Fino al 16 febbraio, il Piccolo Teatro Grassi di Milano ospita Zorro, audace rilettura della celebre maschera affidata alla regia di Antonio Latella, qui anche coautore insieme a Federico Bellini.
L’opera si impone come un’indagine sul simbolismo della lettera “Z”, intesa non solo come traccia grafica dell’eroe popolare, ma come emblema di un dissidio storico e filosofico tra ricchezza e povertà. In un excursus che attraversa secoli e culture, dalla narrazione biblica alla contemporaneità, la messinscena si configura come un affondo critico nel ventre molle della società, decostruendo miti e gerarchie con un linguaggio teatrale al contempo provocatorio e sovversivo.
La pièce si articola in due atti dalla natura profondamente divergente, tanto nella forma quanto nell’intento di denuncia. Il primo atto si avvolge su se stesso come un nastro, scandito da una struttura iterativa e da una dinamica di giochi di ruolo che vedono Michele Andrei, Paolo Giovannucci, Stefano Laguni e Isacco Venturini alternarsi in una spirale incessante di scambi di identità.
I quattro attori, immersi in una sorta di “terra di nessuno”, incarnano a turno un povero, un poliziotto, un muto e un cavallo, in una reiterazione scenica che aspira a essere una critica attiva, ma che si arena su caratterizzazioni talvolta frammentarie.
Il testo si stratifica in una sequenza di battute volutamente già udite, calembours che giocano con la stanchezza percettiva dello spettatore e tentativi di provocazione che sembrano voler aprire una breccia nella formalità del teatro contemporaneo, ma che, nel loro accumularsi, finiscono talvolta per appesantire la fruizione.
A reggere il gioco di ripetizioni e stratagemmi metateatrali è la straordinaria voce di Isacco Venturini, che con la sua chitarra elettrica intesse un tessuto sonoro vibrante, reinterpretando brani iconici della musica rock, funk, pop e soul.
Il primo atto si struttura su un ordine preciso: l’ingresso farsesco degli attori dalla platea, la rituale acquisizione di quattro oggetti simbolici – un barattolo per le elemosine del povero, un manganello per il poliziotto, una sella per il cavallo, un megafono per il muto – e l’intensificarsi di un dialogo tra giustizia, ricchezza e marginalità sociale.
Il leitmotiv del “segno” funge da detonatore scenico: dopo la pronuncia di questa “parola chiave”, gli attori si elettrizzano e scambiano ruoli, in una sorta di trance collettiva che rende il dispositivo drammaturgico tanto affascinante quanto, alla lunga, ridondante.
Di ben altra natura, dicevamo, è il secondo atto, in cui Latella dosa con maggiore misura gli elementi di riflessione e abbandona le tentazioni eccessive del primo tempo. Se la prima parte abbonda di variazioni, oscenità e gesti volutamente provocatori – tra cui una “falloforia” di Michele Andrei che si sarebbe potuta risparmiare e una compiaciuta “auto-apostrofe” della regia che sembra irridere se stessa in un esercizio di meta-ironia – il secondo atto trova una sua più efficace quadratura.
Particolarmente incisivo è il riferimento evangelico alla divisione (e non alla moltiplicazione) dei pani e dei pesci operata da Cristo, un ribaltamento teologico che apre una riflessione sul privilegio e sull’ingiustizia sociale. Affilata anche la lettura antropologica del supereroe moderno, che si ammanta di ideali borghesi e si nutre di una retorica del salvatore che si fa specchio della società dei consumi.
Se si può muovere un appunto alla seconda parte, è forse la prolissità della sequenza in cui si elencano lemmi che vengono agglutinati da una “Z” finale e associati a qualità infime e spregevoli, un’operazione che rischia di dilungarsi in un esercizio di stile fine a se stesso.
Brillante invece la scelta guidata da Simona d’Amico di vestire Paolo Giovannucci con un costume a losanghe nere, evocando la mosca di Arlecchino servitore di due padroni e suggerendo un fil rouge che lega Zorro alla tradizione della Commedia dell’Arte: come a dire che “Zanni” e “Zorro” condividono non solo la lettera iniziale, ma anche una comune radice di ribellione sociale. Ed è proprio qui che il teatro trova la sua forza: nella capacità di smascherare, più che di nascondere.
Se il primo atto pecca di un eccesso di autocompiacimento e il secondo trova riscatto nella misura e nell’arguzia, resta il dubbio sull’efficacia ultima dell’operazione. Forse Latella non vuole suscitare “pietà” per il povero, e in questo riesce senza ombra di dubbio.
Ma senza dignità non può esistere identità. Altrimenti, come ammoniva Dante nel sesto canto del Purgatorio: Quando si parte il gioco de la zara / colui che perde si riman dolente… ovvero, quando la partita è finita, il povero perdente resta solo con la sua amarezza.
E allora, viene da chiedersi: Zorro o zara, a che gioco sta giocando la regia?
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.












