroce il ruolo della suocera disapprovante, colta e isterica, snob e dipendente dal vino, vera regina decadente del pranzo borghese e delle tavolate senza mollettoni. Claudia Donadoni, nelle vesti della sorella Ginestra, completa un affresco tragicomico che mescola comicità e inquietudine, dove il pasto familiare si trasforma in una piccola guerra fredda domestica, con dialoghi che ricordano le atmosfere di Harold Pinter, ma declinate all’italiana.

La regia di Emilio Russo si muove con pudore attorno al testo, lasciando che siano le parole a fare il lavoro più importante. Non ci sono stravolgimenti, non ci sono forzature: lo spettacolo funziona perché il testo lo sostiene, come una trave antica ancora salda. Le scelte sceniche rimangono sobrie, ma non sempre convincenti.

L’inserimento dei manichini cuciti da Raffaella Montaldo, disseminati sulla scena, introduce un elemento metaforico che però appare più angosciante che evocativo. Queste figure senza volto sembrano rappresentare l’inerzia dell’identità, i ruoli imposti, o forse il vuoto delle relazioni sociali, ma finiscono per appesantire la leggerezza che il testo – pur con tutta la sua malinconia – prova a conservare. Anche la musica, in alcuni passaggi, risulta invasiva: copre i dialoghi, si sovrappone alle battute, e rischia di compromettere la limpidezza narrativa con note che sembrano più rumori.

Eppure, nonostante queste imperfezioni, lo spettacolo mantiene una coerenza emotiva forte. Resta in piedi – come la coppia che racconta – perché ha dentro di sé una tenuta autentica, che non si basa su effetti, ma su una comprensione profonda della vita e delle sue sfumature.

Come sempre nella Ginzburg, l’amore è qualcosa che accade per caso, che si consuma nella quotidianità, che sfiora la tenerezza, ma inciampa continuamente nella paura di non essere abbastanza. E in questo Ti ho sposato per allegria somiglia più a una poesia che a una commedia: una poesia che si vergogna di dirsi tale, che si nasconde dietro un sorriso, ma che lascia sulla pelle un timbro duraturo.

Alla fine, il titolo stesso sembra contenere una forma di verità ambigua. Non si parla di felicità – che è concetto definitivo, forse troppo grande – ma di allegria. Una parola leggera, mobile, transitoria.

La Ginzburg lo dice chiaramente: “Ero molto triste e poi scrivendo è venuta fuori una cosa allegra.” E in quel “poi” sta tutto il miracolo della scrittura, e forse del teatro stesso: trasformare la tristezza in qualcosa che abbia una bellissima cadenza, un senso, una risata amara che ci accompagni fuori dalla sala, senza darci risposte, ma con un po’ più di grazia. Anche solo… per allegria.

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Ti ho sposato per allegria, regia di Emilio Russo, con Giampiero Ingrassia e Marianella Bargilli – Teatro Menotti
immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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