Le montagne, nella loro verticalità primordiale, sono da sempre il luogo dell’ascesa e del silenzio, della rivelazione e dell’occultamento. Archetipi di un’umanità che cerca l’alto per comprendere sè stessa e che, al contempo, deposita tra le pieghe delle rocce ciò che non può essere detto.
Thomas Mann le ha rese teatro di iniziazione spirituale e di malattia dell’anima, Petrarca vi ha affidato l’esperienza fondativa dello sguardo interiore, quando il Mont Ventoux diventa specchio dell’uomo che sale per poi ritrovarsi, smarrito, dentro di sé. È da questa tradizione alta e ancestrale che sembra voler prendere avvio Brokeback Mountain, andato in scena al Teatro Carcano di Milano, nella versione teatrale di Ashley Robinson con la regia e l’adattamento italiano di Giancarlo Nicoletti: un tentativo ambizioso di tradurre in forma drammaturgica una delle narrazioni più iconiche e delicate della letteratura e del cinema contemporaneo.

Il testo originale, nella sua forma narrativa, possiede indubbi punti di forza: l’immediatezza del linguaggio, la trasparenza emotiva, la capacità di raccontare l’amore nella sua forma più autentica e privata, spogliata da ogni sovrastruttura ideologica e da ogni pregiudizio sociale. Brokeback Mountain non nasce come manifesto, ma come confessione: è una storia d’amore che si consuma nell’ombra, nella solitudine dei pascoli, nella brutalità del non detto. Ed è proprio questa nudità a renderla universale, capace di parlare a chiunque abbia conosciuto la paura di amare.
Ed è qui che s’insinua la perplessità, inevitabile, di fronte all’adattamento teatrale di un vero e proprio mostro sacro della cultura LGBTQ+, ormai fissato nell’immaginario collettivo anche grazie alla straordinaria interpretazione cinematografica di Heath Ledger e Jake Gyllenhaal nel film del 2005.
Il rischio del confronto è alto, quasi ineludibile: quelle figure hollywoodiane, ormai archetipiche, continuano a proiettare la loro ombra lunga su ogni nuova rilettura. Il teatro, per sua natura, nasce per rigenerare le storie, per renderle presenti e immediate; ma proprio questa immediatezza può diventare una trappola, un terreno scivoloso in cui i condizionamenti dell’opera precedente si fanno troppo ingombranti.
Il romanzo di Annie Proulx è costruito con precisione chirurgica, essenziale e ordinato; il film ne ha saputo amplificare il respiro con una coerenza formale e poetica raramente eguagliata. Il passaggio al linguaggio teatrale, in questo caso, sembra invece generare più domande che risposte, sollevando interrogativi – ironicamente grandi come montagne – sulla reale necessità e sull’efficacia di alcune scelte drammaturgiche.
La frammentazione scenica, il susseguirsi di quadri brevi e intensi, se da un lato restituisce una certa fedeltà alla struttura episodica del racconto, dall’altro rischia di spezzare la continuità emotiva, lasciando lo spettatore in una sospensione non sempre fertile.
Edoardo Purgatori e Filippo Contri sono due cowboy credibili, fisicamente presenti, dotati di un impatto scenico che non passa inosservato. La loro recitazione è pulita, misurata, emotivamente controllata, e dimostra un lavoro attento sul personaggio.
Tuttavia, i due interpreti risultano spesso imprigionati in piccoli frame recitativi, poco cinetici ed eccessivamente rapidi, come se l’azione scenica non concedesse loro il tempo necessario per sedimentare davvero le emozioni. Le effusioni amorose, numerose e ravvicinate, appaiono talvolta più come esercizi di contingenza performativa che come reali necessità drammaturgiche per l’avanzamento della trama, indebolendo paradossalmente la forza del sentimento che vorrebbero celebrare.
Questa struttura a episodi trova però una sua giustificazione poetica nella presenza costante della musica dal vivo, vero e indiscusso cuore pulsante dello spettacolo. La voce di Malika Ayane – autentica meraviglia scenica – si impone come elemento di coesione e di elevazione lirica, capace di restituire profondità là dove la parola recitata rischia di restare in superficie.
La live band, composta da Marco Bosco al pianoforte, Giulio Scarpato al basso e contrabbasso, Giacomo Belli alle chitarre e Mimosa Campironi all’armonica e alla chitarra, offre un accompagnamento di altissimo livello, raffinato e mai invasivo, che avvolge la narrazione e la sostiene emotivamente.
Le scene di Alessandro Chiti giocano su una geometria razionale delle montagne, trasformate in segni astratti e simbolici, e sull’uso di proiezioni oleografiche che richiamano la vita di uno dei protagonisti a distanza di cinquant’anni dal primo incontro, negli anni Sessanta. Funziona maggiormente la resa della proiezione sincronica, capace di dialogare con l’azione scenica, rispetto a quella asincrona che, pur suggestiva nel bianco e nero, non sempre restituisce una vera fedeltà alla versione invecchiata del cowboy, apparendo più come un commento esterno che come un’estensione drammaturgica.
Ed è proprio sui temi che l’opera solleva che si gioca la partita più delicata. È fondamentale che un testo come Brokeback Mountain continui a essere letto, visto, discusso e ripensato, anche – e forse soprattutto – in teatro.
Ma il teatro, nella sua complessità, richiede un’attenzione particolare a non scivolare in ripetizioni e lungaggini tipiche di adattamenti non sempre ottimali, che rischiano di chiudersi in una visione autoreferenziale.
Senza l’ausilio di orpelli musicali di autentico valore, come quelli presenti in questo allestimento, lo spettacolo avrebbe seriamente rischiato il flop; grazie alla musica, invece, riesce a mantenersi sufficientemente coinvolgente, capace di appassionare, intenerire e trovare una sua misura di consenso.
In definitiva, Brokeback Mountain è uno spettacolo che si guarda con interesse e con cauta partecipazione, più per ciò che evoca che per ciò che realmente riesce a risolvere.
È un’esperienza che vale l’ascolto, prima ancora che la visione: per la potenza di una voce che canta, per la qualità di musicisti che suonano dal vivo e restituiscono dignità emotiva a una storia che, forse, avrebbe bisogno di meno dimostrazione e di più silenzio. Perché l’amore, come le montagne, non chiede di essere spiegato: chiede solo di essere attraversato, anche quando il sentiero resta impervio e lo sguardo si perde, ancora una volta, tra le nuvole.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.
