Mentre nel cuore dell’estate le luci si abbassano sulle grandi platee, si accende un altro tipo di riflettore: quello, spietato, della burocrazia. Il Ministero della Cultura ha infatti pubblicato le nuove valutazioni dei progetti ammessi al Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo (FNSV), lo “strumento chiave” per il sostegno economico al teatro, alla danza, alla musica e al circo in Italia. Ma ciò che doveva essere un criterio di razionalizzazione si è trasformato in un colpo mortale alla spina dorsale dello spettacolo dal vivo.

Una frattura profonda si è aperta tra il mondo artistico e l’apparato amministrativo. Decine di compagnie, festival storici, teatri di innovazione e centri di formazione sono stati esclusi o gravemente penalizzati, in nome di un sistema di punteggio che — sebbene presentato come tecnico e neutrale — si rivela, nei fatti, uno strumento politico, opaco e iniquo.

immagine per Teatri umiliati dai numeri. La cultura valutata come in un Reality
Teatro della Pergola di Firenze

La tensione si era già manifestata mesi fa, quando il Teatro della Toscana, che ha nella Pergola di Firenze uno dei cuori storici del teatro italiano, è stato privato dello status di Teatro Nazionale.

Non solo un titolo, ma una posizione strategica nel panorama culturale del Paese. Il declassamento ha significato il taglio immediato del 20% dei contributi pubblici. Una scelta che ha innescato una mobilitazione nazionale senza precedenti: piazza della Signoria trasformata in un palco di protesta, lettere aperte firmate da centinaia di artisti, operatori e intellettuali, fino alle dimissioni di tre commissari ministeriali.

Uno di loro, Alberto Cassani, ha parlato chiaro: “Abbiamo assegnato punteggi, ma senza mai poter davvero parlare di qualità artistica.”

È proprio questa la crepa più pericolosa: la discrezionalità non trasparente con cui si decide il destino culturale del Paese. Nelle griglie ministeriali ci sono parametri numerici — repliche, numero di giovani coinvolti, coproduzioni — che danno l’illusione dell’oggettività. Ma l’unico vero criterio qualitativo, quello che riguarda la direzione artistica, la visione, la poetica, la ricerca, la sperimentazione… è lasciato a una valutazione sommaria, senza confronto, senza motivazioni pubbliche, senza garanzie di competenza.

Come avrebbe detto Silvio d’Amico, “il teatro non è un calcolo: è un atto di fede civile”. 

È impensabile misurarlo con un algoritmo o con un foglio Excel. In questo sistema, un laboratorio drammaturgico di provincia, che lavora da vent’anni con le scuole, può essere cancellato con un colpo di penna. Un festival di teatro urbano, che coinvolge centinaia di cittadini, può vedersi azzerare i fondi per uno “scarto” di decimali.

Il risultato è devastante: il teatro viene spogliato del suo ruolo di strumento critico e collettivo, ridotto a un’attività da premiare o sanzionare secondo logiche ignote. Si tradisce il mandato costituzionale della Repubblica di promuovere la cultura. E si tradisce anche la tradizione italiana, che ha fatto del teatro una palestra di coscienza civile: da Pirandello a Strehler, da Fo a Emma Dante, il teatro italiano ha sempre riflettuto e trasformato la società. Ma ora rischia di essere messo a tacere.

Dietro le sigle, i numeri, i comunicati, ci sono vite, carriere, identità artistiche costruite con sacrificio. E c’è una domanda che rimbalza tra le quinte e le sale prova di tutta Italia: chi decide cosa merita di esistere? Con quale autorità un Ministero può ergersi a censore silenzioso, colpendo selettivamente, marginalizzando le voci più scomode, favorendo quelle più allineate?

In molti chiedono ora l’azzeramento delle commissioni, la creazione di tavoli di confronto permanenti con le categorie, la restituzione della centralità agli operatori e non ai funzionari.

Perché il rischio più grande è quello dell’assuefazione: che ci si abitui a un sistema dove la cultura è “concessa” dall’alto, in base a equilibri politici e non alla forza delle idee.

Scriveva Paolo Grassi: “Il teatro è un servizio pubblico. Come l’acqua potabile, come l’energia elettrica. Deve essere accessibile, deve essere garantito.” 

Oggi questo servizio è messo sotto attacco. E se non si alza una voce ferma, colta, unitaria, il prossimo taglio non sarà solo economico, ma esistenziale.

immagine per Matteo Resemini
+ ARTICOLI

Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *