In scena alla Sala Fassbinder del Teatro dell’Elfo di Milano, L’Ereditiera è un’opera scritta da Annibale Ruccello e Lello Guida, con la regia di Fabio Faliero. Lo spettacolo rilegge il mito partenopeo in un’affascinante contaminazione con l’immaginario cinematografico hollywoodiano degli anni ’40, ispirandosi all’omonima pellicola di William Wyler tratta dal romanzo di Henry James.

La scena si apre su una cornice estetica di ponderata eleganza, in cui il rigore compositivo di Dario Gessati e le raffinatezze costumistiche di Maria Sabato tratteggiano un universo sospeso tra la memoria filmica e l’immaginario teatrale partenopeo. Il contrasto cromatico tra bianco e nero, sebbene non innovativo, si rivela un espediente funzionale per evocare con immediatezza un tempo sospeso tra l’Ottocento letterario di Henry James e la sontuosità visiva del cinema hollywoodiano degli anni Quaranta.
Emblematica in tal senso è la figura del Doppelgänger di Ciccillo, mirabilmente interpretato da Luca Ingravalle, la cui marsina con sottogonna in crinolina diviene simbolo di una rilettura audace del canone estetico tradizionale.
La vicenda, strutturata sulla dialettica tra amore e interesse, prende corpo nella timida Caterina (una vibrante Vanda Colecchia), fanciulla di elevato lignaggio, ma priva della spigliatezza sociale necessaria a suscitare un sincero interesse coniugale. Il padre, reso con solidità interpretativa da Marco Fanizzi, incarna l’archetipo dell’autorità patriarcale, sospettoso e diffidente verso gli intenti dell’aitante Felice Sciosciammocca (Michele Scarcella), il quale si insinua nella vita della giovane con il sostegno della frizzante e libertina zia Lavinia, interpretata con piglio istrionico da Eleonora Pace.
A completare il mosaico scenico intervengono due maschere della tradizione teatrale italiana: la servetta (Maria Vittoria Perillo) e l’eterea voce di Sabatino Trombetta, il quale, attraverso il canto e la maschera di Pulcinella, intesse un fil rouge tra la Commedia dell’Arte e la dimensione narrativa dello spettacolo.
L’ordito registico di Fabio Faliero si sviluppa come un’intensa successione di quadri scenici, in cui il ritmo serrato si traduce in una progressione ascendente di ripetizioni e variazioni.
Tuttavia, se l’esercizio stilistico si manifesta con brillantezza nelle prime battute, l’eccessiva reiterazione di medesimi nuclei narrativi, mutati solo nella declinazione interpretativa, finisce per appesantire la drammaturgia, avvicinandola pericolosamente a una meccanica dimostrazione di virtuosismo attoriale. È in questo punto che la regia appare oscillare tra la ricerca di un dinamismo ardito e il rischio di una sovrastruttura che, anziché potenziare il ritmo teatrale, rischia di sfibrarlo.
Se l’apparato visivo e la perizia attoriale risultano di indubbio valore, la struttura dello spettacolo soffre di un’alternanza troppo marcata tra momenti di sospensione scenica – funzionali nel linguaggio cinematografico, ma di difficile tenuta in ambito teatrale – e un’esuberanza cinetica che, in alcuni frangenti, sembra manifestarsi più per amor di spettacolarità che per una reale esigenza drammaturgica.
La sensazione è che lo spettacolo giochi con intelligenza le proprie carte, ma si lasci sedurre eccessivamente dalla tentazione di un metateatro compiaciuto, il quale, anziché arricchire la tessitura narrativa, la rende eccessivamente autoreferenziale.
Il connubio tra il Teatro dell’Elfo e l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico garantisce una solida base interpretativa, confermando il talento degli attori e la capacità di fondere tradizione e sperimentazione. Tuttavia, la drammaturgia e la regia necessiterebbero di un maggiore equilibrio tra ricerca formale e necessità espressive, per evitare che la pièce si trasformi in un’elegante ma talvolta farraginosa giostra di esercizi stilistici.
L’aspetto più interessante dello spettacolo rimane la sua capacità di mescolare codici espressivi diversi, lasciando emergere spunti di riflessione sulla natura stessa della <rappresentazione teatrale.
L’uso delle maschere della commedia dell’arte, per esempio, o i richiami al teatro di De Filippo, si inseriscono in un gioco di sovrapposizioni che, pur rischiando di eccedere nella ricerca estetica, aggiunge una stratificazione semantica capace di dialogare con la sensibilità dello spettatore moderno e dei suoi ricordi artistici. La fusione di linguaggi, dal naturalismo psicologico alla stilizzazione barocca, crea una dialettica tra passato e presente che, se da un lato affascina per la sua ambizione, dall’altro richiede una maggiore coerenza nella gestione drammaturgica.
In definitiva, L’Ereditiera si configura come un’esperienza teatrale stimolante, seppur non priva di ridondanze.
Un’opera che, pur con le sue oscillazioni tra classicismo e sperimentalismo, merita senz’altro una visita, specialmente per chi desideri immergersi in un’atmosfera teatrale densa di riferimenti letterari, cinematografici e iconografici. Lo spettacolo rappresenta un interessante esperimento di rilettura scenica che stimola il dibattito sulla reinterpretazione dei classici nel teatro contemporaneo.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.










