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Tra Sacro e Sacro Monte. La montagna della fede diventa coscienza del pianeta

di Matteo Resemini

Molti festival si limitano a programmare spettacoli “a tema”; altri, anno dopo anno, fanno di più, costruendo un pensiero e trasformano il teatro in uno spazio di confronto con le grandi domande del presente.
Tra Sacro e Sacro Monte, giunto ormai alla sua XVII edizione e diretto da Andrea Chiodi, appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

La rassegna varesina ha saputo ancora conquistare nel tempo un’identità riconoscibile nel panorama nazionale, scegliendo di abitare il delicato confine tra spiritualità, ricerca artistica e riflessione civile, lontana tanto dall’intrattenimento fine a sé stesso quanto dalla retorica della divulgazione.

L’edizione del 2026 si sviluppa attorno alla figura di San Francesco d’Assisi, nell’ottocentesimo anniversario della sua morte, ma sarebbe riduttivo leggerla come una semplice commemorazione.

Chiodi costruisce, infatti, un percorso che restituisce tutta la modernità del pensiero francescano, liberandolo dall’immagine oleografica del santo predicatore degli animali per riportarlo alla sua intuizione più rivoluzionaria: l’uomo non è il proprietario del creato, ma parte integrante di esso.

È una prospettiva che oggi, nell’epoca della crisi climatica e dell’Antropocene, assume una forza sorprendente, dimostrando come alcune delle questioni più urgenti della contemporaneità fossero già contenute, in forma poetica e spirituale, nel Cantico delle Creature.

Non è casuale, allora, che il festival scelga di portare in scena 17 Selfie dalla fine del mondo, la performance audioguidata ideata da Riccardo Tabilio, costruita con le voci delle studentesse e degli studenti del Convitto Nazionale “Paolo Diacono” di Cividale del Friuli e sviluppata con la consulenza scientifica di Matteo Carzedda e Andrea Vico.

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17 Selfie dalla fine del mondo. Tra Sacro e Sacro Monte 2026

Più che uno spettacolo, si tratta di un’esperienza immersiva che abbandona la frontalità della scena tradizionale per affidare alla relazione tra spazio, suono e immaginazione il compito di costruire la narrazione.

Lo spettatore non prende posto davanti a un palcoscenico, ma attraversa fisicamente il luogo dell’azione, guidato da un paesaggio sonoro che alterna testimonianze, frammenti di memoria, bollettini, cartoline provenienti da un futuro possibile e messaggi in bottiglia affidati a un’umanità che sembra osservare sé stessa dall’orlo funambolico del precipizio.

La scelta della tecnologia non risponde affatto a un’esigenza spettacolare, ma diventa un preciso dispositivo drammaturgico. Le cuffie isolano il pubblico dal rumore del mondo e restituiscono un ascolto profondamente intimo, quasi confessionale; ogni spettatore vive un’esperienza personale, pur condividendola con gli altri, e il percorso assume così la forma di un pellegrinaggio laico, nel quale il cammino fisico coincide progressivamente con quello interiore.

È una delle espressioni più mature del teatro site-specific contemporaneo, dove il paesaggio non costituisce il semplice sfondo dell’azione, ma entra nella scrittura scenica fino a diventarne parte essenziale.

In questo senso il luogo scelto possiede un valore che va ben oltre la sua straordinaria bellezza. Il Sacro Monte di Varese non è soltanto un complesso monumentale riconosciuto dall’UNESCO o uno dei più importanti itinerari devozionali italiani; è una montagna che da secoli invita a cambiare prospettiva.

Ogni salita comporta un progressivo distacco dalla pianura e dalla sua frenesia, offrendo uno sguardo più ampio sul territorio sottostante.

Oggi quella stessa prospettiva assume un significato ulteriore: dall’alto si osserva una delle aree più densamente urbanizzate e industrializzate d’Europa, una pianura segnata dalle trasformazioni climatiche, dalla pressione antropica, dall’inquinamento e da un consumo di suolo che continua a modificare profondamente il paesaggio.

