Ci sono testi che sembrano essere intrisi di una linfa drammaturgica capace di custodire un germe archetipico, un’urgenza sempre pronta a rifiorire. Un tram che si chiama Desiderio appartiene a questa schiera ristretta, forse perché Tennessee Williams, con la sua sensibilità febbrile e viscerale, ha sempre saputo intercettare le crepe dell’animo umano molto prima che esse diventassero la frattura morale del nostro presente.

E nella nuova messinscena del Teatro Franco Parenti di Milano, per la regia di Luigi Siracusa, quel germe non solo germoglia: divampa, accende, inquieta e chiede di prendere visione del biglietto obliterato per la sua corsa.

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Un tram che si chiama Desiderio, Teatro Franco Parenti. Foto di Asia Serpe

Siracusa costruisce uno spettacolo di una raffinata sensorialità: la scena, dominata da una palette di verdi tenui e cromie chiare, rimanda a quelle sfumature che sembrano promettere delicatezza ma che, nel corso delle due ore, vanno ossidandosi verso tonalità sempre più provocanti, quasi malignamente nauseanti. È come se il colore stesso assumesse una funzione narrativa: da promessa di quiete a velenosa trasparenza di una realtà che implode.

Le luci di Pasquale Mari, sapientemente mobili eppure mai istrioniche, si insinuano in ogni interstizio scenico come lame o carezze, esaltando la natura soffocante della piccola Sala Blu del Pier Lombardo, uno spazio fascinoso e volutamente ostile, in cui la verità è costretta a emergere.

Il regista, che lodiamo, gioca su due direttrici fondamentali: la cinetica del movimento, rapidissima e variata entro pochi metri quadrati, e la vocalità sfumata, capace di tradurre in onde sonore gli ingressi e le uscite interiori dei personaggi. Gli attori sono spinti a un lavoro sulla presenza che non concede riposo: tutto vibra, tutto pulsa, tutto rivela.

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Un tram che si chiama Desiderio, Teatro Franco Parenti. Foto di Asia Serpe

Nel cuore pulsante della vicenda trova posto una Blanche Du Bois interpretata da Sara Bertelà, davvero notevole nella sua capacità di colorare la sofferenza di mille sfumature. La sua Blanche non è solo la civetta decaduta che spesso la tradizione consolida: è un corpo femminile che tenta di difendere la propria dignità dalla furia di un mondo che non ha più spazio per la fragile grazia della sua illusione.

La sua femminilità non è compiacente, bensì matura, sfibrata, consapevole di essere l’ultimo relitto di un passato borghese sbriciolato. Il ricordo dei gentiluomini del Sud non è qui nostalgia; è ferita che pulsa, eco lontana che brucia.

A farle da contrappunto, in una sorta di danza respirata, vi è Stella interpretata da Silvia Giulia Mendola, presenza scenica solida, tenera e dolorosa. Tra le due si crea una chimica di sorellanza che non è solo affetto, ma necessità: due corpi che cercano di sopravvivere in un universo maschile che chiede loro obbedienza, docilità, sottomissione.

Il loro è un abbraccio che consola e soffoca, che accoglie e imprigiona, specchio della complessità femminile che Williams – e qui Siracusa – sanno offrire senza retorica.

Accanto a loro, Stefano Annoni scolpisce uno Stanley Kowalski di impressionante intensità, forse il punto più alto dell’intero ensemble. La sua aggressività non è mai caricaturale: è un’onda che cresce, che minaccia, che seduce perfino mentre spaventa. Annoni restituisce tutta la variabilità psicologica del personaggio, l’ambiguità tra desiderio e crudeltà, tra virilità ferina e infantilismo emotivo.

Di fronte a lui, Pietro Micci dà vita a un Mitch trattenuto, nervoso, quasi claustrofobico nella sua ricerca di redenzione. Tra i due, si insinua una trama sotterranea: la bromance virile, un legame tra uomini che Williams suggeriva con timidezza e che la regia valorizza come tensione ambigua, quasi omosessuale, senza mai dichiararlo, ma lasciandolo ribollire negli sguardi, nei silenzi, nelle posture.

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Un tram che si chiama Desiderio, Teatro Franco Parenti. Foto di Asia Serpe

L’ambiente scenico è angusto, fatto di gelosie verdine che – si perdoni il jeu de mots – che sembrano respirare gelosia, invidia, colpa. È un ventre chiuso, un alveo in cui la psiche dei personaggi viene compressa fino a esplodere.

Tutto avviene sul palco, ma oltre quelle porte semitrasparenti si intravedono figure che fingono di non vedere, di non sapere: scelta scenografica lucidissima, che denuncia la banale indifferenza della comunità, incapace di intervenire, pronta solo a giudicare.

In questo spazio soffocante si consuma il precipizio psicologico di Blanche: diva mancata, docente in rovina, donna incatenata al peccato di aver amato un minorenne. Non una colpa, ma una corda che la società le stringe al collo con sadica puntualità.

La regia di Siracusa dà al testo una fisicità quasi tattile: gli abbracci divengono morsi, la violenza è ovattata ma persistente, come un rumore di fondo che cresce nel tempo. Ogni gesto è un presagio, ogni movimento una confessione. In questo corpo a corpo emotivo si manifesta l’essenza di Un tram che si chiama Desiderio: un’opera che vive nella carne prima ancora che nella parola.

Questa messinscena ricorda con forza quanto il testo sia ancora attualissimo. C’è la psicosi che divora Blanche, emblema della fragilità contemporanea. C’è la strafottenza brutale di Stanley, paradigma di un maschilismo mai sopito. C’è la sottomissione amorosa di Stella, specchio di tante donne che ancora oggi confondono amore e paura. E c’è infine la violenza domestica, che Williams scrutava con crudele lucidità e che oggi continua a insanguinare la cronaca. Questo Tram non è quindi solo un classico: è una profezia che purtroppo non smette di avverarsi.

L’adattamento, quindi, restringe la vicenda ai quattro personaggi principali. Così facendo, la drammaturgia diventa una lente d’ingrandimento: si scandagliano rapporti, relazioni, istinti, pulsioni profonde. La loro autenticità, la loro onestà emotiva, bastano — eccome — per ospitarci, poi per travolgerci, e infine per farci scendere da quel Tram chiamato Desiderio, lasciandoci esausti e partecipi.

E se, come ricordano gli studiosi, l’etimologia di “desiderio” rimanda alla “mancanza della stella”, allora l’intera parabola di Blanche si illumina di una luce mesta: mancherà a Stella, le mancherà davvero per molto tempo. Forse non tutti lo crederanno, ma Blanche continuerà ad aspettare il suo Tram, ostinatamente, per anni e anni, nel ventre oscuro del teatro.

Nel frattempo, il biglietto lo hanno in mano gli spettatori del Parenti, già obliterato dal tempo e dall’audacia del giovane regista che ha saputo restituire al mito di Williams un’energia disturbante e persino necessaria.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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