Al Teatro “Giuditta Pasta” di Saronno, dopo il successo della prima assoluta nel 2025 al LAC di Lugano, Improvvisamente, l’estate scorsa di Tennessee Williams ha ritrovato una nuova, densissima incarnazione scenica sotto la regia di Stefano Cordella: un allestimento che non si è limitato a restituire il testo, ma lo ha riproposto in nome del rinnovamento poetico e del rigore drammaturgico.

Il primo applauso – ed è un applauso necessario, quasi etico – va tributato alle maestranze, autentiche architette di un impianto visivo e sensoriale di interessante coerenza: le scene di Guido Buganza, i costumi di Ilaria Ariemme, il disegno luci di Marzio Picchetti e il suono di Gianluca Agostini convergono in un organismo unitario che respira e si decompone sotto gli occhi della platea.
Cordella compie una scelta filologica: apre lo spettacolo con la proiezione delle didascalie originali di Williams sul fondale, esplicitando fin da subito l’unità di luogo: quel giardino esotico, abbandonato e quasi putrescente, appartenuto al defunto Sebastian.
Non è un semplice omaggio al testo, bensì la costruzione di un dispositivo temporale. Quel fogliame incolto, quella natura lasciata a sé stessa, sono la materia visibile di un tempo che non guarisce, ma sedimenta; un’estate trascorsa che continua a marcire nel presente di chi sopravvive alla vicenda.
La scenografia si impone come una metafora perfetta di un tempo crudele e irreversibile.
Due elementi, in particolare, ne costituiscono i poli simbolici. Da un lato, un’automobile di lusso distrutta, quasi inghiottita dal fogliame: un inibitore psichico, una scatola del tempo entro cui i personaggi si rifugiano e da cui riemergono deformati.
È rifugio e trappola, aula di difesa e teatro dell’autoinganno; ma è anche il relitto del passato mondano di Sebastian, il segno tangibile di un movimento interrotto di un motore che non corre più.
Dall’altro lato, le radici sollevate sopra la scena, sospese come una minaccia silenziosa: solo al termine, dopo l’ultima battuta di Violet, esse cadono lentamente, quasi a sancire un ritorno della linfa alla terra, una riassimilazione crudele e necessaria. Una natura che non perdona, ma ingloba.
Anche il disegno sonoro lavora con finezza perturbante: i suoni deformano la percezione, incrinano l’udito della cugina Catherine, restituendo allo spettatore una soggettività ferita, intermittente e drogata.
In questa partitura sensoriale si inserisce l’interpretazione di Leda Kreider, di una precisione e di una vulnerabilità quasi insostenibili: la sua Catherine è un corpo che ricorda, e nel ricordare si rarefà.
È infatti sul versante femminile che lo spettacolo trova la sua più compiuta perfezione.
Laura Marinoni costruisce una Violet Venable di eleganza adamantina, una madre la cui raffinatezza formale cela, e progressivamente rivela, una relazione tossica, dissociata, quasi patologica con il figlio defunto. La sua parola è cesellata, ma è nel controllo che si annida l’abisso.
Accanto a lei, Elena Callegari tratteggia una maternità passiva, subordinata, dipendente, mentre la figura maschile del dottore – interpretata con misurata sagacia da Edoardo Ribatto – si pone come apparente risolutore: il dottor “Zucchero”, storpiatura del cognome polacco, è una presenza ambigua, dolcificante e insieme anestetica, simbolo di una razionalità clinica che tenta di contenere l’indicibile senza mai davvero neutralizzarlo.
Il cugino George, interpretato da Ion Donà, attraversa la scena in una tenuta volutamente dissonante e parvenu; si noti anche solo i pantaloncini da tennis e la giacca da tuxedo indossati insieme che lo collocano ai margini di una società cui il personaggio aspira senza appartenervi. Il suo interesse economico, la brama dell’eredità, lo rendono figura opportunistica e insieme tragicamente ordinaria.
Tuttavia, è l’assenza di Sebastian a dominare ogni presenza. Personaggio mai visibile, eppure onnipresente, egli, come l’alter-ego di Williams, si configura come un epicentro oscuro: un poeta dell’eccesso che ha utilizzato le donne della propria vita (madre e cugina) come strumenti di seduzione, esche per attrarre desideri più profondi e indicibili.
La sua traiettoria si muove dal culto della bellezza all’attrazione per l’abisso, fino alla morte violenta a Cabeza de Lobo, luogo che diventa topografia dell’eccesso: qui il bianco immacolato dei suoi abiti – seta, cravatta e mocassini di lucertola – si oppone al nero scheletrico dei mendicanti, in un contrasto visivo che richiama suggestioni da La morte a Venezia e più in generale un immaginario primo novecentesco intriso di esotismo, decadenza e fascinazione per il limite.
Sebastian, come un santo laico, è martirizzato: non da frecce, ma da una fame primordiale che assume i tratti del cannibalismo sociale e umano.
In questo senso, la regia di Cordella si nutre di una tensione filosofica autentica: un ricordo che non è mai un luogo neutro, ma organismo che divora chi lo abita; e ancora, una regia che sembra suggerire che “la verità trasforma la forma stessa del dolore”. È qui che si avverte una risonanza personale, una regia che non si limita a illustrare, ma si compromette benissimo con la materia incandescente del testo.
L’operazione complessiva non si scontra con il classico, al massimo lo incontra, lo ascolta e lo rilancia nel presente, affidandolo a un cast impeccabile che ne rispetta la complessità senza museificarla.
Tennessee Williams emerge così in tutta la sua attualità: autore ancora capace di interrogare generazioni diverse, purché dotate di uno sguardo attento e culturalmente vigile.
E, infine, ciò che resta è una sensazione sinestetica: lo spettacolo si offre come una giungla sintetica di immagini e profumi, un organismo sensoriale in cui il visivo si fa olfattivo, il suono diventa materia tattile, e il tempo – come il fogliame in scena o il fumo delle sigarette fumate – continua a crescere, a invadere e a reclamare.
Qui, davvero, il teatro torna sulla sua “retta via”: quella in cui poesia e dramma non si parafrasano, ma si incarnano.
Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.