Il contrasto è evidente e diventa esso stesso parte della drammaturgia. Da una parte la montagna conserva ancora un equilibrio fragile, fatto di boschi, silenzi e biodiversità; dall’altra la pianura racconta il prezzo pagato da un modello di sviluppo che ha spesso sacrificato il rapporto con la natura in nome della crescita.

Lo spettacolo non insiste mai su questa contrapposizione in maniera didascalica, ma lascia che sia il pubblico a coglierne il significato, mentre il panorama si apre davanti agli occhi e le voci nelle cuffie evocano un futuro nel quale ciò che oggi appare eterno potrebbe trasformarsi in un ricordo.

La forza di 17 Selfie dalla fine del mondo risiede proprio nella sua capacità di sottrarsi al linguaggio dell’allarmismo fine a sé stesso. Non cerca l’effetto catastrofico, né indulge nella spettacolarizzazione della crisi climatica.

La domanda che attraversa l’intera performance è molto più sottile e, proprio per questo, più inquietante: esisterà davvero un momento preciso in cui il mondo cambierà irrimediabilmente, oppure la fine sarà un processo lento, quasi invisibile, capace di anestetizzare la nostra coscienza mentre tutto continua apparentemente come sempre?

L’immagine del meteorite che cancellò i dinosauri lascia così spazio a un’altra metafora, quella della rana immersa nell’acqua che si riscalda gradualmente senza accorgersi del pericolo. È una figura tanto semplice quanto efficace, perché descrive con lucidità il rischio più grande della nostra epoca: l’assuefazione.

Anche il titolo possiede una notevole forza simbolica. Il selfie, emblema della società dell’immagine e dell’autorappresentazione permanente, perde improvvisamente la sua funzione narcisistica per trasformarsi nell’ultimo tentativo di conservare memoria di un mondo che rischia di non esistere più.

L’immagine non serve più a certificare la felicità del presente, ma diventa testimonianza, archivio, traccia fragile di ciò che siamo stati. È un’intuizione drammaturgica semplice e insieme potentissima, perché utilizza uno dei gesti più quotidiani della contemporaneità per interrogarne il significato più profondo.

Ci stiamo forse abituando all’emergenza climatica con la stessa naturalezza con cui scorriamo le notizie sui nostri telefoni. Ondate di calore, siccità, alluvioni, incendi, ghiacciai che scompaiono e stagioni sempre più instabili finiscono per occupare lo spazio di un titolo, salvo essere rapidamente sostituiti da altre urgenze.

La performance rompe questa consuetudine e restituisce tempo all’ascolto, chiedendo allo spettatore non tanto di assistere a una storia quanto di interrogarsi – nuovamente – sul proprio ruolo all’interno di essa.

In questa prospettiva emerge con chiarezza anche il senso della dedica che Chiodi rivolge a San Francesco lungo tutto il percorso del festival. Il poverello di Assisi non viene evocato soltanto come figura religiosa, ma come simbolo di una diversa idea di convivenza con il mondo naturale.

Il suo Canticum Creaturarum non appartiene soltanto alla storia della spiritualità cristiana: appare oggi come uno dei primi grandi manifesti poetici di un’etica della cura, nella quale il creato non rappresenta una risorsa da sfruttare, ma una comunità di relazioni da custodire.

Quando il percorso termina, ciò che rimane non è semplicemente il ricordo di una performance ben costruita, ma la sensazione di avere osservato il presente da un punto di vista insolito, più alto e, forse, più lucido.

Dal Sacro Monte lo sguardo abbraccia la pianura, ma soprattutto torna a interrogare noi stessi.

È questo il gesto più autenticamente politico dello spettacolo: ricordarci che la crisi climatica non riguarda un futuro remoto, bensì il modo in cui scegliamo di abitare il nostro presente. E forse non esiste luogo più adatto di una montagna sacra per comprendere che la più difficile delle ascensioni non è quella verso la cima, ma quella che conduce a una rinnovata coscienza del nostro rapporto con il mondo e che grazie al teatro acquista ancora più senso.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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