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Elsa Morante e il suo Arturo: un capolavoro senza tempo in scena a Milano

di Matteo Resemini

Si può assistere a un viaggio avvolgente e tormentato nel mondo adolescenziale, senza però cadere nella banalità ripetitiva e salingeriana del Bildungsroman? La risposta ce la dà il Teatro Elfo Puccini di Milano, dove fino al 10 novembre andrà in scena L’isola di Arturo, il capolavoro letterario nato dalla penna iconica di Elsa Morante.

immagine per L’isola di Arturo, foto di Manuela Giusto
L’isola di Arturo, foto di Manuela Giusto

Diretto con delicatezza e profondità da Andrea Lucchetta, lo spettacolo attraversa sei scene chiave che catturano le sfumature più intime del giovane protagonista, interpretato ad hoc da un impeccabile Vincenzo Grassi.

Dopotutto L’isola di Arturo è un testo che cambia la propria sfaccettatura e il proprio messaggio nel momento della vita in cui lo leggiamo. Da adolescenti ci appare come romanzo di formazione di dolciastra tenerezza, e quando cresciamo – improvvisamente – le sue parole diventano un amaro boccone di consapevole maturità.

Da quando uscì nelle librerie, nel 1957, quello della Morante si presentò alla critica come un testo granitico e perfetto. Portarlo in scena, in questo riuscitissimo adattamento, ha significato mantenere la fittezza amara e deliziosa delle sequenze dialogiche e narrative, dove il respiro delle pause non è mai vuoto e ogni sillaba è ponderata a tal punto da sembrare come una colonna portante del pensiero di un’autrice che, a distanza di decenni, è ancora attualissima e familiare.

Ad aprire “il giro di boa”, Grassi regala un’interpretazione funambolica, muovendosi in una bianca cameretta decapata, tra il lirismo e la cruda realtà di un ragazzo cresciuto tra illusioni e disillusioni sull’isola di Procida.

La sua presenza scenica è vigorosa e sensibile, e riesce a trasmettere con autenticità il tumulto interiore di Arturo, permettendo al pubblico di immergersi nelle sue speranze e nelle sue solitudini. Vincenzo Grassi porta sul palco un’energia fresca e incisiva, mantenendo una tensione emotiva e costante che rende il personaggio palpabile e vicino allo spettatore.

immagine per L’isola di Arturo, foto di Manuela Giusto
L’isola di Arturo, foto di Manuela Giusto

La regia di Lucchetta valorizza ogni movimento, giocando con luci e ombre per mettere in risalto i conflitti di Arturo e il suo rapporto complesso con la figura paterna, con la matrigna e l’ambiente galeotto e peschereccio procidano. In particolare, la costruzione scenografica, semplice ed evocativa, amplifica le capacità dell’attore di riempire lo spazio scenico con il solo carisma e una fisicità espressiva, dal sapore coreografico.

Grassi si muove tra momenti di pura introspezione e scoppi di ribellione giovanile, in una performance che fonde grazia e forza, esaltando i monologhi interiori in cui Morante ha riversato emozioni profonde e universali.

L’Arturo di Lucchetta non ha età: è sia bambino, sia uomo; è un essere magniloquente che cresce e sviluppa i suoi sentimenti a ridosso del suo consolidamento esistenziale.

Lo spettatore non si perde dentro le sue parole, ma al massimo ritrova in esse la spontaneità di Arturo Gerace; ne capta la rabbia, la gelosia, la spontaneità di quel ragazzo alla scoperta di un mondo, che da personaggio impalpabile di un romanzo, ora è carne, voce ed espressività.

Commuove anche la scelta musicale: il sottofondo partenopeo di Roberto Murolo, con la romantica serenata Maria Marì, ci fa rivivere le notti del piccolo Gerace, trascorse a pensare chi fisicamente non c’è più, ma che continua a vivere nei suoi sogni nottambuli.

Infine, come l’Addio ai monti manzoniano, anche Arturo saluta la sua Procida da lontano, senza però perderla mai di vista nel grigiore sfumato della sua prigione.

Un’ interpretazione fedele, deliziosa e commovente. Un’occasione imperdibile per riscoprire un classico della letteratura italiana attraverso un’interpretazione ben curata.

immagine per L’isola di Arturo, foto di Manuela Giusto
L’isola di Arturo, foto di Manuela Giusto
immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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