Un’unità di scena aristotelica che sembra ricordare gli studi geometrici di Escher, una continuazione costante di ingressi e di uscite che non smettono di stupire dall’inizio fino alla fine dello spettacolo. Carta da parati blu scura, pareti che girano e che ricordano perlopiù dei passaggi segreti, lampadari asimmetrici formati da cappelli di abat-jour e chincaglierie varie a ricordo di artefatti quotidiani, resi magici grazie alla maestria clownesca dei protagonisti, gli abili mimi della compagnia di Jakob Ahlbom – su tutti, lo stesso Ahlbom insieme a Silke Hundertmark e Reinier Schimmel. Tutto questo è lo “spazio vitale” inscenato per il Lebensraum milanese al Teatro Menotti.
Dopo l’apertura del sipario, due uomini che omaggiano l’eleganza mimica e attoriale di Buster Keaton – pantaloni neri a vita alta, camicia bianca da gala, gilet elegante da marsina – si risvegliano e danno vita alla loro giornata: una mattina, un pomeriggio e una sera che solo in apparenza sembrano quotidiani, ma che conservano con sé il desiderio fantascientifico di plasmare una domestica robotica con fattezze umanoidi, addestrata allo svolgimento di quelle attività che i due (forse troppo pigri, o forse irrimediabilmente annoiati dalla reiterazione del gesto) non hanno più voglia di compiere.


I due protagonisti si incastonano in questa realtà già dalle prime gag: la colazione inaugura la pièce scenica nel momento in cui si accomodano a tavola per sorseggiare del tè e mangiare fette di pane in un cestino mobile tirato da funi installate sul tavolo.
Sopra la mensa, corde che calano in mezzo al tavolo aprono frigoriferi, dispensano sale, pepe e condimenti vari che si passano ingegnosamente come funamboli circensi: il tutto con una precisione e uno slancio che entusiasmano e fanno sorridere per quel perfezionamento di piccoli gesti, ripetuti ogni mattina con la stessa verve e lo stesso automatismo.
Un meccanismo che richiama, per struttura e condanna, la parabola grottesca dell’imperatore Claudio nella satira senecana dell’Apocolocyntosis, dove l’assurdo si fa sistema e il sistema si fa prigione.
La stessa stanza – che è disimpegno, ingresso, camera da letto, salotto, bagno e sala da pranzo – si trasforma in laboratorio: uno dei due lima la gamba della robot, l’altro termina di cucirle l’abito con una macchina per cucire che sembra alimentata da un filo infinito, che entra da una porta ed esce dall’altra, quasi a evocare una continuità ontologica del gesto tecnico.
Qui la scenotecnica curata da Ahlbom e Douwe Hibma si fa drammaturgia pura, anche e soprattutto grazie agli oggetti di scena speciali di Rob Hillenbrink.
La Hundertmark, corpo plastico incredibile e perturbante della storia, costruisce una presenza scenica che trascende il mimo: è materia duttile e quasi post-umana.
Il suo lavoro corporeo richiama una biomeccanica deformata, tra marionetta e organismo, tra automatismo e apprendimento. In questo addestramento robotico riecheggia inevitabilmente il paradigma etico e speculativo di Isaac Asimov: non tanto le leggi della robotica, quanto la loro progressiva insufficienza davanti alla mimesi perfetta del comportamento umano.
Ed è qui che Lebensraum compie il suo slittamento semantico: l’aiutante diventa minaccia, la funzione si trasforma in dominio. Il marchingegno umano si fa protagonista non più di un compito assegnato, ma di una sostituzione ontologica. I creatori, progressivamente svuotati, si trasformano in fantocci.
In questo senso, è emblematico il ritorno dei sacchetti utilizzati come contrappesi durante la scena della colazione: sospesi, dondolanti nelle sequenze finali, diventano allegoria visiva della condizione dei due uomini – ormai piccoli e inerti contenitori di tela, incapaci di reagire alle derive della tecnologia. Una scelta registica di straordinaria coerenza simbolica.
Sono sostanzialmente due gli applausi che vanno tributati allo spettacolo. Da un lato, è bene ribadirlo, la precisione circense dei mimi, impeccabili nella coordinazione e nella gestione del tempo scenico, mai farseschi, sempre attraversati da un realismo angosciato.
Dall’altro, la macchina scenica in sé: letti che si trasformano in pianoforti, balaustre che diventano nascondigli, finestre come vie di fuga, pareti girevoli a scomparsa che permettono ingressi e uscite con una naturalezza quasi impossibile.
È un teatro della meraviglia, dove la fantasia diventa dispositivo tecnico per tornare a sognare a occhi aperti.
Un’eco cinematografica italiana affiora in controluce: la surreale alienazione domestica e la comicità intrisa di inquietudine ricordano Il vedovo di Dino Risi, con Alberto Sordi protagonista, laddove il quotidiano borghese si incrina, lasciando emergere una dimensione ben più grottesca e spietata.
Interessante anche la presenza dei due musicisti in scena (Leonard Lucieer ed Empee Holwerda) che accompagnano dal vivo le azioni con un tappeto sonoro rock. A un primo sguardo, si potrebbe interpretare questa scelta come un ‘riempitivo’, un modo per colmare eventuali vuoti della meccanica mimica.

In realtà, il suono – metallico, iterativo, quasi ossessivo – costruisce una dimensione percettiva di intontimento, un loop acustico che amplifica la sensazione di alienazione. Non è commento: è struttura sinestetica pura.
La risata che attraversa Lebensraum è una risata amara e funambolica, che non libera, ma trattiene. E nella sua sospensione si annida la morale più profonda: l’uomo, incapace di sostenere la propria solitudine ontologica, tenta di sostituire l’altro con un simulacro. Ma questa sostituzione, lungi dal colmare il vuoto, lo amplifica.
La natura, per usare un lessico neoplatonico, si riappropria del proprio ordine, anche a costo di sacrificare l’artificio. Una riflessione che sembra dialogare, per via indiretta, con la tensione metafisica tra anima e materia che attraversa Plotino e che trova una eco moderna nelle Operette morali leopardiane.
Lebensraum è, in definitiva, un dispositivo teatrale complesso: un ingranaggio raffinato e perfetto che mette in crisi lo spettatore nello stesso modo in cui lo diverte. Come in un’incisione di Escher, lo spazio si piega, si ribalta, si moltiplica, e ciò che sembrava stabile si rivela inevitabilmente illusorio.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.








