La morte, diceva Wisława Szymborska, “sa fare tutto ciò che noi non sappiamo: ma solo questo”. In questo piccolo, tagliente frammento di verità si innesta da dieci anni uno degli spettacoli più intensi del teatro contemporaneo italiano. Sulla morte senza esagerare, opera visiva e filosofica della Compagnia dei Gordi, torna a Milano per celebrare il suo decennale sul palco che l’ha consacrata, quello del Teatro Franco Parenti.

immagine per Sulla morte senza esagerare, Compagnia dei Gordi - Teatro Franco Parenti
Sulla morte senza esagerare, Compagnia dei Gordi – Teatro Franco Parenti. Foto di di Marta Perroni

Un titolo preso in prestito dalla poetessa polacca, che però non si limita a ispirare; infatti, la sua visione sottile, ironica, quasi domestica della morte è la linfa che nutre ogni scena. Qui la Signora con la falce, ideata e diretta da Riccardo Pippa, non spaventa, non urla, non uccide: accoglie, lavora, si stanca, aspetta. E alla fine cede il turno, come in ogni ufficio d’anagrafe che si rispetti.

Lo spettacolo, che vede in scena Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti e Matteo Vitanza, si sviluppa senza parole, come un lungo respiro trattenuto. Gli attori indossano maschere di cartapesta create da Ilaria Ariemme, maschere dai tratti fissi e umani, immobili e perennemente espressivi. In questo mondo muto, lo sguardo è una poesia immobile, e il gesto — secco, reiterato, preciso — diventa linguaggio universale.

Il corpo dice ciò che la voce tace: una grammatica del passaggio.

Tutto comincia con la Morte seduta su una panchina, valigia accanto, sotto un lampione che si accende ad intermittenza. Ogni volta che si illumina, un nuovo “cliente” entra in scena: è il momento del trapasso, che lo spettacolo non tematizza, ma osserva, con la compassione di chi sa che siamo tutti diretti lì, ma non senza sorriso.

A sfilare sul palco sono piccoli quadri dell’universale.

Una donna anziana, flebo e mascherina al seguito, avanza lentamente con una piantina: metafora dell’uomo che vegeta, già a metà nel regno della Morte. Poi un rider a terra, corpo spezzato dall’asfalto: viene richiamato alla vita da un defibrillatore, e per un attimo tutto si ferma — perfino la Morte — in attesa dell’esito.

C’è poi un soldato che muore, e la sua giovane moglie incinta che lo cerca, disperata. Vorrebbe seguirlo, ma è trattenuta dalla vita che le cresce dentro: una pancia che la salva, un gesto metafisico in sé. Il bambino nasce, e con lui entra in scena un angelo custode, figura silenziosa che veglia sull’ordine delle dinamiche dell’Aldilà. Come in una divina burocrazia, ogni cosa, dopotutto, ha un suo posto!

Tra le scene più tenere, quella dei due anziani sposi che si abbracciano. La donna sistema la camicia del marito, un gesto familiare e assoluto. Poi gli si toglie la maschera: il volto scompare, e con esso la persona (che in latino vuole dire proprio, “maschera”). In quella sottrazione si compie la vera morte: la dissoluzione dell’individualità, l’uscita di scena.

Un pensiero che echeggia Heidegger: essere è essere-per-la-morte.

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Sulla morte senza esagerare, Compagnia dei Gordi – Teatro Franco Parenti. Foto di di Marta Perroni

Il capolavoro dei Gordi non si ferma al sentimentalismo: tocca anche le corde più cupe e scivolose dell’esistenza. Appare una ragazza morta per overdose, fragile e rintronata. Poi un uomo in impermeabile si aggira indeciso: prova a morire più volte, ma non ci riesce. La vita lo trattiene, la Morte lo guarda perplessa, come un’impiegata frustrata da un modulo mal compilato.

Tutto si svolge con una dolcezza spiazzante, senza lacrime facili, ma neppure senza emozione. Le scene scorrono come un rituale collettivo, con tre rintocchi di campana che segnano il momento del trapasso, e una melodia personalizzata che accompagna ciascuno verso l’uscita: una colonna sonora cucita sull’anima, un congedo su misura.

Il finale è geniale nella sua disarmante quotidianità. Una nuova Morte prende il posto della precedente: scambio di consegne, passaggio del cappello nero, come in un qualsiasi ufficio all’ora del cambio turno.

La Mietitrice, alla fine, è una lavoratrice come noi, e la sua umanità — fatta di stanchezza, dovere, ironia — è ciò che ci rassicura.

Dopo dieci anni, “Sulla morte senza esagerare” non ha perso nulla della sua potenza lirica. Al contrario: è cresciuto con noi, ci ha insegnato a non aver paura di ciò che tutti abbiamo in comune. La morte, diceva ancora Szymborska, “non riesce a togliere nulla a chi non l’ha avuto”.

E forse anche il teatro, come la poesia, ci aiuta a possedere meglio la nostra finitezza.

Lo spettacolo dei Gordi non consola, ma illumina. Non minimizza, ma dissolve la retorica.

Ci ricorda, in silenzio, che morire è un atto umano, come amare, partorire o sorridere. E forse sorridere alla morte è il nostro ultimo atto di resistenza civile.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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