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Affogo. Il naufragio dei traumi nell’acqua torbida del passato

di Matteo Resemini

C’è un punto, in ogni dolore, in cui trattenere il fiato diventa insopportabile. È in quell’istante che si sceglie se restare sommersi o emergere. Affogo, scritto e diretto da Dino Lopardo, in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, è un pugno nello stomaco che arriva dall’acqua, elemento vitale e ostile, rifugio e prigione.

Sul palco, Mario Russo è Nicholas, un uomo rimasto bambino, ingabbiato in una storia che si racconta tra ironia amara e sofferenza viscerale, tra battute in dialetto e una corporeità che trasuda disperazione.

immagine per Affogo, al Teatro Franco Parenti. foto Simone Galli
Affogo, al Teatro Franco Parenti – foto Simone Galli

Russo dà vita a un Nicholas ferito, figlio di un passato crudele e senza appigli emotivi. Il trauma vissuto nell’infanzia lo ha reso estraneo a ogni forma di affetto, abituato alla solitudine e al rancore.

La casa degli zii, che avrebbe dovuto accoglierlo, si trasforma in una zona di guerra, un luogo dove l’odio si sedimenta nelle parole e negli sguardi, lasciando solchi profondi. In questa realtà opprimente, la vasca da bagno diventa il suo unico rifugio: lì, immerso nell’acqua, può smettere di esistere, può dissolversi nel nulla.

Ma l’acqua non è solo riparo. È anche ostacolo, incubo, limite invalicabile. Nicholas sogna di diventare un campione di nuoto, ma la sua paura lo paralizza. Non è un semplice timore dell’acqua, non è idrofobia né talassofobia: è il terrore puro di sprofondare, di perdere il controllo, di rivivere un dolore che non ha mai smesso di stringergli il cuore. Ed è in questa tensione che il corpo di Russo si fa narrazione, esasperando gesti e movimenti, trasformando ogni battito di ciglia in un grido soffocato.

Lopardo costruisce un testo capace di alternare crudezza e leggerezza, che attinge ai dialetti siciliano e napoletano con una naturalezza mai forzata. La lingua diventa carne, la voce si fa eco di una memoria collettiva. Accanto a Russo, Alfredo Tortorelli dà volto e corpo a una presenza silenziosa ma essenziale: il compagno di una confessione, l’interlocutore di un monologo che si rifrange come un’onda nella mente di Nicholas.

La scenografia è essenziale, ma potente. La vasca da bagno assume ruoli diversi: è un piccolo bacino in cui il protagonista si immerge e si perde, è il catino delle galline della zia, è il tavolo di un sacrificio, è una macchina del tempo che inghiotte e risputa ricordi. Persino le bolle di sapone, che galleggiano nell’aria come brandelli di memoria, diventano simbolo di un’infanzia ingannevole, di un passato che si dissolve appena proviamo ad afferrarlo.

L’acqua, che dovrebbe purificare, qui contamina. Non lava via il dolore: lo sedimenta, lo trasforma in rabbia, lo trasmette di generazione in generazione. L’ironia, pungente e feroce, è l’unico salvagente a cui Nicholas può aggrapparsi.

immagine per Affogo, al Teatro Franco Parenti. foto Simone Galli
Affogo, al Teatro Franco Parenti – foto Simone Galli

A rendere ancora più efficace questa atmosfera onirica e dolorosa è la scelta musicale, che segue la logica del ricordo frammentato, dell’ossessione e della ripetizione.

Il lirismo della musica classica si mescola ai rondò, creando un senso di circolarità, di ritorno forzato ai fantasmi della mente.

Le melodie dei carillon aggiungono un tocco di inquietudine dolce, come un’infanzia mai davvero lasciata andare. La musica non spaventa, non è mai apertamente minacciosa, ma si insinua sottopelle, evocando un incubo che non fa paura e proprio per questo è ancora più insidioso.

Gli atteggiamenti reiterati e le dinamiche tossiche si stratificano nel tempo, dando origine a disordini comportamentali, stati depressivi, disturbi della personalità. Si innesca un processo di alienazione che non risparmia nessuno: né chi subisce, né chi diventa carnefice. L’incapacità di riconoscere e gestire le emozioni porta a un vortice in cui il dolore si trasforma in rabbia, e la rabbia in violenza.

Affogo non è solo la storia di Nicholas: è la storia di tutti noi. Perché nessuno è mai davvero salvo dal proprio passato.

In un’ora si possono percorrere novanta vasche in piscina. Oppure si può scegliere di immergersi nelle profondità della memoria, lasciandosi trasportare dal fiume impetuoso del dolore e della consapevolezza, a teatro.

Alla fine, la paura dell’acqua non è che la paura di se stessi. Ma per salvarsi non basta trattenere il fiato: bisogna imparare a riemergere, con la forza di chi non vuole più affogare.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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