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Lo Zoo di Vetro. Al Teatro Carcano un’eleganza che sfiora l’evanescenza

di Matteo Resemini

Al Teatro Carcano di Milano va in scena Lo Zoo di Vetro, il celebre dramma di Tennessee Williams, per la regia, le scene e i costumi di Pier Luigi Pizzi. Un allestimento che porta la firma di uno dei maestri indiscussi del teatro italiano, capace di imprimere la propria estetica raffinata e la sua sapiente sensibilità visiva a un testo che rimane il vero fulcro dello spettacolo.

immagine per Lo Zoo di Vetro, regia di Pier Luigi Pizzi al Al Teatro Carcano di Milano
Lo Zoo di Vetro, regia di Pier Luigi Pizzi al Al Teatro Carcano di Milano

La traduzione apprezzatissima di Gerardo Guerrieri restituisce con misura e limpidezza la struggente metafora della fragilità umana, il senso di solitudine e l’ineluttabilità dell’abbandono, temi portanti di un capolavoro che ha segnato la storia della drammaturgia contemporanea.

Ambientato alla fine degli anni Trenta, il dramma segue le vicende della famiglia Wingfield: la madre Amanda (Mariangela D’Abbraccio), abbandonata dal marito, tenta di garantire un futuro decoroso ai figli Tom (Gabriele Anagni) e Laura (Elisabetta Mirra). Il primo, costretto a un lavoro alienante, si rifugia nella scrittura e nei sogni cinematografici per sfuggire a una realtà soffocante; la seconda, fragile e resa insicura dalla zoppìa, vive in un universo psicotico di illusioni, popolato dai suoi amati animaletti di vetro.

L’arrivo di Jim (Pavel Zelinskiy), amico di Tom e promessa di un possibile riscatto di fidanzamento con la sorella, innesca dinamiche emotive destinate a infrangersi nella crudele verità della vita.

Punto di forza della pièce è l’interpretazione di Gabriele Anagni, soprattutto nei suoi “a parte”, in grado di creare una confidenza drammatica con il suo pubblico e facendo respirare la fatica di gestire il fastidioso rapporto con sua madre, una Mariangela D’Abbraccio che ben si presta al ruolo di macchietta di falsa facciata, specie per le sue risate e sorrisi tipicamente costruiti e melensi. Elisabetta Mirra, brava e te fa emergere la timidezza di Laura, ma deve ancora naturalizzare il suo personaggio per non renderlo più passivo di quello che non è.

L’impronta registica di Pizzi si manifesta nella scelta di una scenografia che non pretende di rinnovare la lettura dell’opera, ma piuttosto di incorniciarla con eleganza.

L’illuminazione al chiaro di luna avvolge l’azione in un’aura malinconica, mentre un arredamento giallo senape evoca l’atmosfera di un salotto borghese ormai in declino. Questa visione estetica non sovrasta il testo, ma lo accompagna con discrezione, lasciando spazio alla forza evocativa delle parole e all’intensità interpretativa degli attori.

Lo Zoo di Vetro è un intrigante richiamo alla debolezza esistenziale ed è – come si sa – l’omaggio che Tennessee volle dedicare alla sorella impazzita e lobotomizzata; si pensi alla bellezza disarmante e tragica del monologo finale di Tom: “Oh Laura, Laura, ho fatto di tutto per staccarmi da te, ma sono più fedele di quanto volessi…”. Lo spettacolo proietta verso un vortice di oppressione e di illusione, dove, però, le statuette di vetro non prendono vita, ma riducono all’immobilità anche gli altri protagonisti, “cristallizzandoli” nell’incompiutezza.

Nell’insieme, questa messinscena si muove con un’eleganza fin troppo misurata, rifuggendo eccessi stilistici o interpretativi, ma proprio in tale equilibrio risiede il rischio di un eccessivo contenimento emotivo.

La poetica di Williams, incandescente nella sua dolorosa bellezza, richiederebbe forse una tensione più tangibile, una resa più viscerale delle ferite che segnano irrimediabilmente i suoi personaggi. La delicatezza dell’impianto visivo e interpretativo, seppur ammirevole, rischia talvolta di smorzare l’impatto di un dramma che nella sua essenza è un urlo sommesso, ma straziante.

Si avverte sagacemente la pesantezza del dramma americano di Williams, ma lo si percepisce – forse – troppo sottotono.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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