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L’estate finisce, il teatro continua: il fascino sospeso de “Le notti bianche”

di Matteo Resemini

Le “notti bianche” sono un fenomeno atmosferico tipico delle latitudini nordiche, quando in estate il sole sembra non tramontare mai, rendendo le ore notturne luminose come fossero crepuscoli senza fine. Dostoevskij le rese immortali nel suo racconto del 1848, trasformandole in metafora di sogni sospesi, attese e desideri inappagati. E se a San Pietroburgo la luce diventa inganno di un eterno giorno, a Milano, sul palcoscenico del Castello Sforzesco, le “notti bianche” diventano metafora di un’estate che sta finendo, ma che lascia ancora spazio al teatro, vivo e pulsante, per i suoi pubblici.

immagine per Le notti bianche. Foto di Alessandro Saletta
Foto di Alessandro Saletta

Nell’ultimo appuntamento della rassegna Estate al Castello 2025 delle Manifatture Teatrali Milanesi, Stefano Cordella, con la drammaturgia di Elena C. Patacchini, porta in scena una rilettura di Le notti bianche che sceglie di sovvertire il tempo del racconto ottocentesco, collocandolo in un’epoca successiva, più vicina a noi, per rendere l’amarezza e la dolcezza dell’incontro tra due solitudini più vivide e tangibili.

Una trasposizione che funziona, perché riesce a contaminare l’analogico della scrittura epistolare con quello della musica, suonata dal vivo a tratti ai margini del palco: soluzione che alleggerisce il rischio di una regia troppo statica, basata palesemente su una grammatica dell’attesa e non del movimento.

Sul palco, Alma Poli dà vita a una Nasten’ka incisiva, capace di restituire fedelmente la delicatezza, la grazia e la vulnerabilità della protagonista dostoevskiana. Al suo fianco, Diego Finazzi interpreta invece il sognatore, un giovane che vive la solitudine come il combustibile della sua immaginazione, la quale lo spinge a vagare di notte in cerca di presenze che possano nutrirlo.

Nei suoi gesti e nella sua recitazione si avverte un tratto infantile, quasi autistico, che non restituisce del tutto l’umanità matura che ci si aspetterebbe dal protagonista letterario. Eppure, questa scelta, crediamo voluta dalla regia, trasforma la distanza tra i due personaggi in una sorprendente somiglianza: entrambi fragili, entrambi acerbi, entrambi prigionieri di un destino che li vuole più simili che divergenti.

Il risultato è una tensione drammaturgica che, se da un lato priva la storia della polarità originaria tra malinconia e vitalità, dall’altro genera una nuova lettura: due anime incomplete che si cercano per non naufragare nella propria inadeguatezza. Lui parla agli edifici, dà voce agli oggetti pur di non confrontarsi con le persone, rifugiandosi in un mondo immaginario che lo protegge e al tempo stesso lo condanna. Lei attende, spera, si confonde, ma resta imprigionata nella figura di una fanciulla mai del tutto cresciuta.

Sul piano simbolico, la regia inserisce con efficacia due figure archetipiche: il cavaliere e la dama “ariosteschi”. Lui, armato di maglia di ferro e di elmo, incarna il sogno di una lotta impossibile, mentre lei, in abito sospeso tra il principesco e il semplice, attende un amore che non arriva mai. Un espediente registico di grande suggestione, che conferisce un tocco lirico e visivo all’atto unico, spezzando la linearità e inserendo squarci immaginativi potenti.

Paradossalmente non convince del tutto, invece, la scelta di inscenare un’imponente nevicata, una vera e propria tempesta bianca che travolge scena e protagonisti. È un momento suggestivo, che richiama il simbolismo della neve citata da Dostoevskij, candida e destinata a sciogliersi come l’amore del protagonista. Ma, al di là della sua carica poetica, lo stratagemma appare più come un artificio decorativo, un “riempi-scena” estetico volto a sedurre lo sguardo, che non un autentico detonatore drammaturgico.

A dare respiro lirico allo spettacolo contribuisce la colonna sonora: Tonight di Sybille Baier e alcuni brani di Luigi Tenco, che accompagnano e inteneriscono le atmosfere malinconiche, donando al tutto una sfumatura fascinosamente fragile, in linea con l’anima sospesa e dolente dei due protagonisti.

A completare la riflessione, ciò che emerge con forza nello spettacolo è il tema dell’inadeguatezza umana di fronte alla necessità di dichiararsi, di esporre la propria interiorità all’altro.

Il sognatore dostoevskiano, e quello interpretato da Finazzi, incarnano la condizione esistenziale di chi avverte l’urgenza di comunicare, ma teme lo scontro con la realtà. È un paradosso antico e sempre attuale: l’essere umano trova rifugio nei propri pensieri perché la realtà relazionale impone un rischio che destabilizza.

È il conflitto tra la verità del sentire interiore e la paura della sua esposizione, tra l’autenticità del sogno e la fragilità del contatto. In questo senso, la chiusura dello spettacolo — così brusca e quasi improvvisa — accentua proprio questa incapacità di compimento: il pubblico si trova spiazzato, come se gli venisse tolta la possibilità di un epilogo disteso e più poetico. È una bruschezza che rende perplessi e che non è soltanto registica, ma simbolica: l’amore e l’attesa, nella loro incompiutezza, non trovano mai la parola ultima, restando sospesi nel silenzio che segue, più eloquente di qualunque dichiarazione.

Così, tra attese, simboli, musica e nevicate improvvise, il pubblico resta catturato da un racconto che, pur non privo di limiti, ha il coraggio di reinterpretare un grande classico senza timore di tradirlo. Perché, alla fine, il teatro non è mai riproduzione fedele, ma sguardo nuovo che rinnova l’eterno.

E se le notti bianche sono sogni che non si compiono, lo spettacolo di Cordella ci ricorda che l’arte è il luogo in cui l’attesa, pur se vana, si fa bellezza.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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