ultimi articoli dell'autore

Quando Shakespeare ritorna canzone: l’amore come materia scenica all’Out Off

di Matteo Resemini

C’è un dispositivo scenico particolarmente classico, e proprio per questo immediatamente riconoscibile, che accoglie lo spettatore all’anteprima di Quel che amore in silenzio ha scritto, in scena al Teatro Out Off di Milano: il rosso del velluto che riveste il fondale, colore iconico se associato alla memoria dei grandi sipari e dei separé teatrali, sembra dichiarare sin dall’ingresso una volontà di confronto con la tradizione.

Eppure, è altrove che Andrea Piazza, autore della drammaturgia e regista dello spettacolo, colloca il primo segno realmente perturbante della scena: nei tappeti persiani sovrapposti, accostati e stratificati sul palcoscenico.

Un’immagine che può essere letta come una metafora dell’amore stesso: non qualcosa che in realtà si calpesta, ma qualcosa che accoglie; non una superficie sulla quale esercitare il proprio dominio, bensì una materia sulla quale depositare il proprio peso e dalla quale lasciarsi sostenere.

I tappeti si sovrappongono senza annullarsi, aggiungendo ciascuno un disegno, una trama, un colore.

immagine per Quel che amore in silenzio ha scritto, Teatro Out Off di Milano 2026
Quel che amore in silenzio ha scritto, Teatro Out Off di Milano 2026. ph. Alessandro Villa
immagine per Quel che amore in silenzio ha scritto, Teatro Out Off di Milano 2026
Enrico Brusi – Quel che amore in silenzio ha scritto, Teatro Out Off di Milano 2026. ph. Alessandro Villa
immagine per Quel che amore in silenzio ha scritto, Teatro Out Off di Milano 2026
Greta Petronillo, Quel che amore in silenzio ha scritto, Teatro Out Off di Milano 2026. ph. Alessandro Villa

Così fa l’amore quando diventa esperienza: non cancella ciò che lo precede, ma lo ricopre di nuove possibilità di senso. E, insieme, l’amore non calpesta, ma colora. Colora gli istanti, li sottrae alla semplice successione cronologica e li consegna a quella forma particolare di eternità che appartiene alla poesia.

Quel che amore in silenzio ha scritto non è dunque un esperimento. È, piuttosto, uno studio scenico ponderato, piacevole e misuratissimo, costruito intorno a una materia poetica che continua a interrogare la sensibilità contemporanea: i sonetti di William Shakespeare.

Un prodotto che potrebbe facilmente assumere le sembianze del recital e che invece – nella regia di Piazza – si mette in dialogo con la musica e con il teatro, con la poesia e con la canzone, con i grandi classici e con le voci della popular music. È un progetto che, proprio per questo, supera le etichette di genere.

Fernando Pessoa scriveva, con la disarmante semplicità di una delle sue immagini più celebri, che: «Tutte le lettere d’amore sono / ridicole. / Non sarebbero lettere d’amore se / non fossero / ridicole»: una tautologia solo apparentemente ingenua, perché nell’amore la spiegazione è spesso meno importante dell’atto stesso del dichiarare.

Shakespeare ha compiuto ben prima del poeta portoghese qualcosa di analogo attraverso il sonetto: scrive perché esiste una necessità primordiale, quasi ancestrale, di rivolgersi a qualcuno e sottrarre l’esperienza amorosa al silenzio.

Piazza sceglie di fuoriuscire dal territorio più noto della drammaturgia shakespeariana (quello della tragedia e della commedia) per rivolgersi a una produzione nata da un’esigenza diversa da quella direttamente teatrale.

I Sonetti appartengono infatti a una Shakespeare che troppo spesso, anche nella formazione scolastica, viene consegnata alla fretta: qualche componimento scelto, qualche verso memorabile, una rapida collocazione nel panorama dell’autore più canonico della letteratura inglese.

Eppure, quei versi, scritti in un inglese lontano da quello contemporaneo e spesso ostico persino nella loro struttura linguistica, meritano di essere captati più che capiti. Non è soltanto un gioco verbale. “Captare” e “capire” condividono infatti una medesima radice latina, capĕre: prendere, afferrare, raccogliere.

Ed è forse proprio questo ciò che lo spettacolo domanda allo spettatore. Non necessariamente comprendere tutto, non necessariamente possedere ogni riferimento, ma raccogliere. Lasciare che quei versi entrino nella memoria prima ancora che nella razionalità.

In scena ci sono Enrico Brusi, cantautore indipendente conosciuto anche con il nome d’arte “Brusio”, autore degli arrangiamenti musicali e delle canzoni originali dello spettacolo, e Greta Petronillo, giovane attrice diretta, tra gli altri, da Leonardo Lidi ne La gatta sul tetto che scotta. A loro è affidato il compito tutt’altro che semplice di attraversare quattro secoli di poesia e musica d’amore.

