A settantacinque anni dalla sua apparizione sul grande schermo, Miracolo a Milano torna a vivere al Piccolo Teatro di Milano sotto la regia di Claudio Longhi, e lo fa con una consapevolezza rara: non limitarsi a evocare il capolavoro cinematografico di Vittorio De Sica e le pagine di Zavattini, ma assorbirne lo spirito, trasfigurarlo e restituirlo in una forma nuova, capace di parlare al presente senza tradire la sua origine.
Più facile a dirsi che a farsi. Eppure, là dove il film oscillava tra neorealismo e incanto, tra miseria concreta e slancio visionario, la scena ora si fa luogo di una sospensione continua, un territorio in cui il reale – in una palesata scelta registica – si incrina e lascia filtrare il possibile.
Longhi ha orchestrato questo equilibrio con mano sicura, evitando sia il rischio della nostalgia, sia quello della didascalia.
Il suo è uno spettacolo che non imita il cinema, ma lo interroga, servendosene: lo smonta e lo ricompone, attraversandolo e rilanciandolo. E in questa operazione trova una chiave narrativa che privilegia la dimensione favolistica, come se la vicenda fosse filtrata attraverso una lente capace di rendere plausibile l’impossibile, ordinato ciò che appare invece disperso.
Ne scaturisce una costruzione che segue un andamento cronologico riconoscibile, ma che si arricchisce di inserti dal sapore di aperitivo in galleria, quadri luccicanti della Madonnina, apparizioni che evocano la Milano del dopoguerra, dal ’40 al ’51, restituendone un’anima non meramente cronachistica, ma collettiva e quotidiana, dal parrucchiere per signora fino al prestinaio.
Al centro, inevitabile e luminoso, si staglia la figura di Totò, interpretato con mediata dolcezza da Lino Guanciale: creatura ingenua e al contempo tenace, figlio di una nascita già intrisa di prodigio, trovato sotto un cavolo e destinato a incarnare una forma di purezza che non è mai ingenuità, ma scelta etica.
La sua traiettoria attraversa l’abbandono e la scoperta di una comunità marginale e solidale; una baraccopoli che diventa microcosmo umano, fragile eppure coeso, fino all’irruzione della violenza del potere, rappresentato da Mobbi (Mario Pirrello), proprietario di un terreno improvvisamente reso prezioso dalla promessa del petrolio.
Ed è qui che il racconto si apre definitivamente al miraculum, la suscitata meraviglia che rivela un senso ulteriore: non un semplice evento straordinario, bensì una deviazione inattesa.
L’apparizione angelica di Lolotta, momento che scriverà le pagine della storia del teatro contemporaneo, è vivo grazie alla presenza straordinaria di Giulia Lazzarini. Accanto a Lino Guanciale, la Lolotta della Lazzarini è molto più di un personaggio: è una figura liminare, quasi una soglia tra vita e memoria, tra scena e storia del teatro.
Con tutta la sua pluri-lustre esperienza, la Lazzarini, con voce docile e vivida al contempo, porta sul palco non solo un ruolo, ma un’intera tradizione che continua a vivere.
Ogni sua apparizione è un evento: il tempo sembra rallentare, la parola si fa più densa e lo sguardo più carico. È un’interpretazione che commuove davvero senza indulgere e che incanta senza forzare, restituendo al teatro la sua dimensione più alta: quella dell’incontro tra generazioni, corpi e memorie.

La drammaturgia ha costruito così un dispositivo complesso: scene che si susseguono come tessere di un mosaico che si intrecciano e si sovrappongono. Un coro di interpreti – Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Sara Putignano, Giulia Trivero – dà vita a questa pluralità musiva, moltiplicando i punti di vista e restituendo la coralità originaria della storia. A loro si affiancano le allieve e gli allievi del corso “Luca Ronconi” della Scuola del Piccolo, presenza viva e dinamica che amplifica la dimensione comunitaria e corale della scena.

Le scenografie oniriche di Guia Buzzi insistono su una dominante cromatica che privilegia il bianco e nero: scelta che non è mero omaggio al film o alle pagine fumanti di rotative, ma codice visivo di un contrasto sociale sempre vivo. Il palco si riempie di cartelli, biciclette volanti e di scighera, la nebbia che vela e svela, che confonde i contorni e insieme li rende più intensi.

È una Milano sospesa, riconoscibile e insieme trasfigurata e concreta. Le musiche accompagnano questo viaggio con un tessuto sonoro che intreccia memoria sanremese e citazione da Bar Sport: le voci di Natalino Otto e Carla Boni emergono come echi grammofonici di un’epoca, mentre Grazie dei fiori riporta in scena Nilla Pizzi, evocando un immaginario condiviso e… “nazional popolare”. Non manca neppure la dimensione lirica, affidata alle incisioni della Callas e che innalzano ulteriormente il registro emotivo.
E in questo ricco dispositivo la spettacolarità complessiva è notevole, stratificata e ambiziosa: tre ore di rappresentazione che offrono moltissimo. È proprio in questa abbondanza che si annida una lieve criticità: tra primo e secondo tempo, la struttura drammaturgica tende talvolta a disperdersi, a perdere compattezza.
Le numerose scene, come già dichiarato, sono affascinanti, ma costruiscono un percorso che procede per accumulo più che per progressione lineare, dando vita a un racconto che si frammenta e che rischia di disorientare la narrazione drammaturgica.
E così, più che una “scorpacciata di madeleine”, per usare un’immagine cara a Maurizio Porro, lo spettacolo finisce per somigliare a una raffinata vetrina meneghina: una gastronomia prestigiosa in cui si assaggiano molte prelibatezze, ciascuna deliziosa, ciascuna memorabile, ma non sempre armonizzata in un unico, coerente percorso.
Resta, tuttavia, il piacere – autentico, persistente – di aver partecipato a un’esperienza teatrale che osa, che rischia, che cerca nel miracolo non una fuga, ma una nuova poetica possibilità!
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.









Una risposta
dal tuo articolo ho capito molte cose che non avevo capito con una sola visione bisognerebbe rivederlo parecchie volte ma per me il vero miracolo è quello di essere potuta andare a vederlo almeno una volta visto che coi miei 84 anni non penso ci saranno altre volte. sono partita da Pescara con tanto di accompagnatrice perchè non sono auto deambulante ed è stato una gioia trovarmi nelle prime file mentre Totò scendeva dal palco e mi passava accanto . grazie per questo tuo articolo anche se non ho capito bene la critica che gli fai per me troppo difficile da capire. .Grazie