C’è nei titoli più belli una forma di resistenza, una memoria emotiva che si rifiuta di cedere alla rassegnazione. Come nei giorni migliori, titolo dell’opera prima del giovane drammaturgo Diego Pleuteri, in scena al Teatro Franco Parenti, è esattamente questo: una promessa malinconica, una speranza ruvida, una domanda sospesa.

Si può davvero tornare ai giorni migliori? Oppure non è forse vero che i giorni migliori sono quelli che ancora ignoriamo di aver già vissuto?

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Come nei giorni migliori. Foto di Luigi De Palma

In questo atto unico di un’ora e venti che non concede tregua né esitazioni, l’amore viene attraversato con la lucidità dei nervi scoperti, la lirica del quotidiano e la forza di un’autenticità che oggi è merce rara sulle scene.

Non si tratta solo di un debutto convincente: Come nei giorni migliori è uno spettacolo di sottile esattezza. E lo è in quel senso prezioso in cui tutto si incastra, tutto risuona, tutto parla a un tempo intimo e collettivo.

La drammaturgia di Pleuteri si distingue per una consapevolezza stilistica sorprendente: il suo linguaggio è insieme naturale e ricercato, efficiente nella struttura e profondo nei sottotesti.

Le battute si rincorrono in un continuum dialogico che non conosce flessioni, oscillando tra la ferocia dell’ironia, la commozione mai ostentata e la cruda bellezza delle fragilità umane. Ogni scena è un aggancio drammaturgico che apre alla successiva, in un flusso che incalza, trattiene e poi libera, come fa la vita vera quando ci costringe ad affrontare noi stessi attraverso lo specchio dell’altro.

In un tempo teatrale sovraffollato di sperimentazioni eccessive, metateatralità fine a sé stessa, ripetizioni compiaciute, la regia di Leonardo Lidi rappresenta un ritorno alla verità dell’essenziale. Nulla è urlato con banalità, nulla è esplicito o volgare: tutto è denso, mobile, vivo.

Lidi rinuncia agli orpelli per lasciare spazio a ciò che davvero conta: la parola e il corpo.

E lo fa con una cinetica misurata e potente, in cui ogni gesto è significativo, ogni movimento è pensato per aderire all’emozione profonda delle scene.

Si parte da un litigio dallo psicologo, si attraversano una partita di padel, una cena di Natale tra genitori e suoceri, un viaggio in auto verso l’aeroporto, una simulata fuga nel parco, qualche scappatella erotica, perfino un’attesissima puntata della “Signora in giallo” che diventa un pretesto per interrogarsi sullo scorrere del tempo e sulla vischiosità dell’abitudine che diventa momento di una dolcezza che non illude.

Ogni episodio è un frammento mimetico dell’esistenza, trasformato in scena con una verità bruciante. Nulla è stasi, tutto è dinamismo. Anche quando i personaggi sono fermi, lo è solo il corpo: l’anima, i pensieri, le emozioni, corrono.

E corrono come corre una relazione, senza sapere se e dove ci sarà un traguardo.

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Come nei giorni migliori. Foto di Luigi De Palma

In questo quadro mobile e lucidissimo, si impongono i due giovani interpreti, Alessandro Bandini e Alfonso De Vreese, in un duetto attoriale che rasenta l’eccellenza.

Bandini è energia contenuta in una struttura nervosa, un corpo-tensione che incarna con precisione un prisma schizoide e pragmatico, come se fosse sempre sul punto di crollare o esplodere. Ogni movimento sembra una reazione, ogni pausa un pericolo, e lo spettatore resta ipnotizzato da una presenza scenica che unisce muscolarità e vulnerabilità.

De Vreese, dal canto suo, è tenero e potente, ironico e credibile. Rappresenta la parte dolce e spigolosa dell’amore, quella che si fa carico delle piccole rese quotidiane, ma sa anche accendersi di rabbia e desiderio.

Insieme, i due attori non interpretano una coppia: la diventano. Sono una ferita che si rimargina e si riapre, un incastro emotivo che muta e sopravvive, la dimostrazione viva di quanto sia impossibile e indispensabile stare insieme.

La loro recitazione non chiede l’identificazione: la impone, la reclama e la provoca. In uno spazio scenico svuotato, dove la regia disegna il vuoto per far esplodere il pieno emotivo, Bandini e De Vreese ci portano dentro la loro relazione come se ci aprissero la porta di casa. Ma quella casa potrebbe essere la nostra.

Poco importa, davvero, se i due siano una coppia queer, etero, o altro. Non è questo il punto. E proprio qui risiede la grandezza di Pleuteri: la questione identitaria è presente, ma mai tematizzata. Non si cerca di “spiegare” un amore omosessuale, né di giustificarlo, né di rivendicarlo: lo si vive in scena come qualcosa che esiste e basta, nella sua naturalezza radicale. Non c’è retorica, non c’è militanza. C’è solo verità.

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immagine per Come nei giorni migliori. Foto di Luigi De Palma

Come nei giorni migliori supera il tema queer con grazia, ancorandosi a una profondità che sfugge al luogo comune e trascende la categoria.

È uno spettacolo che ci insegna qualcosa su di noi, sulle nostre relazioni, sulle nostre abitudini emotive.

E lo fa con una sincerità talmente spiazzante da farci desiderare di poter davvero scambiare le scarpe con quei protagonisti, per camminare nei loro passi e forse capire meglio i nostri.

Diego Pleuteri è una voce nuova, ma già matura, capace di dare forma a una scrittura teatrale urgente, profonda e ferocemente contemporanea. È impossibile non pensare che, se questo è l’inizio, il futuro della drammaturgia italiana potrebbe avere finalmente un nuovo nome da seguire con attenzione e rispetto.

E forse, alla fine, quei “giorni migliori” non sono una “saggia scelta di sopravvivenza” o un ricordo, oppure un traguardo. Sono un invito a credere che la bellezza – seppur fragile – è ancora possibile. E che il teatro, quando riesce ad assomigliare alla vita senza imitarla, può essere uno degli spazi più veri in cui abitare l’amore.

immagine per Matteo Resemini
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Classe 1995. Nasce, (soprav)vive e cresce in provincia di Varese. Laureato in Lettere Moderne, presso l'Università degli Studi di Milano, si specializza in critica letteraria del '900 italiano con una tesi su Sandro Penna e Giorgio Caproni. Collezionista di emozioni trascinanti e profonde, sognatore coatto ed esteta della parola e del suo magico utilizzo. Insegnante scapestrato di letteratura al Liceo e fervido consumatore di atti teatrali, intima passione che non nasconde, ma che divulga e proselitizza tra alunni, amici e lettori.

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