Shakespeare diventa così il punto di partenza di un viaggio che attraversa il tempo e approda alla canzone contemporanea, intrecciando tematiche come il desiderio, la gelosia, la felicità, il tradimento, la perdita e l’innamoramento. Non una semplice successione di citazioni musicali, dunque, ma una vera e propria “costellazione affettiva”, nella quale l’amore non viene mai isolato dal corteo di sentimenti che lo accompagna.

I Sonetti, presentati in una traduzione inedita realizzata appositamente per la scena, diventano monologhi, dialoghi, scene recitate, ma anche canzoni originali. Si incontrano e si intrecciano con brani di Elton John, Mina, Schumann, Lucio Dalla, Gino Paoli, Ornella Vanoni, Simon & Garfunkel, Jacques Brel e Nick Cave.

La scelta della traduzione scenica introduce inevitabilmente una questione importante. La poesia, soprattutto quella shakespeariana, conserva una parte della propria irriducibilità nella lingua originale: ritmo, suono, ambiguità semantiche e stratificazioni lessicali appartengono all’architettura stessa del testo. Ma la regia non sembra voler competere con l’originale: cerca piuttosto una sua immanenza teatrale, una prossimità.

Restituire il verso nella lingua dello spettatore significa renderlo immediatamente abitabile, permettergli di smettere per un momento di essere oggetto di studio e diventare esperienza. È qui che lo spettacolo manifesta una delle sue intuizioni più interessanti: la poesia non viene spiegata, bensì viene fatta accadere.

Lo spettatore si ritrova così con sensazioni quasi percepibili nell’aria, capaci di reggere, come vertebre di un corpo, il peso sacro dell’amore. Le poesie non sono soltanto pronunciate: si disperdono nei suoni, nelle battute, nelle melodie e nei corpi degli interpreti. E contemporaneamente diventano materia fisica, carta stampata, qualcosa che può essere conservato.

Un piccolo simbolo, quasi un oggetto votivo della memoria poetica: un testo che si può infilare in tasca, rileggere, ritrovare, custodire nel portafoglio come un “santino laico”.

La materia di partenza porta con sé, inoltre, un’interessante zona d’ombra filologica. I Sonetti di Shakespeare appartengono a un campo di studi profondamente dibattuto dalla critica anglistica, impegnata nel tempo a ricostruire la storia della loro pubblicazione, della loro autenticità e della loro attribuzione, distinguendoli anche da testi erroneamente o problematicamente ricondotti al nome dell’autore. Ma proprio questo margine di mistero appare sorprendentemente affine alla natura dell’amore.

Anche l’amore, infatti, è una materia che può essere studiata, analizzata, nominata e persino classificata, e tuttavia sfugge continuamente alla pretesa di essere compresa fino in fondo.

Si può tentare di ricondurlo a dinamiche ricorrenti o a categorie psicologiche, a forme storiche o culturali, ma resta sempre un’eccedenza: qualcosa che resiste alla definizione e che proprio per questo continua a produrre bellezza, trovando la propria leggerezza.

Una leggerezza che – sia chiaro – è metodo puro. Quel che amore in silenzio ha scritto possiede, infatti, la grazia di una medicina somministrata con il miele: quella celebre immagine lucreziana nella quale il farmaco viene fatto bere attraverso il bordo dolce del bicchiere, perché ciò che deve curare possa essere accolto dal corpo senza che il corpo lo rifiuti.

Le luci disegnate da Martino Minzoni costruiscono un’atmosfera calda, accogliente, quasi rotonda: una luminosità che sembra appartenere più a un momento condiviso che alla freddezza di un dispositivo teatrale dichiaratamente spettacolare. È una luce da confessione, da parola pronunciata davanti a un focolare domestico, quando ciò che si dice acquista valore proprio perché qualcuno è disposto ad ascoltarlo.

L’assistenza alle scene e ai costumi di Elena Vecchietti contribuisce, invece, a costruire una temporalità volutamente sfuggente. Gli abiti sembrano evocare la stagione dei figli dei fiori, ma senza diventare una ricostruzione storica.

Il riferimento agli anni Sessanta e Settanta viene assorbito dentro una dimensione senza tempo, quasi come se il passato potesse convivere con il Seicento shakespeariano e con il presente senza che nessuno dei tre debba rinunciare alla propria identità.

È la stessa logica che governa gli oggetti scenici: una pianola, le luci soffuse, un vecchio baule verde da viaggio. Elementi apparentemente semplici, persino naïf, che proprio per questo diventano funzionali a una scena nella quale la poesia non deve essere monumentalizzata, ma avvicinata.

E Quel che amore in silenzio ha scritto invita appunto ad avvicinarci e ad ascoltare una lezione che credevamo di conoscere già: lasciandoci sorprendere dal fatto che, dopo quattro secoli, qualcuno abbia trovato le parole giuste per dire ciò che noi non sapevamo dire.

immagine per Matteo Resemini
+ ARTICOLI

Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *